Tag: Music & Media Press

  • “Per me il letto serve per dormire”: la frase che racconta la distanza tra innocenza e violenza del nuovo singolo di Asia Morellini sugli abusi infantili

    Ci sono storie che non dovrebbero esistere e che invece rientrano nei numeri che ogni anno segnano le statistiche italiane degli abusi sui minori. Secondo le rilevazioni più recenti dell’autorità giudiziaria e dei centri dedicati alla tutela dei minori, oltre la metà delle vittime di violenza sessuale ha meno di quattordici anni. È una realtà che si alimenta nel silenzio, nella vergogna e nell’omertà; che si annida dentro le case, nelle abitudini quotidiane, nei sorrisi forzati che nessuno sa interpretare. “Asia respira”, il nuovo singolo di Asia Morellini, racconta quello che l’artista ha vissuto in prima persona a soli sette anni e il modo in cui quell’esperienza continua a incidere sulla sua vita adulta.

    La prima immagine è quella di una bambina che interpreta come un gioco ciò che gioco non è. «Per me il letto serve per dormire» è una frase che non ha bisogno di essere spiegata, che rappresenta in maniera straziante la distanza tra la percezione di chi subisce e ciò che l’adulto compie. Un confine che non andrebbe mai superato, quello tra innocenza e violenza, tra chi non ha ancora gli strumenti per leggere il mondo e chi invece lo legge distorto, piegando l’ingenuità di chi ha davanti verso un comportamento che non appartiene all’età infantile né a qualsiasi età in assenza di una reale possibilità di scelta. Questo è uno dei punti più difficili del brano, perché il non detto racconta più di ogni ulteriore dettaglio e segna il passaggio in cui una bambina comprende qualcosa che non dovrebbe riguardarla.

    La scrittura di Asia si sofferma poi ai suoi dieci anni, quando il corpo ha cominciato a reagire prima ancora che la mente fosse in grado di interpretare l’accaduto. «Non so, mi scappa, ho qualcosa di rotto» racchiude in maniera drammatica il sintomo che arriva prima della consapevolezza, un segno che emerge senza che nessuno, attorno, sappia leggerlo.

    Molteplici studi sul trauma infantile — dalle ricerche di Bessel van der Kolk sulla memoria corporea (The Body Keeps the Score) ai lavori di Judith Herman e Bruce Perry sulla risposta fisiologica ai traumi precoci — mostrano come il corpo reagisca prima della mente ed esprima quello che non trova ancora un linguaggio in cui essere detto. È per questo che, in molti bambini, compaiono segnali che sembrano scollegati dall’abuso: sintomi discreti, difficili da interpretare, che gli adulti liquidano come “fasi”, “capricci”, “sensazioni passeggere”. In realtà sono le prime incrinature di un equilibrio che, in assenza di uno sguardo clinico, nessuno è in grado di leggere.

    La parte centrale del brano è forse la più difficile da ascoltare: «non mi puoi toccare oppure comincio a tremare». È qui che il presente si riempie di un passato che non ha ricevuto il nome e il supporto giusti al momento giusto. La vita adulta viene attraversata da reazioni che non appartengono alla situazione corrente, ma a ciò che è rimasto cristallizzato anni prima. Il trauma mostra così la sua natura più silenziosa, perché non si manifesta attraverso il ricordo, ma in una risposta immediata, fisiologica, che interrompe la continuità dell’esperienza.

    Anche per questo la testimonianza di Asia assume un’importanza che va oltre il racconto personale. Non resta circoscritta alla dimensione individuale, perché anziché limitarsi a raccontare la tragicità dell’evento, entra in un territorio raramente affrontato nella musica italiana, quello delle conseguenze che un abuso lascia nel tempo. “Asia respira” diventa uno spazio in cui è possibile osservare la sedimentazione del trauma, la sua persistenza, la sua capacità di intervenire nella vita adulta con un riverbero e una potenza che non hanno bisogno di essere esplicitati per essere riconosciuti.

    La ripetizione di «respira» nel testo non è una formula di auto-incoraggiamento, ma il tentativo di riportare il corpo nel presente, di recuperare un ritmo che l’abuso ha alterato e che, a distanza di anni, continua a interrompersi. «Non respiro, lui non va via», al contempo, rappresenta l’affiorare di una reazione istantanea, la prova di quanto il passato continui a interferire con la vita adulta anche quando la mente tenta di procedere oltre.

    Questa dinamica è ampiamente documentata nella letteratura sul trauma infantile: dalle ricerche di Peter Levine, che ha descritto come le reazioni corporee residue (“unfinished defensive responses”) riaffiorino a distanza di anni, a quelle di Allan Schore, noto per i suoi studi sulla regolazione emotiva e sul modo in cui i traumi precoci vengono registrati a livello neurobiologico, tutte le analisi convergono su un punto: ciò che non può essere raccontato a parole trova spesso espressione attraverso il corpo, che anticipa la mente e ne condiziona il presente. La memoria non si manifesta sempre mediante immagini nitide, ma tramite scosse improvvise, irrigidimenti, sensazioni corporee che si presentano senza preavviso. È la logica del trauma precoce, che spesso ritorna come risposta fisiologica prima ancora che come pensiero o emozione riconoscibile.

    “Asia respira”, composto dalla stessa artista a quattro mani con Christian Galli e prodotto da Kelly e SamLover, è un brano scritto non per commuovere, ma per rivelare come un trauma infantile possa attraversare gli anni senza perdere intensità, incidendo sulle relazioni, sull’intimità, sulla percezione di sé. È la traduzione musicale di un fenomeno che chi lavora con le vittime conosce molto bene: l’oscillazione continua tra ciò che è stato e ciò che si prova a vivere, la fatica di riabituarsi alla “normalità”, il bisogno di generare un respiro che appartenga finalmente all’oggi.

    Un brano coraggioso che vuole portare nel dibattito socio-culturale un tema che ancora troppo spesso rimane confinato nella vita privata, o peggio, nel non detto. Un brano che chiede il riconoscimento morale, umano e civile della portata di quello che succede quando ciò che dovrebbe essere protetto viene violato: perché le conseguenze non riguardano solo l’infanzia, ma tutto ciò che viene dopo.

  • Il dialogo con il sé originario come bussola nel caos del presente: “Non credere a niente” di Roberto Funaro

    Chiudere gli occhi per difendersi non dal buio, ma da un eccesso di luce. È questa la prima immagine che Roberto Funaro sceglie per “Non credere a niente”, il suo nuovo singolo disponibile in tutti i digital store per Watt Musik. Il brano va ben oltre il semplice racconto di uno stato d’animo per intercettare, attraversare e riflettere una condizione ricorrente, che segna gran parte del presente e descrive il clima di questo momento storico. L’abbaglio, inteso come sovraccarico visivo, cognitivo, emotivo, è diventato una costante degli ultimi anni: tutto è disponibile, tutto è visibile, tutto è immediato, e paradossalmente proprio questo produce confusione, disorientamento, fatica.

    In questo quadro, la canzone introduce un tema osservato con frequenza dalle analisi culturali recenti: la difficoltà di distinguere ciò che merita effettivamente attenzione da ciò che si impone solo per intensità o insistenza; la sensazione di non sapere più dove concentrarsi in mezzo a una quantità di stimoli che arrivano tutti insieme. Funaro sceglie l’immagine della “troppa luce” per aprire una lettura culturale specifica: quando tutto è illuminato allo stesso modo, nulla è davvero comprensibile.

    Da qui prende forma il primo asse del pezzo: la sovraesposizione come condizione ormai familiare a molti. Un concetto tutt’altro che astratto, tradotto in una routine fatta di notifiche, confronti continui, iper-visibilità costante. Tutto arriva simultaneamente e in fretta, senza lasciare il tempo per costruire una direzione interna. Nel 2025, questo tipo di esperienza quotidiana non ha più bisogno di spiegazioni, perché è il punto da cui si cerca di ripartire.

