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  • Un EP breve come uno scroll, denso come una notte a Milano

    Milano è una città che vive due vite. Di giorno corre tra uffici, moda e successo. Di notte diventa una giungla di luci al neon, club, eccessi e tentazioni. È proprio in questo switch continuo che nasce “Milano Switch”, il nuovo EP di Side BBS, al secolo Simone De Lucia, per BBS Empire, che racconta il lato oscuro e irresistibile della città che non dorme mai.

    Con cinque tracce in appena otto minuti, l’artista di Solaro (MI) racconta il suo viaggio personale dentro e fuori la città, tra ordine e caos, ambizione e perdizione. Le produzioni hard/dark trap, firmate da Raphael Lanotte in collaborazione con l’ingegnere del suono multiplatino Enrico “Penta” Bulla (già per Tony Boy, Rondodasosa, Glocky, dedde, Mambolosco, Nashley, Slings e Waze RRX), guidano l’ascoltatore in un universo parallelo modellato sulla movida milanese: brillante, sensuale e pericolosa.

    È un EP pensato per il mondo veloce e iperconnesso in cui viviamo: ogni brano è breve, diretto, creato per parlare a chi oggi scopre la musica su TikTok, Reels o YouTube Shorts. Non a caso, uno dei pezzi più simbolici si chiama “Tic Tocq”, gioco di parole che unisce l’app cinese e il celebre Tocqueville, epicentro della nightlife meneghina che Side BBS attraversa nella sua “oscura imperfezione”.

    In una fase in cui l’industria musicale discute sempre più spesso di canzoni accorciate, hook anticipati, brani creati a tavolino per trattenere attenzione nei primi secondi e ascolti sempre più rapidi, “Milano Switch” sceglie di non nascondere questa realtà, di non eluderla, ma di misurarsi con essa. Lo fa senza complessi e, soprattutto, senza svuotare la forma canzone. La durata ridotta delle tracce, infatti, non coincide con una rinuncia alla scrittura o all’immaginario: al contrario, Side BBS lavora per concentrazione, lascia che le immagini arrivino subito, che i riferimenti si imprimano con immediatezza, che i pezzi sembrino quasi lampeggiare come una serie di scene raccolte in una sola notte.

    Inoltre, la compattezza dell’EP, in un mercato in cui molti lavori rischiano di disperdersi in identità sfocate, poco chiare, permette all’artista di scegliere la miniatura. Pochi pezzi, nessuna dispersione, ma un’impronta precisa e definita. Ogni pezzo aggiunge un tassello alla stessa costellazione, contribuendo ad una narrazione che, nella sua brevità, sa essere nitida e precisa.

    Non un gimmick, dunque, ma lo spaccato di un tempo presente che ha mille volti ma un unico tempo da vivere. I mille volti di una generazione che passa dal cantiere al club, dai social alla strada, dal desiderio di stabilità all’attrazione per tutto ciò che è rapido, saturo, istantaneo, talvolta persino autodistruttivo. Nei testi dell’EP convivono infatti lavoro quotidiano, sonno azzerato, denaro che manca o che viene rincorso, sesso, alcol, clubbing, status, ironia, sfrontatezza, blackout, superstizione, egotrip e disincanto.

    La focus track “Nel Prime”, accompagnata dal videoclip ufficiale diretto da Simone “Laci World” Nicolaci, fonde umorismo, autocelebrazione e realtà. Side BBS gioca con la propria immagine, raccontandosi come uno “sciupafemmine” che ha sogni di grandezza, ma sempre con consapevolezza e sarcasmo.

    «Milano – dichiara – è come un enorme club: pensi di scegliere la notte, ma è lei che sceglie te. Quando vieni da fuori, ti senti piccolo. Poi la città ti cattura e non puoi più tornare indietro.»

    Questa dichiarazione ben sintetizza l’asse dell’intero progetto. “Milano Switch” non prova a raccontare il capoluogo lombardo in termini turistici o cartolineschi, né si limita alla fascinazione più prevedibile per il lusso, la moda o la nightlife. Il disco lavora su un’altra linea: quella di una città che promette possibilità e, nello stesso tempo, impone una trasformazione. Chi la attraversa, soprattutto se arriva dalla provincia, misura immediatamente una distanza. Poi comincia a desiderare di colmarla. È lì che avviene lo “switch”, nel momento in cui lo sguardo cambia, il corpo si adatta, il linguaggio si fa più tagliente e il rapporto con il denaro e con le relazioni si sporca di fretta, prestazione, sopravvivenza.

    Dopo gli anni nella scena urban latin e l’exploit del 2018 lo ha reso il primo caso virale italiano su Musical.ly con “Chica Pequeña” – brano capace di totalizzare milioni di ascolti, oltre 80.000 video creati dagli utenti e un picco al n.9 della Viral 50 di Spotify Italia -, Side BBS switcha insieme a questo lavoro, tornando alla trap diretta e senza filtri, raccontando senza retorica la doppia identità di una città che attrae e consuma, affascina e spaventa. È musica che parla a chi la vive e a chi vuole capire cosa si nasconde dietro le luci perfette della capitale economica italiana.

    Perché Milano, oggi, è una delle metropoli più raccontate d’Italia, ma spesso anche una delle più semplificate: da un lato il design, la moda, la finanza e gli eventi internazionali; dall’altro la notte, la movida, i club, le code e la selezione all’ingresso. “Milano Switch” arriva nel mezzo di questi due mondi opposti e complementari, prendendo entrambi gli immaginari e piegandoli in chiave personale. Un ritratto non morale, non sociologico, ma istintivo, vissuto, interno alle contraddizioni di chi frequenta una città che non smette mai di cambiare, dove, tra una fermata di metro e una serata in discoteca, si gioca il sogno e la caduta di un’intera generazione. Una città che sembra chiedere continuamente di essere all’altezza di sé stessa.

    Nel tempo in cui la musica viene spesso interrogata solo attraverso i numeri, la velocità o la potenziale viralità, questo EP prova a porsi, e a porci, una domanda:

    si può parlare il linguaggio di oggi senza appiattirsi su formule prevedibili?

    La risposta che Side BBS consegna traccia dopo traccia è cristallina: sì, a patto di avere un’identità riconoscibile, un punto di vista e il coraggio di stare dentro il proprio tempo senza fingersene esterni.

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Milano Switch” – Tracklist:

    1. Moskova
    2. Milano Switch
    3. Nel Prime
    4. Tic Tocq
    5. No Scuse

    “Milano Switch” – Track by Track:

    Moskova apre il concept nel cuore della nightlife milanese, ma lo fa evitando ogni idealizzazione. C’è il conto da guardare appena svegli, con gli euro che scendono uno dopo l’altro; c’è il sonno quasi inesistente; c’è il passaggio immediato dal post-serata al cantiere, con il timbro sul polso destro che riporta tutto a una concretezza ruvida, lontana da qualunque glamour di maniera. È forse il brano che più di tutti rende visibile il doppio binario su cui si muove Side BBS: da una parte il lavoro, la provincia, la realtà materiale; dall’altra la festa, il reggaeton, le donne, il desiderio di trattenere la notte ancora un po’. Milano, qui, è già tutta dentro un conflitto continuo tra fatica e sballo, disciplina e dispersione.

    Milano Switch. La title track è l’epicentro dell’intero progetto. Side BBS racconta il cambiamento che la città produce su chi la guarda arrivando da fuori, o comunque da una distanza iniziale. I grattacieli sembrano irreali, la possibilità di “cambiare strada” appare improvvisamente concreta, la notte apre varchi che il giorno non concede. Ma dentro questa trasformazione si avverte anche un progressivo slittamento: il desiderio di qualcosa di stabile lascia spazio a una dinamica più nervosa, in cui tutto cambia in fretta, comprese le relazioni. Il pezzo lavora bene proprio su questo: Milano non come sfondo di un selfie, ma come direzione che riscrive abitudini, priorità e modo di osservare il mondo.

    Con “Nel Prime” Side BBS porta in scena il proprio personaggio più sfacciato. Il brano ha il passo dell’egotrip, ma non manca una componente ironica che lo rende più tagliente di quanto possa sembrare a un primo ascolto. Dentro ci sono provocazione, vanteria, fantasie sproporzionate, immagini volutamente eccessive, riferimenti pop e una scrittura che usa il paradosso come forma di esposizione. La figura del protagonista si allarga fino a sfiorare la caricatura, e proprio lì acquista efficacia: non perché chieda di essere presa alla lettera, ma perché restituisce bene una certa estetica maschile da club, da status esibito, da perenne autoaffermazione. Il videoclip che accompagna la canzone rafforza ulteriormente questo gioco tra personaggio, realtà e rappresentazione.

    Tic Tocq è probabilmente il brano che più di tutti incrocia in modo esplicito musica, piattaforme e nightlife. Nel titolo convivono infatti l’universo di TikTok e quello del Tocqueville, uno dei luoghi-simbolo della notte milanese. Il testo procede per fotogrammi: corpi, sesso, alcol, caos, corse contro l’alba, ricordi spezzati, luci che restano addosso più delle persone. A un certo punto Milano viene nominata frontalmente, con Corso Como raccontata come un luogo saturo di droga, prostituzione, confusione, e la città intera restituita come spazio in cui il desiderio e la perdita di controllo si sovrappongono. “Tic Tocq” è forse l’episodio più crudo dell’EP, quello che spinge più avanti la componente notturna e compulsiva del progetto.

    La chiusura del lavoro è affidata a “No Scuse”, che sposta il focus sulla fame e sulla ripetizione. È il pezzo dello studio, del “biz”, del pensiero fisso rivolto ai soldi, della richiesta continua di un “bis”, di una corsa che sembra non concludersi mai. Anche qui, però, resta forte il legame con la notte e con una dinamica quasi ciclica: ogni serata viene annunciata come l’ultima, salvo poi essere seguita da un’altra e poi da un’altra ancora. È un finale coerente, perché lascia in sospeso proprio la dinamica più interessante del disco: la sensazione che il meccanismo, una volta entrati dentro, continui a ripetersi fino a diventare stile di vita, abitudine mentale, perfino gabbia.

  • Higetori Furà debutta tra rap e nu metal con un brano che racconta quanto pesa diventare adulti

    Scrivere e cantare d’amore, oggi, rischia spesso di produrre canzoni intercambiabili; più raramente, invece, diventa il punto da cui iniziare a parlare davvero di crescita, disorientamento e passaggio all’età adulta. Ma quando succede, una vicenda privata non riguarda più soltanto due persone e finisce per raccontare una fase della vita più ampia. “You Were By My Side”, il singolo d’esordio di Higetori Furà, è un crossover che non si limita a mescolare linguaggi, ma entra sottopelle: parte da una storia conclusa, da una vicinanza spezzata, da quel passaggio brusco e spesso inspiegabile che trasforma un “noi” in distanza, senza però fermarsi alla superficie della classica storia d’amore giunta al capolinea. La relazione finita, infatti, è soltanto la soglia da cui affiora un’altra narrazione, più sottile e più ampia: quella di chi, scrivendo tra i venticinque e i trent’anni, si trova per la prima volta a misurarsi davvero con la crescita, con le aspettative tradite, con ciò che significa diventare adulti e con la fatica di capire e percorrere il mondo circostante senza più appigli.