    Il secondo livello riguarda il rapporto con il sé originario. “Non credere a niente” mette in musica un dialogo sotterraneo tra l’adulto di oggi e il bambino di ieri, trattato come controcampo critico anziché come riparo affettivo. Quella voce lontana, meno indottrinata, meno addestrata a “funzionare”, diventa l’unico luogo in cui le domande restano integre, senza venir soffocate dalla pressione e dalla frenesia esterne. All’interno di una conversazione culturale sempre più attenta alla formazione dell’identità e alla rielaborazione del passato, questa scelta assume una direzione inequivocabile: tornare al momento in cui le domande non erano ancora sovrascritte, in quella zona iniziale che oggi rischia continuamente di perdersi.

    Il terzo asse si lega ad un’altra sensazione molto discussa: la difficoltà a immaginare il futuro. «Non guardare avanti se non vuoi veramente vedere il futuro» è una constatazione sulla precarietà climatica, economica e relazionale che ha dato forma a una generazione — e non solo ai più giovani —, un’osservazione che guarda al domani con cautela, talvolta con timore, spesso con la sensazione che l’orizzonte sia sfocato. Funaro dà uno spazio a questa percezione, lasciandola scorrere dentro il brano come una delle realtà con cui oggi si convive.

    A questo si collega il quarto livello, legato al titolo. “Non credere a niente” non suggerisce rassegnazione, ma, al contrario, una presa di posizione verso un contesto che produce risposte rapide e narrative preconfezionate. Il brano mette in pausa la retorica del “credi sempre e comunque” e si muove su un terreno più essenziale: ascoltare, selezionare, diffidare delle versioni immediate delle cose. È una direzione coerente con il bisogno di orientamento che supera quello di motivazione, dopo anni in cui si è privilegiata la spinta a “fare”, ad aderire a qualsiasi promessa pur di non rallentare, senza chiedersi da dove arrivasse quella corsa e se avesse davvero senso per noi.

    Il quinto e ultimo livello riguarda la forma musicale. “Non credere a niente” è un pezzo dalla linea melodica pulita, avvolto da un arrangiamento – curato dallo stesso Funaro con Lorenzo Sebastianelli – che lascia respirare il testo, sorretto da una voce che sceglie un registro sobrio, utile a tenere il focus sulle parole. Le influenze del pop d’autore incontrano sfumature, contaminazioni R&B e colori più morbidi, creando una struttura che non sovrasta ma accompagna il movimento interno del brano. La musica diventa parte integrante del discorso, una cornice che permette al testo di trovare la sua naturale collocazione.

    «Avevo la sensazione che tutto fosse troppo esposto, troppo immediato, troppo visibile – racconta l’artista -. Ho scritto questo pezzo per recuperare un ascolto più intimo, che passa anche dal silenzio. Chiudere gli occhi non è una rinuncia, ma un modo per capire cosa mi appartiene e cosa no.»

    “Non credere a niente” è un punto d’incontro tra esperienza personale e clima sociale contemporaneo. Un brano che non si pone l’obiettivo di parlare del presente dall’esterno, ma lo vive dall’interno, dal momento in cui la luce, invece di chiarire, guidare e illuminare la strada, abbaglia. E la comprensione non arriva dal gesto simbolico di chiudere gli occhi, ma dalla necessità di ridurre il bagliore per recuperare una misura più chiara delle cose.

  • Mafia, migrazione, identità e necessità di ricordare. “Piramide” di Andrea Gioè è una pugnalata nel petto della retorica

    «Cu sì scanta rà muarti è un uamu muaittu. Cu arriesta pì com’è vivi pì siempri»
    Chi ha paura della morte è un uomo morto. Chi resiste per come vive, vive per sempre»)

    Dentro “Piramide” di Andrea Gioè c’è un figlio che parla al padre, un siciliano che ha vissuto lontano senza smettere di sentirsi tale, un uomo che ha attraversato gli affetti senza indulgere al sentimentalismo e un musicista che rifiuta di trasformare la criminalità organizzata in materiale da cartolina o in folklore da intrattenimento. Una pugnalata nel petto della retorica, spoglia del mito che trasforma la realtà in leggenda e il male spettacolarizzazione del dolore. C’è coscienza del passato, rifiuto dell’indulgenza e della compassione per restare nei fatti, nelle ferite, nella verità nuda e cruda.

    Sei brani scritti tra il 2004 e il 2017, mai pubblicati prima. Gioè li aveva custoditi come documenti di un tempo irrisolto, appunti di anni in cui le canzoni nascevano per necessità e non per pianificazione. Oggi diventano prova di resa e liberazione, un gesto di riconciliazione con sé stessi e con ciò che il tempo aveva lasciato in sospeso. Nessun ritorno al passato, ma il bisogno di consegnarlo alla luce, una volta per tutte. Ogni brano conserva la temperatura di un’epoca personale e socio-culturale in cui dire la verità significava rischiare qualcosa e la musica era ancora un posto, forse l’unico, dove dirla.

    Oggi che la Sicilia vive una nuova esposizione mediatica, tra mitizzazioni seriali e rischi di semplificazione narrativa, “Piramide” (A.G. Production / Pirames International), rifiuta la retorica della tragedia spettacolarizzata e interviene lontano da qualsiasi racconto idealizzato. Gioè riporta l’isola alla sua gravità: memoria, famiglia, lavoro interiore, responsabilità civile.

    Non è un archivio riaperto; è un disco che si mette in ordine e prende forma tra desiderio di cambiamento, rabbia composta, elegia, blues e soprattutto rock’n’roll. Con una scrittura diretta, nervosa, chitarre in primo piano e nessuna smussatura, nessun accomodamento. Il rock, semplicemente, torna a fare il lavoro per cui è nato: stare dalla parte di chi non abbassa lo sguardo. Un modo di tenere la schiena dritta, senza voltarsi dall’altra parte.

    E vi è una linea morale sottile che attraversa la Sicilia quando rifiuta di farsi mito o vittima. È la stessa fibra che, in altre forme e altri tempi, ha abitato Sciascia, le poesie ferite e fiere di Buttitta, la nudità lirica di Beppe Salvia, gli sguardi senza protezione di Letizia Battaglia. Non si tratta di un’eredità rivendicata, né di genealogia dichiarata, ma dello stesso modo, fermo e consapevole, di stare dentro la realtà delle cose, di chi conosce il peso dei fatti e il dovere di nominarli.

    L’uso intrecciato di quattro lingue – italiano, francese, inglese e siciliano –è il segno di una vita spesa a guadagnarsi lo spazio per esistere fuori, senza cedere all’autoesotismo né invocare ritorni salvifici.

    Il brano d’apertura, “Mafia”, è il punto da cui tutto parte. Scritto in francese e siciliano, nasce come denuncia della complicità culturale che circonda il potere criminale. Gioè sceglie il francese per la prima parte del pezzo, come a voler tenere una distanza linguistica da ciò che ferisce se è troppo da vicino, ma la distanza non attenua, semmai, amplifica.

    «Mafia c’est les larmes d’un homme obligé de quitter sa terre»
    («La mafia sono le lacrime di un uomo costretto a lasciare la propria terra»)

    In questa frase c’è già tutto: l’esilio, la vergogna, la resa di chi non può restare. La mafia intesa non solo come “male assoluto”, ma come sistema che divora i propri figli, che toglie pane, dignità e casa.

    «Mafia c’est un père qui se suicide parce qu’il sait plus comment la nourrir»
    («La mafia è un padre che si suicida perché non sa più come sfamare la famiglia»).

    Non è una provocazione, ma un fatto sociale che si cela dietro la retorica delle serie TV e delle leggende criminali. Gioè utilizza la sua penna e la sua voce per parlare di miseria e di disperazione quotidiana. È la traduzione più cruda e letterale di cosa significhi vivere sotto il peso della criminalità organizzata, quando il ricatto economico diventa asfissia esistenziale. Un uomo comune schiacciato da un sistema che non lascia via d’uscita, un padre che non sa più come sfamare la famiglia e sceglie di togliersi la vita. È l’effetto collaterale di un territorio abbandonato a sé stesso, senza alternative concrete, senza lavoro e mani tese, solo nel silenzio che presenta il conto finale.

    Nel passaggio «Tout le monde plaisante sur eux mais eux ne rigolent pas» («Molti scherzano su di loro, ma loro non scherzano affatto»), vi è la condanna al linguaggio collettivo che banalizza il male, che trasforma una ferita in battuta, una tragedia in copione da fiction. Gioè ricorda che dietro quella parola, per altri, c’è un funerale.

    E in «Réveille-toi! Rebelle-toi! Crie très fort: Vafanculu Mafia!» («Svegliati, ribellati, urla forte: vaffanculo mafia»), non c’è alcun grido politico, ma la stanchezza di chi ha finito le metafore, l’urlo di chi non ce la fa più a vedere il dolore trasformato in icona, la povertà in show. Il “Vafanculu” non è volgarità fine a sé stessa: è l’unica parola possibile quando la retorica non basta più, quando servono gesti netti e linguaggi diretti. È un atto di rottura, il rifiuto secco di ogni complicità.

    Il siciliano arriva alla fine, come una sorta di sigillo morale: «Cu sì scanta rà muarti è un uamu muaittu. Cu arriesta pì com’è vivi pì siempri» («Chi ha paura della morte è un uomo morto. Chi resiste per come vive, vive per sempre»). È la chiave filosofica del brano, l’eredità di chi ha scelto di non piegarsi. Non è eroismo romanticizzato, è la consapevolezza che la dignità si misura nella capacità di stare in piedi, qualunque sia il prezzo.

    “Mafia” non denuncia, constata. E nel suo modo asciutto e disperato, dice molto, perché non spiega niente ma mostra tutto. Una dichiarazione di rifiuto, non di odio, e soprattutto, la volontà di non normalizzare più.

    Poi arriva la title-track, “Piramide”, dedicata al padre. Un dialogo che attraversa la malattia, il lavoro, la fatica di rialzarsi dopo una perdita. «Rassegnare, dimenticare e ricominciare» – canta Gioè -, come chi depone la pietra più pesante per poter tornare a respirare. L’immagine della piramide è costruzione e crollo, impalcatura di vita che si sgretola e poi tenta di ricomporsi. C’è dentro la dignità di chi non si arrende, la malinconia di chi finge normalità pur sapendo che «quel finta fa sentire il nulla dentro te». Le due voci che si rispondono – Paolo Gioè in palermitano e Omar Bakhit in egiziano -, sono due idiomi diversi che si uniscono in un unico lessico, quello del ricordo che diventa linguaggio privo di geografie, culture e religioni. La chiusura – «Ciao Pà, ti voglio bene!» – non è un congedo, ma la forma più diretta di gratitudine e riconciliazione possibile.

    In “Un Sicilien”, Gioè mette al centro la condizione di chi parte senza smettere di appartenere. Non c’è culto delle origini, ma la consapevolezza concreta di chi porta la propria terra nel modo di guardare il mondo, anziché nei souvenir. Un «volcan d’énergie qui se lève toujours» («vulcano d’energia che continua ad alzarsi»), dove la sicilianità è un modo di stare nel tempo, nella lingua, nella responsabilità verso ciò che si è stati e si è ancora. La voce cambia Paese, cambia accento, ma non abdica a sé stessa. Essere “sicilien”, qui, è portare addosso un’origine senza farne vessillo né alibi.

    La luce arriva con “Never betray me (… Merry Christmas)”, focus track del disco accompagnata dal videoclip ufficiale presentato in anteprima su Sky TG24. Nata nel 2016 con la band francese Les Branlagats e oggi riarrangiata da Alex Vecchietti, è una canzone sul legame indissolubile tra artista e strumento – «My instrument never betrays me, you stay with me all my life» («Il mio strumento non mi tradisce mai, tu resti con me per tutta la vita») -. Una traccia che non parla solo di musica, ma della necessità di un linguaggio che non tradisca mai e su cui sia sempre possibile fare affidamento, anche nei momenti di smarrimento. Il Natale evocato nel titolo non richiama la festa, ma l’ironia dolente del tempo in cui tutti fingono pace, mentre l’artista sceglie, ancora una volta, la verità. Se “Mafia” metteva a fuoco la sofferenza, “Never betray me (… Merry Christmas)” ne indica la via di salvezza possibile: la musica come unico territorio che non tradisce. Un messaggio asciutto, quasi notarile: quando tutto il resto vacilla, la musica rimane.

    In “Io, noi due… mai più” Gioè parla d’amore, ma come identità scucita. Quando il sentimento crolla, non resta il romanticismo, ma la perdita del proprio perimetro umano.

    «Falsa partenza, questa vita qua. Rimango senza, un sogno dentro me. Ed io sono distrutto, non esisto più.»

    Non è la rottura tra due persone, ma tra l’uomo e la propria immagine. La vita continua, ma non nello stesso corpo. È un dolore che si scrive in levare, come un referto, quello di «un cuore di vetro» che «fragile scoppierà». L’uomo si scopre scarto, avanzo, residuo. Gioè guarda i cocci e non li raccoglie, perché sa che i vetri incollati non tornano trasparenti.

    L’EP si chiude con “Branlagats blues in Sib”, un pezzo blues che è frizione pura, con la «voglia di salvare la musica e salvare anche noi». Questa linea, che potrebbe sembrare dichiarativa, è in realtà un bilancio morale. Nessuna ambizione salvifica; solo l’ostinazione di chi si sente responsabile di un mestiere e della propria dignità. La musica è rappresentata nella sua essenza più alta, come un lavoro serio, come unico spazio dove l’integrità non si baratta. La «polemica quasi bulimica» citata dall’artista, rappresenta l’accumulo di ciò che non si può più ingoiare in silenzio. Nell’oggi che dilania e ingerisce tutto, anche il dolore, questo brano si rifiuta di essere digerito.

    «Non volevo più avere paura delle mie stesse canzoni – racconta Andrea Gioè -. Le ho scritte quando non era tempo di pubblicarle. Oggi sì. Non per una questione di ego, ma per responsabilità.»

    “Piramide” non parla di un artista che si specchia nei propri brani: parla di noi, di un Paese che dimentica e di un Sud che ancora troppo spesso si racconta solo quando serve a vendere. Gioè, invece, sottrae la Sicilia al mito e la riporta alla realtà: una terra che ferisce ma forma, un’eredità che ha un peso, ma un peso che si sceglie ogni giorno di reggere senza retorica, come si fa con ciò che non si eredita, ma si assume.

    «”Piramide” è per mio padre, ma anche per la mia terra. Ho imparato che si può restare siciliani anche da lontano, purché non si rinunci a dire la verità.» – Andrea Gioè.

    Tracklist:

    1. Mafia
    2. Un Sicilien
    3. Piramide
    4. Never betray me (… Merry Christmas)
    5. Io, noi due … mai più
    6. Branlagats blues in Sib


  • La prudenza come tratto generazionale: “Il primo bacio sulla Luna” di Marino Alberti ne osserva le origini

    Negli ultimi mesi linguisti, psicologi e analisti del digitale stanno segnalando la stessa tendenza: nelle relazioni ci si parla molto, ma ci si dice poco. Le frasi arrivano tardi, le intenzioni vengono diluite, la chiarezza viene rimandata. È un comportamento che attraversa tutte le fasce d’età, con un impatto ancora più evidente nelle generazioni cresciute dentro la comunicazione continua.