    Il titolo stesso, “You Were By My Side” – letteralmente “Eri al mio fianco” -, contiene già il senso del brano: il trauma silenzioso di un’assenza che continua ad agire sul presente. In quei versi attraversati da immagini di corsa, specchi, cicatrici, attrazione e frustrazione, Higetori Furà non porta in musica una sofferenza levigata o romanzata, ma uno stato d’animo irregolare, nervoso, talvolta contraddittorio, che alterna ricordi, rabbia, dipendenza affettiva e istinto di sopravvivenza. Ne risulta una canzone che conserva i segni dell’esperienza e, al contempo, li trasforma in una scrittura compatta, credibile e già riconoscibile nella sua direzione.

    Dal punto di vista puramente musicale, il brano si colloca in un territorio ibrido in cui il rap dialoga con una forte componente nu metal, mentre la lingua inglese contribuisce a rendere il racconto ancora più diretto, quasi confessionale, ma mai chiuso in un intimismo compiaciuto. C’è un attrito costante tra durezza e apertura, tra colpo ritmico e linea emozionale, tra istinto e razionalità. Ed è proprio in questo gioco di contrasti – che finisce con il creare un nuovo equilibrio – che il pezzo trova la sua identità, dando corpo a un dolore ancora vicino senza sacrificare la resa musicale.

    Eppure, ciò che rende questo esordio interessante non è soltanto il modo adulto in cui l’artista racconta la fine di una relazione. È, soprattutto, la consapevolezza con cui lo stesso guarda al suo passato. Higetori Furà riconosce che l’amore, nei suoi primi testi, ha avuto un ruolo decisivo, quasi propulsivo, come una prima benzina creativa nata in una fase ancora acerba del percorso. Allo stesso tempo, ne prende le distanze senza rinnegarlo: sa che quel tema è stato un innesco, ma sente anche che, nel tempo presente, esistono questioni più urgenti da esporre, più aderenti al momento storico e al disordine che attraversa le vite individuali ben oltre la sfera romantica.

    È qui che “You Were By My Side” comincia a funzionare come un varco di passaggio. Perché dentro il brano si avverte già la traiettoria di una scrittura che vuole andare oltre, che usa l’esperienza affettiva come soglia e non come approdo, e che nei lavori successivi intende spostare il baricentro verso altre domande: com’è il mondo intorno a noi? Che cosa produce? Che cosa toglie? Che cosa lascia addosso? E soprattutto:

    quanto pesa diventare adulti in un tempo che sembra consumare tutto in fretta, persino i sentimenti?

    In tal senso, il debutto di Higetori Furà ha un interesse particolare proprio perché non arriva già chiuso in una formula. Al contrario, mostra un artista nel momento in cui sta definendo la propria direzione, lasciando scorgere sia l’origine del proprio percorso sia il desiderio di allargarne il raggio. “You Were By My Side” è dunque un primo tassello che ha il merito di restare fedele alla propria matrice senza esaurirsi in essa: dentro c’è una relazione finita, certo, ma c’è anche il soqquadro più grande di una generazione che si scopre fragile mentre prova a sostenere il passaggio verso una nuova età della vita.

    Il progetto di Higetori Furà nasce nel 2019, dopo una notte insonne in Spagna, quando un momento di riflessione si traduce nel primo tentativo di scrivere testi. Da quel passo iniziale, nato in forma quasi poetica, prende il via un percorso che si sposta progressivamente verso il rap e l’alternative rock, senza perdere però il richiamo della melodia e una forte attenzione alla componente emotiva. La musica, del resto, ha sempre occupato uno spazio centrale nella formazione dell’artista: dai Linkin Park ai Kasabian, da Santana a Bob Marley, fino a Stromae, all’elettronica, alla musica classica del Boléro di Ravel, e poi ancora a figure come Juice WRLD, Lil Peep, Rod Wave, XXXTentacion, Kanye West ed Eminem, che hanno contribuito a orientarne l’approccio alla scrittura e alla forma-canzone.

    Anche lo pseudonimo Higetori Furà racconta molto di questa identità in movimento. Nato da un rapporto personale con la lingua giapponese, il moniker traduce liberamente e in maniera giocosa il cognome dell’artista, lasciando spazio a un’ironia consapevole e a un immaginario culturale che guarda anche all’universo di Akira Toriyama e di Dragon Ball. Non si tratta di una citazione fine a sé stessa, ma di un indizio ulteriore: la volontà di fondere serietà espressiva e leggerezza mentale, introspezione e distanza critica, senza irrigidire il proprio racconto in un’immagine univoca.

    Con “You Were By My Side”, Higetori Furà consegna dunque il primo capitolo di un cammino ancora in divenire, ma già leggibile nei suoi nuclei principali: una scrittura nata dall’esperienza, un impianto sonoro che intreccia incastri e melodie, e soprattutto un’inclinazione crescente verso temi che eccedono il perimetro della delusione sentimentale per toccare la crescita, il disagio, l’identità e il rapporto con il tempo presente.