    Nelle analisi più recenti sul modo in cui ci si relaziona, dalla gestione dei messaggi alla cautela nel dichiarare le intenzioni, molti studiosi stanno descrivendo una difficoltà crescente nell’esprimere i propri sentimenti. Una dinamica trasversale, che attraversa contesti e fasce d’età diverse e che molti considerano uno dei tratti distintivi della comunicazione contemporanea.

    In questo quadro si inserisce “Il primo bacio sulla Luna“, il nuovo singolo di Marino Alberti, cantautore e polistrumentista con oltre 2,5 milioni di stream, una carriera costruita su palchi di primo piano e collaborazioni di livello nazionale e internazionale (PFM, Loredana Bertè, Patty Pravo, Emma Marrone, Faso, Lewie Allen, Riccardo Kosmos).

    Il brano non tratta l’innamoramento di per sé, ma il momento in cui una persona decide di non muoversi più attorno alle proprie difese e sceglie di raccontarsi all’altro in totale trasparenza. Una scelta naturale solo a livello logico, ma che nella pratica di oggi raramente lo è.

    La scena da cui parte il pezzo – un bacio “sulla Luna”, lontano dalle cautele che regolano molti rapporti – non è un espediente, ma il modo di raccontare cosa avviene quando si interrompe l’abitudine a lasciare tutto in pausa e ci si assume il rischio di essere leggibili, chiari prima di tutto con sé stessi e poi con l’altro. Allo stesso modo, il verso portante, «Non c’è mistero se quello che provi è vero», contiene l’intero orientamento del brano. È un’affermazione controcorrente in un tempo che spesso premia la distanza come forma di autodifesa e considera la trasparenza un’esposizione eccessiva.

    La scelta della Luna, che nella cultura popolare è sempre stata un luogo di proiezione, traccia una dimensione in cui convivono promesse, sentimenti e possibilità. Fin dall’antichità, arrivando ai giorni nostri passando dall’allunaggio, la luna simboleggia tutto ciò che sembra irraggiungibile finché qualcuno non decide di oltrepassarlo.

    In questo brano, la sua funzione emblematica coincide con un altro importante aspetto, quello della sottrazione volontaria alle corazze che quotidianamente indossiamo per difenderci dal mondo. La luna diventa lo spazio dove le frasi non devono attendere il momento ideale per essere pronunciate, il luogo in cui l’incertezza smette di filtrare ciò che si prova davvero.

    La scrittura di Alberti entra in questo discorso in modo diretto, delineando un partner che non viene idealizzato né proiettato, ma percepito come figura quotidiana, riconoscibile, fatta di dettagli, esitazioni, singolarità che lo rendono prezioso senza mitizzazioni.

    Nel testo compaiono elementi che Marino utilizza per definire un contesto – crateri, ricami sui muri, la luna cucita sul petto –, volti a descrivere una generazione che alterna slanci immediati a ritirate improvvise, che chiede chiarezza e allo stesso tempo fatica a sostenerla.

    Tra essenzialità, attenzione al dettaglio e un arrangiamento che accompagna le parole del testo, “Il primo bacio sulla Luna” è un passo ulteriore in un percorso che negli ultimi anni ha mostrato una maturazione evidente, anche nel modo in cui Alberti inserisce la propria scrittura dentro il modo in cui oggi si ragiona sulle relazioni.

    Il brano anticipa nuove tappe del progetto discografico dell’artista, che proseguirà seguendo la stessa direzione: guardare le ombre, i tentativi di chiarezza, il continuo equilibrio tra bisogno di proteggersi e desiderio di essere compresi.

    “Il primo bacio sulla Luna”, porta l’ascoltatore a riflettere su un sentimento che potrebbe nascere se si smettesse di tenerlo prigioniero di insicurezze e retaggi culturali. Nel dibattito attuale sulle forme di comunicazione affettiva, offre un punto d’osservazione che coincide con molte analisi: il momento in cui la cautela smette di essere protezione e diventa distanza.

  • Il primo album di Sergio Melone è un disco sulle parti mancanti, su ciò che avrebbe potuto cambiare tutto e non lo ha fatto

    È insegnante di inglese, attore – il pubblico lo ricorda nel ruolo di Eduard Zonte nella serie “Maggie & Bianca Fashion Friends” – content creator e cantautore. Con “Deleted Scenes”, il suo debut album, Sergio Melone riunisce queste dimensioni apparentemente distanti in un progetto che sintetizza la sua esperienza tra musica, didattica e racconto digitale: dieci brani (più un’intro) in lingua inglese che si muovono tra vita quotidiana e linguaggio cinematografico, con un’impostazione più adulta rispetto ai lavori precedenti.

    Il punto di partenza sono le scene che non vediamo. Quelle che si fermano prima di trovare una forma, che avrebbero potuto modificare una relazione e che invece sono rimaste e restano confinate nella memoria di chi le aveva immaginate. “Deleted Scenes” nasce da qui, dalle storie che non hanno fatto in tempo a diventare tali, dalle possibilità interrotte sul nascere, dagli inizi che non si sono mai trasformati in un capitolo vero e proprio.

    Il progetto discografico si incrocia con grande naturalezza alla sua attività di docente: insegnando, Melone si confronta ogni giorno con una generazione che vive relazioni brevi, discontinue, spesso interrotte prima di trovare una forma. Un’osservazione diretta che coincide con quanto emerso da diverse ricerche internazionali degli ultimi anni, secondo cui una quota crescente di rapporti, soprattutto tra i giovani, si ferma nelle primissime fasi, senza arrivare a definirsi come legami stabili. “Deleted Scenes” trova la sua collocazione proprio nella zona intermedia in cui molte relazioni oggi si muovono. Un territorio in cui le probabilità non diventano mai esperienza e che, proprio per questo, lascia una traccia più complessa di quanto appaia.

    Quello di Melone non è un album costruito sull’intimismo, ma un progetto che prende in prestito una categoria propria del mondo audiovisivo per leggere un fenomeno molto attuale. Le scene tagliate diventano un modo per osservare le relazioni che si arrestano prima di avere una direzione chiara e consentono all’artista di lavorare su questo terreno con una scrittura più solida e più definita, utilizzando l’idea di montaggio come cornice attraverso cui guardare ciò che rimane quando una storia non arriva alla sua versione definitiva.

    Il disco si apre come un archivio di momenti cancellati: frequentazioni che non hanno trovato la loro forma, messaggi rimasti senza risposta, capitoli che avrebbero potuto diventare altro se solo il tempo, il coraggio o una parola diversa avessero spostato l’asse della storia.

    Dentro questo archivio prende forma una sequenza di brani che, da prospettive diverse, tornano allo stesso punto d’origine.

    C’è l’istante in cui una relazione si spezza e la quotidianità perde orientamento (“Without Me”), il rimpianto che riemerge quando tutto è già svanito (“With Me”), la distanza resa come un’eclissi tra due corpi celesti (“The Sun and the Moon”), fino al peso delle parole che segnano un limite definitivo (“The Reason Why I’m Broken”). In altri momenti la grammatica del cinema diventa strutturale: la scena perfetta che vive solo nella mente (“My Perfect Movie Scene”), il dietro le quinte di quello che non è mai stato detto (“Deleted Scene”), la confessione di un sentimento che arriva troppo tardi (“Dear Lover”). E poi c’è lo spazio più intimo, quello del lutto, con “Hey Girl”, in cui l’assenza familiare continua a orientare la vita quotidiana; e la chiusura affidata a “A Million Stars”, che apre uno spiraglio senza forzare un esito consolatorio.

    «”Deleted Scenes” – dichiara l’artista -. Rappresenta quello che non ho vissuto fino in fondo. Le scene che avrei voluto vedere sullo schermo della mia vita, ma che non sono mai state girate davvero.»

    Il filo conduttore è la domanda che attraversa tutte le dieci tracce:

    Cosa resta delle persone che se ne vanno prima che la storia abbia una forma? E cosa resta di noi quando proviamo a mettere ordine tra le possibilità perdute?

    Il progetto alterna pop ballad intime e un linguaggio che guarda alla narrativa cinematografica più che alla retorica amorosa. Il montaggio diventa la chiave di lettura di un sentimento che si compone e scompone continuamente, lasciando fluire voci interiori, monologhi, tentativi di dialogo, frasi immaginate e altre che arrivano troppo tardi.

    “Deleted Scenes” porta nel pop una categoria tipica del linguaggio audiovisivo e la usa per leggere un comportamento molto contemporaneo: rapporti che si consumano prima di diventare storie. È in questa zona d’ombra, tra ciò che sarebbe potuto accadere e ciò che non ha avuto il tempo di accadere, che Melone struttura il suo lavoro più consapevole. Un album dove tutto avviene fuori dall’immagine principale: nelle parole che non arrivano, nei frammenti che continuano a incidere anche quando sembrano scomparsi. È in quella parte marginale — quella che di solito resta fuori campo e fuori copione — che Melone trova la sua scrittura più nitida.

    “Deleted Scenes” – Tracklist:

    1. Intro
    2. A Milion Stars
    3. Deleted Scenes
    4. The Reason Why I’m Broken
    5. With Me
    6. The Sun and The Moon
    7. Stay
    8. Hey Girl!
    9. My Perfect Movie Scene
    10. Dear Love
    11. Without Me

    “Deleted Scenes” – Track by Track:

    Intro. Un’apertura essenziale, quasi un varco: prepara l’ingresso nel mondo del disco, introducendo il tema centrale delle scene mancate e del non-detto.

    A Million Stars. Il vero e proprio inizio dell’album. Un brano che apre alla possibilità di ricominciare senza negare ciò che si è attraversato. Nitido, non consolatorio, quasi un nuovo inizio che non forza direzioni ma lascia respirare l’orizzonte.

    Deleted Scene. La title track, lo spazio simbolico in cui convergono tutte le storie dell’album. Il brano è un “dietro le quinte” sulle emozioni, tra ciò che si sarebbe potuto dire e ciò che non è mai stato pronunciato.

    The Reason Why I’m Broken. Il pezzo più duro dell’album, un atto d’accusa verso il peso delle parole e delle definizioni date con leggerezza. La struttura è tesa, frontale, quasi un fermo-immagine del cuore.

    With Me. Un brano che guarda al rimpianto con occhi meno ingenui. Qui Melone introduce il tema cardine dell’album: ciò che sarebbe potuto accadere se la storia avesse avuto una sola pagina in più.

    The Sun and the Moon. Distanza, idealizzazione, attrazione non corrisposta: il brano trasforma una metafora astronomica in un racconto sulla disparità di un sentimento che segna l’inizio di tante storie mai nate davvero.

    Stay. Una ballad che si muove tra il desiderio e il commiato, con immagini che sembrano provenire direttamente da un set cinematografico mai esistito.

    Hey Girl. Il capitolo più intimo del disco, un dialogo con un’assenza che non riguarda l’amore, ma il lutto. Una lettera che conserva la delicatezza delle storie familiari che continuano a parlarci anche quando non abbiamo più modo di rispondere.

    My Perfect Movie Scene. Qui entra in gioco la grammatica del cinema: la scena perfetta che vive solo nella mente di chi l’ha immaginata. Il brano è il manifesto del concept, tra illusioni narrative e sabotaggi interiori.

    Dear Love. Una confessione tardiva, una lettera che arriva dopo la fine. Il focus non è il rimpianto, ma il confronto con le proprie mancanze.

    Without Me. Il punto di fine e al tempo stesso di origine: l’istante in cui una relazione si frantuma e la quotidianità perde il suo suono. La canzone è un ritorno mentale agli attimi precedenti alla fine, con un linguaggio diretto che rende perfettamente l’impatto di un distacco improvviso.

  • Quando i featuring sono ancora incontri, non operazioni algoritmiche: DannyZ e Lortex insieme su “Ti Cerco Ancora”

    Ci sono collaborazioni che seguono percorsi prevedibili: il confronto dei numeri, l’incastro delle fanbase, la lettura dei dati. E poi ce ne sono altre che si accendono senza interessi o strategie, in uno spazio laterale del music biz, in un DM che cambia la direzione di un pezzo. “Ti cerco ancora” nasce così: DannyZ invia una demo; Lortex risponde con una strofa già chiusa. Sessanta minuti. Nessun aggiustamento. Il brano è completo.

    Una traccia realizzata fuori dai tavoli decisionali, dalle previsioni di resa e dai piani di impatto. Solo un ascolto e la sintonia tra chi riconosce un linguaggio affine. Oggi che i featuring vengono spesso letti come somma di pubblici, con tanti dibattiti sull’effetto moltiplicatore delle platee e sull’idea di operazione algoritmica, “Ti cerco ancora” si fonda su un riflesso immediato, istintivo, che precede la progettualità e riporta al senso originario delle collaborazioni musicali.

    Il brano trova la propria dimensione nell’attuale cartografia della mancanza, quella che non coincide quasi mai con un addio definitivo, ma con le zone intermedie, dove niente si interrompe davvero e niente riparte – «Ti cerco ancora, ti cerco ancora, nei messaggi che non mando». Una frase che descrive perfettamente come funzionano le relazioni oggi. Non si archivia, non si cancella: si resta in bilico. Il ritratto di una generazione che conserva tutto: chat, foto, contatti. Che lascia sempre uno spiraglio aperto, anche quando sarebbe il momento di chiudere.

    La chiave del brano è proprio nel non detto che pesa più delle parole, nei WApp mai inviati, nella ritualità di una ricerca che non passa attraverso i fatti, ma resta intrisa nelle pieghe di un’abitudine che continua a bussare e farci sentire a casa.

    Nelle ricerche più recenti sulla comunicazione privata emerge un comportamento ricorrente: molte interazioni interrotte non vengono cancellate, ma restano in forma di chat riaperte, note vocali eliminate prima di premere il tasto Invia, bozze che si accumulano senza mai diventare messaggi spediti. È un archivio informale, fatto di tentativi trattenuti, che ormai accompagna buona parte delle relazioni digitali. “Ti cerco ancora” si colloca proprio lì, in quelle conversazioni che non si ha il coraggio di chiudere o di riaprire del tutto.

    «“Ti cerco ancora” – racconta DannyZ – è nata in un momento in cui sentivo l’urgenza di mettere ordine nei pensieri. Parla di chi rimane anche quando tutto sembra concluso. Quando ho fatto ascoltare la demo a Lortex, ho capito che avrebbe colto subito il senso che avevo in testa: la sua strofa ha completato esattamente ciò che non riuscivo a dire da solo.»

    «Dopo un’ora avevo già scritto la mia parte – prosegue Lortex -. È arrivata nel momento esatto in cui serviva, come se il brano mi avesse chiesto di entrare. Sono felice che la mia scrittura si sia armonizzata con quella di DannyZ e con l’atmosfera del pezzo.»

    Il valore di questa release risiede nella sua capacità di fotografare un tratto specifico del nostro tempo, quello della consuetudine digitale che lascia spiragli aperti ovunque.

    Con Lortex — nome che negli ultimi anni ha consolidato un posto stabile nella nuova scena urban-pop — Dannyz trova un incastro naturale, che non richiede adattamenti artistici o compromessi sonori. La loro combinazione si percepisce nella fluidità dei versi, nella velocità della scrittura, nella spontaneità con cui i due timbri si avvicendano.

    “Ti cerco ancora” è un brano nato senza l’intenzione di diventare un duetto, ma è proprio questa origine a renderlo così coerente. È un incontro che trova da solo la propria forma, nella naturale continuità tra due scritture che, per una volta, non hanno avuto bisogno di essere allineate per funzionare.