    «“You Were By My Side” – dichiara l’artista – è la prima canzone del mio progetto, ed è nata da una storia finita, da quella sensazione straniante per cui si può essere stati vicinissimi a qualcuno e ritrovarsi poi a un divario che sembra impossibile da colmare. Ho scritto molto partendo da questo, anche perché nella mia vita ho avuto davanti un esempio d’amore saldo, quello dei miei genitori, e proprio per questo mi faceva soffrire l’idea di non riuscire a vivere qualcosa di simile in prima persona. Oggi sento il bisogno di parlare anche d’altro, perché credo che le questioni più forti che attraversano una persona vadano oltre il dolore romantico. Però non rinnego questo brano, anzi: è stato uno dei punti di partenza del mio cammino musicale e resta uno dei pezzi a cui sono più legato, anche per come è riuscito musicalmente. Nelle canzoni che sto scrivendo ora cerco di allargare lo sguardo, di raccontare anche le paure della crescita, il rapporto con gli altri e il modo in cui guardo il mondo attorno a me.»

    “You Were By My Side”, accompagnato dal videoclip ufficiale girato al Teatro Belloni di Barlassina (MB), sotto la direzione di Chiara Bettiga, segna l’avvio di un percorso che parte dal vissuto senza rimanerne prigioniero, convertendo una fine in un punto di osservazione più ampio sul tempo della crescita e sul modo in cui ci si misura con sé stessi, con gli altri e con ciò che rimane quando un legame si interrompe.


  • Dal carcere allo streaming: sei brani scritti tra le mura di un penitenziario italiano diventano l’album “Free For Music Vol. 1”

    Nelle carceri italiane il silenzio non coincide solo con l’assenza di suono, ma con tutto ciò che la detenzione, col tempo, comprime, interrompe e finisce per relegare in secondo piano: il ruolo sociale, la possibilità di essere riconosciuti per qualcosa che non sia soltanto l’errore commesso, l’identità stessa. Una sottrazione che segna la differenza sostanziale tra parlare di reinserimento e mettere qualcuno nelle condizioni di lasciare una traccia concreta. “Free For Music Vol. 1” nasce da questa differenza: all’interno della Casa Circondariale Sanquirico di Monza, dove il laboratorio musicale promosso e finanziato da Orangle Records con la supervisione socio-educativa di Paolo Piffer arriva oggi ad un esito compiuto: un disco.

    L’album, disponibile tutte le piattaforme digitali, è stato presentato in anteprima nel corso di una conferenza stampa — la prima in Italia ammessa all’interno di un penitenziario — e raccoglie sei brani scritti e interpretati dai detenuti che hanno partecipato al laboratorio, trasformando un’attività nata entro il perimetro del carcere in una pubblicazione vera e propria, con titoli, crediti, autori, compositori, interpreti e una destinazione chiara all’interno del mercato discografico.

    “Free For Music Vol. 1” rappresenta, almeno per questa prima fase, il punto di approdo di un lavoro cominciato mesi fa all’interno dell’istituto e sviluppato con continuità, metodo e una chiara direzione educativa: fornire ai partecipanti competenze concrete, strumenti espressivi e uno spazio in cui rielaborare rabbia e vissuti personali complessi in una forma diversa, non distruttiva, non violenta e orientata, con disciplina, alla scrittura e alla musica.

    Gli incontri con Lazza, Fedez, Jake La Furia e Camilla Ghini — con Emis Killa presente in ognuno degli appuntamenti —, sono stati momenti diversi, ma guidati dalla stessa intenzione; quella di rendere la musica un mezzo di confronto, assunzione di responsabilità, rielaborazione individuale e acquisizione di abilità spendibili anche oltre il periodo detentivo.

    In un sistema penitenziario in cui i percorsi formativi devono spesso misurarsi con limiti strutturali, tempi burocratici, autorizzazioni e margini operativi ridotti, portare un laboratorio interno fino alla soglia del mercato discografico significa spostare il baricentro dalla semplice attività al risultato, dall’intenzione all’esistenza di un prodotto culturale compiuto.

    Già nei mesi scorsi Free For Music si era distinto per la volontà di non lasciare i brani chiusi nelle celle o nelle sale del laboratorio, ma di portarli fuori, metterli in circolazione, assegnare loro un’effettiva possibilità di ascolto. Con “Free For Music Vol. 1”, quell’opportunità prende vita.

    L’uscita del disco conferma, del resto, la natura del progetto fin dal suo avvio. Free For Music non è nato come una visita occasionale di artisti all’interno del carcere, né come un’iniziativa pensata per il solo valore testimoniale. Fin dal primo appuntamento, il laboratorio si è posto il problema di come trasformare l’arte in competenza, in un linguaggio capace di fondere espressione individuale, lavoro e possibilità futura.

    Quando Lazza ed Emis Killa sono entrati per la prima volta a San Quirico, l’essenza dell’incontro non era la straordinarietà della loro presenza, ma l’ascolto dei brani, il poter parlare di mestiere, la condivisione di errori, pressioni, scelte, occasioni colte o mancate. Più avanti, con Fedez, il confronto si è allargato ai temi della libertà, della responsabilità, dell’influenza della musica sulle nuove generazioni, del rapporto tra espressione e conseguenze. Con il terzo appuntamento, il discorso si è ulteriormente approfondito, toccando il valore del tempo, la possibilità di cambiare, il significato del reinserimento e il rapporto tra credibilità, disciplina e lavoro.

    È la stratificazione di questi confronti a suggerire che il reinserimento non può restare un enunciato di principio, ma deve passare anche dalla creazione di strumenti, competenze e occasioni che permettano ai detenuti, a fine pena, di non portare con sé soltanto il marchio dell’errore.