  • Tossico non significa sempre violento: la canzone che parla delle gabbie costruite con le proprie mani

    Il vero ricatto del presente è la conoscenza. Abbiamo la grammatica esatta per definire ogni male – relazione tossica, dipendenza affettiva, gaslighting, ghosting – ma se sapere non salva, si trasforma in una condizione di condanna a rimanere. L’individuo dispone della diagnosi perfetta, ma vi è un’ostinata permanenza nel danno, una zona franca dove la ragione è vigile, allertata, ma la volontà si nega all’atto finale.

    In questa paralisi del sé, dove il vocabolario psicologico non basta a sciogliere il nodo, nasce “Veleno“, il nuovo brano di LUVI per Troppo Records. L’artista milanese, classe 2003, forte di una preparazione tecnica che le è valsa il secondo posto al Premio Mia Martini e la semifinale a Una Voce per San Marino, compie un’analisi sul fallimento dell’azione, sulla complicità con il danno che ci rende simultaneamente consapevoli e immobili dentro ciò che ci logora.

    In “Veleno”, il legame descritto è individuato come dannoso, ma il richiamo a esso resta irresistibile. Un ossimoro che si allontana dal lamento per tradursi in una moderna disamina musicale su un fenomeno sempre più discusso e vissuto dalla generazione Z, quello dei confini liquidi e delle decisioni affettive auto-sabotanti.

    I dati sul benessere giovanile, infatti, disegnano uno scenario di forte contraddizione. Sebbene un giovane su due abbia avuto esperienze affettive oppressive (Indagine del Consiglio Nazionale Giovani e dell’Agenzia Nazionale per i Giovani, 2024), la vera distonia è nel riconoscimento. La generazione più informata sulle dinamiche relazionali dichiara che molti dei rapporti attuali generano ansia, ma solo il 15% degli intervistati lo ammette nel proprio legame. Si è capaci di definire il confine altrui, ma si è disarmati di fronte alla propria esperienza.

    Non si tratta di un’emergenza marginale, ma di un fenomeno strutturale che attraversa le nuove generazioni. Una logica del trattenersi che si ripete in silenzio, molto prima che diventi allarme. Perché le relazioni tossiche non sono solo quelle con violenza evidente: sono anche quelle in cui si rimane per abitudine, per paura della solitudine, per l’illusione che l’altro possa cambiare. Quelle in cui si annega consapevolmente, in un veleno che si continua a bere.

    «Ho scritto “Veleno” perché sentivo il bisogno di dare un nome a quella sensazione che ti pervade quando sai che una persona ti sta facendo del male, ma non riesci a staccarti – afferma LUVI -. Non è una questione di debolezza, è dipendenza mascherata da amore. Scrivere questo brano è stato un modo per guardare quella parte di me in faccia e capire che conoscere rischi e possibili conseguenze non basta. Serve il coraggio di agire. E per trovarlo, a volte devi toccare il fondo.»

    La voce dell’artista resta calma, quasi rassegnata, mentre descrive un rapporto cresciuto insieme a lei ma ormai diventato una gabbia. Non traspare alcun sentore di rabbia o vendetta; solo la constatazione di un male che «non passa», che si è infiltrato nel sistema, come un virus identificato ma ancora attivo.

    Non è la storia di una vittima, ma di chi, pur riconoscendo la tossicità come un veleno, continua a eleggerla a sostanza vitale.

    Il brano porta con sé il rumore sordo della disillusione, di un legame che corrode l’identità pur essendone parte integrante. Per LUVI, il veleno non è solo l’altro, ma l’alterego che accetta e desidera quel dolore:

    «Ma sei veleno in cui ci annego. Tu il mio alter ego, ne farò a meno»

    La figura dell’alter ego è l’ammissione di una personalità interamente plasmata dal rapporto, la proiezione di chi si è diventati dentro quella relazione. Una versione di sé che non si riconosce più, ma in cui si resta intrappolati. E quel «ne farò a meno» è un proposito, una fede ancora da conquistare. Il tentativo di convincersi che sia possibile uscirne.

    Ma è nel cambio di lingua, dall’italiano all’inglese, che troviamo un netto passaggio dalla rassegnazione all’affermazione, dalla dipendenza all’autodeterminazione:

    «And I try to get over you, now is came the bad bitch who was made by you»
    («E provo a lasciarti andare, ora è arrivata la bad bitch che sei stato tu a generare»)

    Questa frase è un affrancamento dialettico, la messa a fuoco di un dolore che non annienta ma modella. La nuova, più forte versione della protagonista – la “bad bitch” – non è nata nonostante la relazione, ma è stata forgiata proprio dall’esperienza nociva. La sofferenza, anziché distruggere, ha involontariamente innescato il distacco e la riappropriazione di sé. La “cattiva ragazza” non è vendicativa, ma resiliente, tenace, creata dalle ceneri della relazione. Per l’artista, questa è la vera forma di giustizia personale: non la vendetta, ma riprendersi e ricominciare da sé stessi.

    Perché nonostante l’affanno e il tormento, l’uscita da questo circolo vizioso è la genesi di una nuova forza.

    «Il “veleno” non è solo la storia o l’altra persona, ma la parte di noi che accetta il male. Scrivere questa canzone è stato l’inizio di una chiarezza che non pensavo di poter raggiungere. Il processo è stato doloroso, ma mi ha forgiata.»

    LUVI ha scelto di camminare su quel territorio instabile dove la fine è già scritta ma il corpo ancora non riesce a voltare pagina. Il bilinguismo – l’italiano per i ricordi, l’inglese per la presa di coscienza –serve a segnare il passaggio da un prima a un dopo, dalla rassegnazione alla riconquista di sé.

    Con “Veleno”, la cantautrice milanese ci offre una chiave di lettura per le contraddizioni etiche e affettive che definiscono l’età adulta in costruzione, dove spesso la coscienza è già chiara, ma l’azione di salvezza è in ritardo. Perché sapere serve, ma non basta. A volte, bisogna smettere di aspettare che il veleno faccia effetto, e decidere di guarire.

  • La responsabilità generazionale: chi cresce con un fucile in mano senza aver scelto nulla

    «Se ci fosse tuo figlio lì in mezzo non premeresti il bottone»
    «Pronto a morire per i miei ideali ma non per lo stato che non mi dà un ca**o»

    La prima immagine è un bottone. E un dito che, in un mondo ideale, non dovrebbe premerlo mai. Visto da lontano è strategia militare. Da vicino, è il trauma di chi torna – quando torna – senza più un nome da riconoscere allo specchio. Un’identità riscritta dal conflitto, spostata altrove, pur abitando lo stesso corpo.

    La guerra, non è quella dei film, quella raccontata nei trailer. Non ci sono cori sulle rovine, rallenty, eserciti schierati davanti a una macchina da presa o bandiere che sventolano al momento giusto. È realtà entrata nel quotidiano, dinamica e meccanica di potere; una catena di comando che scende verticale e atterra sul gradino più debole: il corpo di chi non firma, non decide, non ha voce in capitolo. Un contratto firmato da altri, eseguito da chi non ha letto le clausole.

    Tra chi preme e chi scompare, tra il dito che decide e il corpo che paga, si innesta “Soldato” di Err Naif (Daylite Records/prod. Purlple D btz), un brano che spoglia il conflitto da ogni mitologia, levandogli la divisa elogiativa e riportandolo al suo bilancio reale: quello in cui non ci sono eroi, ma pedine, vite trattate come variabili, coscienze dismesse al rientro e rientri che non somigliano mai a un ritorno vero.

    L’artista sovverte la retorica bellica attraverso il prisma della coscienza ferita e della responsabilità generazionale, discostandosi dal presentare una canzone sulla guerra per proporre, invece, un’autopsia lirica del conflitto moderno, visto dagli occhi di chi non ha voce nei summit, di chi conosce l’ordine gerarchico solo quando diventa comando cieco e impara la parola “Stato” solo quando gli chiede qualcosa in cambio della pelle. Non si tratta di un racconto di schieramenti, ma di un inventario di conseguenze e di prezzo: chi lo paga, chi lo riscuote, chi incassa medaglie per conti saldati da altri. È l’anatomia di una generazione chiamata a farsi carico di un fardello che non le appartiene, che deve fare i conti con scelte che non ha preso, e che ancora troppo spesso incontra l’età adulta con un fucile tra le mani.

    C’è l’asimmetria tra chi firma i conflitti e chi li combatte, tra chi accumula denaro e chi si dissolve, in quel «meno dell’uno per cento» dove «il popolo resta impotente». Un j’accuse eretto sulle macerie, gli arti, i figli degli altri, la coscienza che non torna a casa insieme al corpo.

    Ucraina e Medio Oriente sono descritte al di là dei contesti geopolitici: assumono il suono di un ronzio costante nelle orecchie di chi cresce sapendo che le decisioni cadono dall’alto, sempre altrove. Un’inquadratura fissa negli occhi di chi non siede al tavolo dove si decide la posta, di chi arriva quando il tavolo è già saltato e opta per l’estraneità forzata a un gioco dove a rimetterci non è mai il banco – «Israele o Palestina, non so ma scommetto» -.

    Il “Soldato” di Err Naif è già un reduce mentre combatte, perché sa che l’unica cosa che non tornerà in patria non è il corpo, ma l’integrità psichica – «Se ritorno vivo non ho più una coscienza». Qui, il rapper trascende il racconto di cronaca e tocca il tema della dissociazione post-bellica, perché la guerra non termina mai al cessate il fuoco, ma continua nelle notti senza sonno, nelle allucinazioni acustiche, nel rumore che resta addosso, tra i pensieri e sottopelle, quando il mondo prova a dichiararsi “di nuovo normale”. Un immaginario che non ha appigli poetici, ma la sintassi della polvere, della freddezza strategica, della vita che vale meno di un bottone premuto a distanza. È il tipo di rap che rifiuta la distanza protettiva e trova la sua ragione d’essere nell’esporre la faglia tra l’ideale e l’ordigno, in un bollettino scritto da chi non compare in quelli ufficiali.

    «Quando ho scritto “Soldato” – dichiara l’artista – non pensavo alla geopolitica, ma al suono degli spari che resta nella testa anche a conflitto finito. Volevo scrivere un pezzo in cui la medaglia pesasse meno di un’ora di sonno tranquillo. È la storia di tutti quelli che non possono permettersi di pensare in termini di strategia, ma solo di sopravvivenza.»

    “Soldato” è un testo scolpito nel senso e nei controsensi della nostra attualità, un brano che attraverso la densità ritmica e lessicale del rap, impone una riflessione ineludibile sulla responsabilità sociale e sul peso dell’obbedienza cieca. Perché se l’ideale giustifica la guerra solo a distanza, finché a combatterla sono i figli degli altri, davanti al volto dei propri nessuna autorità morale può reggere.

  • “Grazie per il trauma”: un EP dal titolo che introduce un racconto generazionale

    «Ciao, sono Matilde. E questo è il mio modo elegante per dire “Mi hai distrutta”.
    Sì, ma almeno ci ho fatto un EP
    ».

    Con queste parole, tratte da “Fiori (0)”, Matilde, all’anagrafe Matilde Montanari, vincitrice de I Visionatici 2025, apre “Grazie per il trauma (live session EP)”, il suo primo progetto discografico composto da cinque brani inediti registrati interamente dal vivo, senza autotune, senza correzioni, in presa diretta allo Studio 52 di Forlì.

    Un lavoro nato dal basso, costruito, come dice lei, “senza portafoglio”, giorno dopo giorno, con ostinazione, creatività e tanta verità.

    La scena è una stanza di legno e cavi, il microfono a pochi centimetri dal respiro, i musicisti disposti a semicerchio, le luci basse dello studio e la volontà di registrare senza editing. Una scelta che colloca il progetto dentro la nuova ondata di produzioni “live” che stanno tornando nei radar di critica e pubblico come risposta alla saturazione di suoni plastificati.

    L’EP prende forma così, con una serie di sessioni consecutive in cui Matilde incide le cinque tracce come fossero pagine di un diario lasciato aperto sul tavolo, e la sua voce — pulita, centrata, con una maturità che sorprende per età e controllo — trova negli arrangiamenti un abito che la accompagna, che la avvolge senza mai limitarla. La band segue le sue linee lasciando che il timbro resti in primo piano e mostri quanto sappia sostenere il peso di una registrazione in presa diretta.

    Il risultato è un EP che entra a pieno titolo in uno dei trend più rilevanti del 2025: il ritorno del “live reale” come contrappunto ai linguaggi perfetti e omologati, un territorio in cui la resa vocale torna a essere materiale creativo e non un effetto di post-produzione.

    L’impianto dell’EP affonda nella relazione tra trauma, elaborazione e identità musicale: un tema che attraversa la cultura contemporanea – dai forum di psicologia pop alle playlist confessionali – e che qui assume una dimensione narrativa concreta.

    Nei cinque brani, che si muovono con naturalezza tra jazz, pop, funk, soul, melodia italiana e scrittura diaristica, emergono le spaccature, gli scarti, le domande a cui si torna persino quando si tenta di dimenticarle.

    Il brano “Ogni goccia” racconta l’amore che prosciuga, il tempo impiegato a cercare un senso, l’alternanza costante tra desiderio e rinuncia. Un pezzo che oscilla tra il pentimento, l’attesa e quel freddo improvviso che resta addosso e sottopelle quando ci si accorge di aver dato tutto a chi non sapeva starci accanto.

    Come fanno i gatti” è il capitolo della dipendenza affettiva, quello sull’attaccamento, dove la tenerezza convive con una distanza che non si riesce più a colmare. Le promesse, i ricordi, le abitudini condivise diventano una gabbia da cui non si esce facilmente, per poi arrivare all’ammissione più onesta del testo: si resta legati anche quando l’amore tira in direzioni opposte.

    Disordin3” lavora sul tema della forma da ritrovare, del posto da meritarsi; mentre “Fiori (0)” e “Post-it” aprono e chiudono un ciclo interiore che Matilde interpreta con una consapevolezza rara per una ventenne.

    La scelta della live session, quasi ascetica nella sua essenzialità, rafforza la caratura del progetto e lo colloca in quella corrente di produzioni che stanno ridefinendo il valore della presa diretta nell’attuale panorama discografico italiano. Una decisione spinta dall’urgenza di restituire al suono la sua dimensione naturale, priva di stratificazioni digitali.

    «Ho scelto di fare un EP “vivo” perché credo che oggi, in un mondo pieno di filtri e perfezione artificiale, ci sia un bisogno enorme di autenticità – dichiara Matilde -. Desideravo che si sentissero i respiri, le imperfezioni, la pancia. Scrivere mi ha ridato aria quando sentivo di soffocare: ogni canzone è arrivata come un frammento di guarigione. Ho costruito questo progetto “senza portafoglio”, ma con tutto il coraggio che avevo: ho barattato foto in cambio di ospitate ai festival, ho suonato per le strade per raccogliere fondi per il release party, ho trovato sul mio cammino persone vere che hanno creduto in me anche quando io dubitavo. E ci tengo a ringraziarle tutte. In particolare, i meravigliosi musicisti che hanno suonato nel disco (Mattia Zoli alla batteria, Vito Bassi al basso, Andrea Bonetti alle tastiere e Mattia Mennella alla chitarra). E poi Luca Medri e Cosascuola Music Academy, casa dei miei primi passi, Giordano Sangiorgi, direttore del MEI, che ha sempre dato spazio alle nuove voci, e la mia vocal coach Paola Folli, che con attenzione e fiducia mi ha portata verso la mia voce vera. “Grazie per il trauma” è il mio “eccomi”, il mio primo passo nella musica che desidero fare davvero: viva, sincera, senza trucco. Mi rappresenta nelle mie crepe e nella mia luce.»