    “Free For Music Vol. 1” raccoglie sei tracce, ciascuna legata a una voce, a una scrittura e a un messaggio distinto:

     Tracklist:

    1. “Amor Verdadero” – Ezequiel
    2. “Amore Paranoia” – Reda
    3. “Provenienza” – Cuba
    4. “Hey My Girl” – Mappa
    5. “Billete Falso” – Yandre
    6. “Tuta Arsenal” – Falco Cash

    Bastano i titoli a far percepire provenienze, lessici, urgenze e immaginari differenti. Dall’album affiorano i sentimenti, filtrati dalla distanza e dal senso di colpa, il denaro, l’appartenenza, l’errore, le radici e il modo in cui ciascun partecipante prova a guardare al futuro senza lo stigma del proprio passato. Una pluralità di voci, sguardi e vissuti che, per una volta, non raccontano la detenzione da chi la osserva dall’esterno, ma portano con sé individualità diverse che nella scrittura e nella musica hanno trovato non solo un unico codice espressivo, ma un modo per arginare quel silenzio, quel vuoto, che la detenzione finisce spesso per scavare attorno all’identità e all’idea stessa di futuro.

    “Free For Music Vol. 1” non è una parentesi filantropica, ma una prova tangibile, udibile e pubblica depositata fuori dalle mura. È la conferma che in alcuni luoghi scrivere una canzone non è un modo per passare il tempo, ma l’affermazione del diritto di riprendere la parola e rientrare nel mondo da un punto diverso rispetto a quello in cui si era interrotto tutto.

    La realizzazione dell’album e dell’intera iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione delle istituzioni e al lavoro dei funzionari giuridico-pedagogici, della coordinatrice dott.ssa Mariana Saccone, della dott.ssa Elena Balia e della dott.ssa Laura Fumagalli, insieme alla Direzione, agli educatori e alla Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale Sanquirico di Monza, che hanno seguito ogni fase organizzativa.

    Free For Music è pensato come un percorso continuativo, destinato a proseguire all’interno del carcere di Monza e ad aprirsi progressivamente anche ad altri istituti penitenziari che hanno manifestato interesse, con interlocuzioni e pratiche già avviate.

    Immagini e video sono stati realizzati dalla fotografa Aurora Ingargiola.

  • “Vivo Adesso”, quando l’hard rock racconta il collasso di una generazione sotto pressione

    La notte che brucia tra le luci al neon, il freddo del marciapiede che riporta il senso del tatto, il controllo che si sgretola per lasciare spazio a un brivido di vita. Un impatto contro il vetro smerigliato della routine che racconta la necessità fisiologica di evadere dal grigiore di giorni tutti uguali e dalla pressione mentale che questa monotonia comporta. “Vivo Adesso” (Daylite), il nuovo singolo dei Crushed Fingers è un muro di suono che frantuma l’asfissia del dover essere: il corpo dice basta e il cervello deve seguirlo.

    Un pezzo che non lascia spazio né all’apologia dello sballo né alla morale della redenzione, un’immersione a testa bassa in quella zona di decompressione dove il blackout resta l’unico strumento di negoziazione per non farsi mangiare vivi dalle aspettative. La band bergamasca sceglie di coprire il vuoto sordo e granulare di una provincia che esige performance costanti per poi restituire solo cenere, e lo fa in una cornice hard rock che guarda Oltreoceano ma si ancora saldamente a un disagio ben riconoscibile anche nel nostro Paese.

    Più che la semplice voglia di scomparire per qualche ora, “Vivo Adesso” mette infatti in musica un concetto che in ambito filosofico e culturale è stato definito depensamento, vale a dire una sospensione del pensiero razionale, conforme e produttivo, un allentamento volontario dei modelli imposti, della pressione a restare sempre presenti, efficienti, decifrabili. Non si tratta di una fuga nichilista, quanto piuttosto di una reazione fisiologica a un paesaggio sociale percepito come una sequenza ininterrotta di obblighi e grigiore.

    È una condizione che riguarda soprattutto i più giovani, esposti più di altri a una richiesta continua di prestazione, visibilità e reperibilità. I più recenti dati sul benessere psicologico dei 14-19enni, mostrano un tracollo dell’indice di salute mentale, a cui si aggiunge un confronto educativo e sociale in cui continua a imporsi il tema del sovraccarico digitale e della necessità di trovare forme reali, per quanto brutali, di disconnessione. È qui che il brano smette di raccontare una notte e comincia a parlare di chi, per tornare ad avvertire qualcosa, finisce per spingersi verso il limite («Voglio solo stare bene e faccio del mio peggio»).

    Per comprendere appieno l’accezione del pezzo, è necessario partire dalla sua genesi: “Vivo Adesso” nasce infatti il giorno dopo una serata vissuta fino allo sfinimento, quando la band ha deciso di trasformare quell’esperienza in materia espressiva. Il risultato è un lavoro che conserva il caos febbrile della notte e, insieme, ciò che affiora quando l’euforia si spegne: il vuoto, lo smarrimento, il crollo: «E crollo sull’asfalto ora che tutto è spento, riverso ogni sbaglio che ho commesso».

    Quello che rimane, quando si spengono le luci, è il peso di ciò che non si riesce a sostenere da sobri, da soli, da fermi. “Vivo Adesso” racconta una valvola di sfogo, certo, ma lascia emergere anche il contesto che la rende necessaria: una quotidianità percepita come ripetitiva, opaca, soffocante.

    «Colpa della mia città, è solo grigio e noia. Perdere lucidità mi fa tornare voglia» è forse il passaggio che definisce meglio l’orizzonte del brano. La città, più che luogo geografico, diventa uno stato d’animo; la perdita di controllo, un tentativo di riaccendere la sensibilità.

    «Abbiamo scritto questa canzone senza cercare alibi – dichiarano i Crushed Fingers -. Ci interessava fissare una sensazione, quella in cui sai che stai esagerando, ma senti anche che, per qualche ora, è l’unico modo che hai trovato per zittire tutto il resto. “Vivo Adesso” nasce da una notte vera e dal giorno dopo che si porta dietro. Non volevamo abbellire niente. Volevamo lasciare dentro il frastuono, la confusione, la stanchezza, perché è lì che spesso una generazione prova a capire se è ancora capace di sentire qualcosa.»

    La band, nata a Bergamo nel 2019, ha costruito il proprio profilo dentro l’underground lombardo attraverso un linguaggio che sintetizza energia e attitudine alternativa. Dopo il primo lavoro omonimo e i singoli “Dita Rotte” e “Scelte”, con questa nuova release conferma una direzione stilistica che non cerca di piacere a tutti i costi, ma la collisione con il reale.

    I Crushed Fingers portano in forma canzone una domanda che va ben oltre il lessico della notte: quanto deve diventare grigia la vita, perché l’eccesso cominci a sembrare l’unica via d’uscita?

  • La dignità oltre la recita sociale: tra l’eredità dei sacrifici e la pressione del presente, Melamanouche racconta il crollo delle apparenze in “L’apparecchio del Carnevale”

    Durante la pandemia, mentre il Paese faceva i conti con attività chiuse, famiglie in difficoltà e un senso sempre più diffuso di smarrimento, Melamanouche ha iniziato a scrivere “L’apparecchio del Carnevale”, un brano sulla recita sociale, sul denaro che non basta, sui sacrifici dei genitori e sul rischio di perdere la propria identità per restare imprigionati dentro a un ruolo.

    Il brano nasce da lì, ma non resta chiuso in quel tempo. Porta dentro la fatica di tenere in piedi un’apparenza accettabile quando la realtà si restringe, il bisogno di mostrarsi forti mentre sottopelle passano paura, rinunce, stanchezza e conti da far tornare. Il carnevale del titolo non coincide affatto con la festa, bensì con il suo apparato, con tutto ciò che impone di restare in scena anche quando non ci sarebbe più nulla da esibire.

    «Le lenzuola sono ancora di seta e le scarpe di pelle mia vera» canta l’artista milanese, descrivendo in poche ma miratissime parole una compostezza che resiste, una facciata che non vuole cedere, il tentativo di salvare il visibile mentre il resto si assottiglia. Dentro questa immagine c’è anche il lavoro silenzioso di molti genitori, la loro ostinazione a difendere per i figli uno spazio di possibilità perfino nei momenti peggiori. E lì, in quella tenacia quotidiana, il brano riconosce come unico valore autentico quello di continuare a lottare per il proprio bambino interiore o per i propri figli reali.

    Il testo tocca poi un altro punto delicato del presente: «Se sui social sei un’altra persona, non cercare di viverla ancora» è il verso che porta il discorso nel momento in cui l’identità esibita chiede continuità e la rappresentazione finisce per occupare anche ciò che dovrebbe restare privato, lontano dalla pubblica esposizione. In questo senso, il carro del Carnevale diventa davvero un ingranaggio di pensieri e azioni che tengono in piedi un mondo apparente, levigato, brillante, eppure molto meno solido di quanto voglia sembrare.

    È anche in questo passaggio che il pezzo smette di essere soltanto racconto individuale per farsi ritratto di costume. La pressione a costruire una versione spendibile di sé, a mantenerla credibile e continua, è infatti una delle richieste più pervasive del presente. Melamanouche la coglie senza attenuarne l’asprezza e la riporta dentro una scrittura che, pur dialogando con il teatro da cui proviene, finisce per immortalare una questione pienamente contemporanea.

    «Tutta la vita sentiamo il dovere di continuare a mostrarci felici, forti, disinibiti, perfetti – dichiara l’artista -, ma la vera forza è un passaggio di testimone tra noi stessi e la nostra anima. L’unico modo per non impazzire è accettare i nostri limiti e le nostre ombre.»

    La riflessione si fa ancora più dura nel finale: «Se i quattrini guadagnati in un mese non basteranno per il materiale, sarà il mio corpo a sostituire l’apparecchio del Carnevale». Qui la canzone si stringe attorno alla sua dimensione più aspra: quando il denaro non basta, resta il corpo. E resta come ultima risorsa, ultimo sacrificio, ultimo spazio su cui far ricadere il peso di ciò che deve andare avanti a funzionare. A quel punto, continuare a fingere anche quando tutto crolla può voler dire smarrire la propria identità, fino a non distinguere più ciò che si è da ciò che si continua a mettere in scena; tuttavia smettere non appare un’opzione, perché il prezzo rischia di gravare su tutto il resto.

    Dentro questa materia entra anche la storia personale dell’artista. Melamanouche riconosce nel brano il rapporto con i propri genitori, la loro emigrazione dal Sud, il racconto di una madre bambina che trasportava bidoni del latte al mattino. Da qui prende forma anche l’immaginario visivo che accompagna la release: una fotografia della mamma da piccola, raccolta e osservata come una traccia concreta di ciò che è stato e di ciò che, da quei sacrifici, è diventato possibile.

    «Mia madre mi ha raccontato dei bidoni del latte trasportati al mattino quando era ancora piccola – prosegue Melamanouche -, per questo ho scelto di accompagnare la traccia con una cover in cui guardo una sua foto da bambina, perché guardandola capisco quanto la mia infanzia sia stata diversa e quanto, i suoi sacrifici, mi abbiano aiutata a realizzarmi come donna e come artista.»