    “Grazie per il trauma” ci ricorda che quello che fa soffrire può anche salvare. Che il dolore non va cancellato, ma attraversato. E che si può ancora fare arte vera, quella che parla con onestà, anche senza soldi, se hai cuore, persone buone accanto e una necessità comunicativa che chiede spazio e lo trova in forma canzone.

    “Grazie per il trauma” – Tracklist:

    1. Fiori (zero)
    2. Come fanno i gatti
    3. Ogni goccia
    4. Disordin3
    5. Post-it

  • Cosa vediamo quando ci guardiamo? “Trasparente” è l’EP con cui Sara J Jones definisce un nuovo perimetro personale

    «Essere trasparenti non vuol dire essere vuoti. É avere il coraggio di farsi vedere per ciò che si è davvero. Di non nascondere le crepe, le paure, i desideri. La trasparenza non è debolezza, è verità. (…..) È togliere il filtro, è mettersi davanti uno specchio. Uno specchio, il mio specchio, nel quale potete riconoscervi anche voi. Ti mostrerà com’è l’anima, quando è in pace o quando non lo è. Ma la cosa importante è non nascondersi mai».

    Sono le parole di “Intro”, brano che apre “Trasparente” (ADA Music Italy/Warner Music Italy), il nuovo EP di Sara J Jones. Un progetto che entra nel discorso contemporaneo su come ci raccontiamo, cosa lasciamo vedere e cosa resta in quegli angoli bui che proteggiamo da sguardi indiscreti. Cinque tracce che usano la scrittura, l’immagine e il suono per definire un’identità chiara e leggibile, fatta di riflessi, contraddizioni e zone di sé finora rimaste in ombra.

    Il modo più onesto per mostrarsi senza aggiunte superflue, come se l’artista avesse deciso di posare lo specchio davanti a sé e, allo stesso tempo, offrirlo a chi ascolta. Un invito a non schermarsi, a “togliere il filtro” e guardarsi senza giudizio, con tutte le proprie fragilità.

    Sentirsi trasparenti, oggi, non coincide obbligatoriamente con il bisogno di mostrarsi senza essere notati. È una condizione più sottile, quasi laterale: la sensazione di attraversare esperienze, relazioni e contesti senza lasciare un’immagine nitida di sé. Una presenza che non sparisce, ma che scivola ai margini quando la percezione che abbiamo di noi stessi non riesce a trovare un punto fermo. L’EP nasce anche da qui: dal tentativo di dare una forma a quello che spesso, volutamente, confiniamo ai bordi della nostra attenzione, riportando densità alle parti che tendiamo a silenziare. In questo senso il disco non tratta la fragilità come un elemento da esibire o proteggere, ma come qualcosa da capire, riconoscere e usare per definirsi meglio nei propri spazi quotidiani.

    “Trasparente” è un EP concettuale, che attraversa l’amore, la malinconia, le contraddizioni, il sarcasmo e l’estetica dell’imperfezione come chiave per riconoscersi. Un progetto con cui Sara J Jones decide di mettere ordine nel proprio immaginario, raccogliendo i capitoli che hanno dato vita ad una nuova versione di sé. Più matura. Più consapevole. Più serena.

    Una serenità ricercata prima e consolidata poi tra verità scomode e omissioni necessarie, che trova la sua iconografia nella copertina del disco: Sara è seduta a terra, di spalle, mentre regge uno specchio piccolo, che riflette solo il volto. Per lei lo specchio non un oggetto scenico, ma un punto di osservazione: una porzione di sé che decide di mostrare e, nello stesso momento, di guardare. La sua immagine di spalle, che non offre una visione frontale, comunica che la verità non è mai immediata. Perché il punto non è mostrarsi, ma scegliere come farlo.

    Nei testi, questo approccio appare con maggiore chiarezza: dalle nuvole “stile Magritte” che cambiano forma a seconda dello sguardo, ai percorsi non lineari di “Wabi Sabi”, fino ai tagli netti e sarcastici di “Solo a guardarti mi annoio”. La trasparenza si spoglia del candore per diventare rivelazione, anche quando significa soffrire.

    Tra elettronica morbida, r’n’b, pop contemporaneo e una scrittura che sin dal primo singolo le è valsa il riconoscimento della stampa come una delle giovani penne più interessanti della nuova scena indipendente, Sara J Jones opta per cornici sonore minimal, nitide, che regalano il primo piano alle parole e a un sottotesto che si priva di ogni eccesso, di ogni abbellimento, di ogni copertura.

    “Trasparente” è un disco che respira, che non ha paura del vuoto tra un verso e l’altro. La produzione, realizzata da Sam Lover e YngTocx, lavora sull’ambiente, sui dettagli che trovano la loro collocazione naturale quando si decide di non saturare. Una scelta che conduce la cantautrice milanese verso una direzione più matura e definita rispetto ai lavori precedenti.

    «”Trasparente” – dichiara l’artista – è il mio riflesso. Dentro c’è tutto ciò che mostro e tutto ciò che proteggo. Ho scelto di lasciare spazio alle mie contraddizioni, alla mia ombra e alla mia luce: ogni brano è un frammento, un pezzo di me che non avevo mai raccontato in questo modo. È il progetto che segna l’inizio di una solidità nuova: un lavoro vero di squadra, una serenità diversa, una ricerca musicale che finalmente sento mia. Racconta chi sono, come spero possa parlare anche a chi cerca di capirsi davvero.»

    Con “Trasparente” Sara J Jones mette un punto e riparte da qui: da un lavoro che definisce una direzione precisa e che apre un nuovo capitolo del suo percorso. Le cinque tracce dell’EP ne rappresentano la struttura, ognuna con un ruolo diverso all’interno di questo equilibrio.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Trasparente” – Tracklist:

    1. Intro
    2. Nuvole
    3. Solo a guardarti mi annoio
    4. Sfumature blu
    5. Wabi Sabi

    “Trasparente” – Track by Track:

    Intro. L’apertura, il rifiuto netto che l’idea di trasparenza coincida con l’esposizione ingenua. Un atto deliberato, un modo per dire “mi vedo e vi chiedo di guardarvi”. Le lacrime, lo specchio, la nudità dell’anima diventano immagini che non chiedono compassione, ma comprensione.

    Nuvole. Ciò che percepiamo cambia forma a seconda della distanza. «Trasparente, sai, stile Magritte», canta Sara, in un pezzo che alterna leggerezza e senso di smarrimento: disegni che si dissolvono, déjà-vu, vinili d’infanzia, la voce dell’altro che diventa “tormento nocivo”. La trasparenza, qui, è quello che rimane quando il ricordo non ha più contorni.

    Solo a guardarti mi annoio. Il pezzo più affilato dell’EP. Scrittura diretta, sarcastica, priva di metafore, per delineare una relazione tossica che non viene raccontata ma interrotta. È il brano che mostra l’indipendenza del progetto: “Io che sono un uragano” contro chi resta immobile sul divano. Una scelta musicale più urban, più immediata, pensata per arrivare anche a un pubblico non strettamente pop.

    Sfumature Blu. Il colore dell’inverno del cuore. Un pezzo che attraversa Nutini, le new shoes per distrarsi, le albe che riempiono gli occhi e il mare che simboleggia una pausa. Racconta una distanza dolorosa, quella tra ciò che rimane e ciò che non tornerà più. Le “sfumature” del titolo non sono cromie, ma possibilità che sfumano. E con loro, una parte di noi.

    Wabi Sabi. L’imperfezione come scelta estetica. Hokusai, il kintsugi, le cicatrici da riempire d’oro, l’onda che non smette mai di alzarsi. È il brano più concettuale del disco, quello che trasforma un riferimento culturale in identità: scegliere per sé, non coprire ciò che fa parte del proprio percorso, trovare bellezza nell’irregolare. Una chiusura perfetta per il fil rouge dell’EP.