    Anche sul piano musicale, “L’apparecchio del Carnevale” sceglie una direzione precisa: una ritmica vicina alla rumba, con rimandi al flamenco e al jazz manouche, cifra distintiva dell’artista, al servizio di una scrittura che si prende il tempo del racconto e lascia spazio al peso delle parole. La produzione musicale è firmata da Gabriel Otoya, mentre il suono si completa con la chitarra solista di Federico Bertolasi, il contrabbasso di Raffaele Romano e le percussioni di Davide Borgonovo. L’immaginario visivo porta invece la firma del fotografo Ernesto Casareto.

    Il risultato è una canzone che tiene insieme famiglia, pressione sociale, identità pubblica e bisogno di verità, portando con sé il desiderio di fermare la giostra dell’appagamento superficiale e della finzione con sé stessi e con gli altri.

    Più che una semplice presa di posizione, “L’apparecchio del Carnevale” lascia addosso una domanda difficile da eludere:

    quanto costa, ogni giorno, restare all’altezza dell’immagine che il mondo chiede di tenere in piedi?

    I prossimi appuntamenti live di Melamanouche verranno comunicati sui suoi canali social.

  • Lara Serrano riporta la dedizione al centro del racconto sentimentale contemporaneo

    Tra le pieghe di una contemporaneità che ha frettolosamente declassato la dedizione a debolezza, c’è ancora spazio per la capacità di persistere? Nel contesto relazionale attuale, dominato da algoritmi di prossimità e dalla saturazione dell’offerta affettiva, quella che Eva Illouz definisce l’architettura della scelta, saper rimanere fedeli al proprio cuore appare quasi anacronistico. Eppure, è proprio da questa tenace risolutezza che Lara Serrano ci invita a ripartire con il suo nuovo singolo, “Severus e Lily“.

    Dichiaratamente ispirato alla saga di J.K. Rowling, il brano non vuol essere un espediente per intercettare il fandom, né una citazione pop fine a sé stessa. Al contrario, la figura di Severus Piton viene spogliata dell’armatura fantasy per diventare il simbolo di un sentimento che non ha bisogno di reciprocità immediata per giustificare la propria esistenza. È l’amore che, come canta l’artista, non costringe a vivere in punta di piedi, ma offre la possibilità, sempre più difficile da incontrare, di essere accettati senza doversi rimpicciolire, un terreno solido su cui poggiare anche i propri fallimenti.

    Lara, una delle penne più interessanti del nuovo cantautorato ligure, elegge la protezione a valore assoluto. In un tempo che spesso esaspera l’individualismo o il risentimento post-rottura, la cantautrice ligure sceglie la strada della cura verso l’altro, anche quando questi è rivolto altrove.

    «Siamo come i vinili, come Severus e Lily», canta, tracciando un parallelo tra la persistenza del supporto analogico e quella di un legame che sfida l’usura. Il vinile, proprio come il sentimento descritto, richiede attenzione, non sopporta la fretta e possiede una matericità che ne costituisce il pregio. La scrittura di Serrano si conferma capace di evocare immagini familiari e facilmente riconoscibili (un bar, uno striscione allo stadio, il mare di Genova) per ancorare a terra un concetto altrimenti astratto. Il suo è un pop che guarda alla scuola genovese più nobile, quella che non ha paura di indugiare nei chiaroscuri, quella che sceglie di non rifugiarsi mai in una solarità scontata o in un dolore unidimensionale.

    «Ho voluto raccontare l’amore come custodia dell’altro — dichiara —. Severus Piton è un personaggio che accetta di farsi odiare dal mondo intero per onorare una promessa, per tutelare ciò che rimane di un sentimento. Viviamo un tempo in cui ci viene chiesto di essere sempre “vincenti” e di “andare avanti” a ogni costo; io ho sentito il bisogno di cantare chi, invece, accetta di rimanere un passo indietro pur di non smettere di guardare il mare per qualcuno. In questo brano, Lily rappresenta quel luogo sicuro dove non serve fingere, dove la propria vulnerabilità non è una colpa, un difetto, ma un punto di contatto.»

    Il brano si sviluppa sul costante conflitto tra il desiderio di esserci («Se cadi ti prendo, se ritardi ti attendo») e la consapevolezza della propria imperfezione («Faccio solo casini»). Non c’è traccia di quella compiutezza patinata tipica della narrazione social; c’è invece il riconoscimento di un amore che “migliora” e riporta “tutto a colori”, non per magia, ma per la semplice presenza di uno sguardo che sa vedere oltre le maschere.

    Tuttavia, ridurre “Severus e Lily” a una ballad romantica sarebbe approssimativo. Il lavoro di Lara Serrano prosegue quel percorso di ricerca già tracciato con l’album “Parole Sciolte”, dove la musica funge da dispositivo di decodifica della realtà, interiore e circostante. Qui, la cantautrice suggerisce che l’intimità è l’unica condizione necessaria per ritrovare il sonno e la fiducia in un mondo da cui, altrimenti, si vorrebbe solo fuggire.

    Da tale premessa prende forma un pensiero che si annida in quella che potremmo definire “Generazione Piton”: un sottile filo rosso che lega la letteratura di genere alla sensibilità dei ventenni di oggi, accomunati dalla ricerca di modelli di appartenenza che vadano oltre il possesso. È uno spaccato di giovinezza stanca dell’usa-e-getta emozionale, che nel “Sempre” di Severus ritrova una metrica per i propri sentimenti. Trasformando questo archetipo in canzone, Lara Serrano riabilita una figura spesso vittima di letture superficiali. Piton non è l’amante respinto che si trattiene nel passato, ma l’incarnazione della devozione come scelta solitaria, un antieroe dell’ombra che accetta il disprezzo del mondo pur di restare coerente a una promessa. Questa conversione, intercetta il bisogno di una libertà rara: quella di restare fedeli a un legame, e quindi a sé stessi, anche quando non è più funzionale, né socialmente premiante.

    «Spesso cerchiamo qualcuno che ci salvi da noi stessi— conclude l’artista —, ma la verità è che abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci veda davvero, senza chiederci di cambiare. Severus resta lì, nell’ombra, ad osservare il mare, a guardare “in là”. È quella fedeltà a un ideale che oggi mi sembra l’unica vera forma di ribellione possibile.»

    Con “Severus e Lily”, Lara Serrano conferisce nuova dignità alla permanenza. In un’epoca che ci vuole pronti a sostituire ogni cosa non appena smette di funzionare, lei ci ricorda che restare ad aspettare in un bar, con le scarpe rotte e un cuore d’altri tempi, è ancora la scelta più coraggiosa che si possa compiere.

  • Prosegue il sodalizio artistico tra Lisa Ardini e Alessio Bernabei: esce “Problema Mio”

    Ci sono addii che non arrivano in un solo momento, ma si depositano poco alla volta, come polvere su una stanza ancora abitata. Restano nelle frasi interrotte, nelle apnee di un silenzio che dilata lo spazio di un addio, nelle parole che non hanno trovato il loro tempo. E soprattutto, in quella forma di rassegnazione che non coincide con la sconfitta, ma con la presa d’atto che, a volte, amare non basta a trattenere qualcuno accanto a sé. Da questa riflessione adulta e dolorosa nasce “Problema Mio”, il nuovo singolo di Lisa Ardini.

    Il brano conferma il sodalizio artistico con Alessio Bernabei, che dopo “Non siamo soli” e “Dolce Amaro” firma nuovamente la produzione. Un incontro, il loro, che non si limita all’aspetto tecnico, ma riguarda il modo stesso in cui il vissuto viene portato in musica: da una parte la voce di Lisa, riconoscibile per timbro, intensità e aderenza a ciò che canta; dall’altra un lavoro di produzione capace di cogliere il non detto, di accompagnare il testo senza appesantirlo, di lasciargli lo spazio necessario per decantare e sedimentarsi.

    In “Problema Mio” c’è la difficoltà di tenere in piedi un legame nel tempo, quando il sentimento finisce schiacciato dalle paure individuali, dalle interferenze esterne, dalla precarietà relazionale che attraversa molti rapporti contemporanei. Il testo non si sofferma tanto sulla sofferenza derivata dall’allontanamento del partner, quanto più sulla fatica di assistere impotenti al suo smarrimento, fino ad arrivare al punto di lasciarlo andare pur continuando a portarlo con sé.

    In questo senso, “Problema Mio” racconta qualcosa che supera il perimetro dell’esperienza privata. Parla di un tempo in cui tutto tende a diventare sostituibile, rapido, reversibile; un tempo in cui perfino il cuore deve convivere con un sistema di distrazioni continue, di risposte provvisorie, di scorci mentali che aiutano a tirare avanti ma spesso fanno perdere contatto con ciò che conta davvero. Lisa Ardini sceglie di stare esattamente lì, dove l’amore non viene idealizzato ma neppure ridotto a incidente di percorso: viene mostrato per quello che è quando incontra la paura, la distanza, l’impossibilità di avere controllo su tutto.

    Il titolo è la formula che tante persone si sentono consegnare, o finiscono per dirsi, quando un sentimento continua a esistere anche dopo la fine, quando il dolore non corrisponde all’incapacità di accettare, ma alla coscienza piena di ciò che è stato e di ciò che non può più essere. La consapevolezza che la rassegnazione, in certi casi, sia l’unica forma possibile di fedeltà a quello che si prova.

    Il ritornello – «Sarà solo un problema mio che non accetto un addio, ma è colpa tua che invadi tutti i miei sogni, tutte le notti» – condensa quello stallo dove il torto non serve più a nessuno. L’artista smette di cercare spiegazioni e fa i conti con l’ossessione di un’assenza che, di notte, si riprende tutto lo spazio che le è stato tolto di giorno.

    Anche il resto del testo si muove in questa direzione. «Prima ti amo, poi ti saluto come una sconosciuta» è uno di quei passaggi in cui il collasso di un legame viene descritto senza enfasi superflua, con una semplicità che ferisce più di molte formule altisonanti. Il brano tiene insieme ricordi, frustrazione, affetto, nostalgia, ma lo fa evitando il ricatto sentimentale e scegliendo invece una lingua accessibile, netta, capace di farsi riconoscere da chi ha attraversato la stessa soglia.

    Per Lisa Ardini, “Problema Mio” rappresenta una parte precisa di sé, una parte che coincide anche con quella di altri. È il brano della rassegnazione intesa non come fallimento, ma come momento in cui si comprende di aver fatto il possibile, e in cui si decide di restare coerenti con ciò che si sente, anche quando fa male. Una posizione tutt’altro che passiva, anzi: è una forma di consapevolezza difficile, spesso poco raccontata, soprattutto in un immaginario che tende a dividere tutto in ritorni trionfali o chiusure definitive.

    Determinante, in questo percorso, il lavoro condiviso con Alessio Bernabei.

    «Mi sono appoggiata a lui per questi inediti – racconta Lisa – e ho trovato un interlocutore capace di ascoltarmi davvero, di comprendere con precisione ciò di cui avevo bisogno e di aiutarmi a portare alla luce una parte di me che fino a quel momento era rimasta più in ombra.»

    È anche da qui che nasce la compattezza del brano: dalla sensazione che voce, scrittura e produzione procedano nello stesso verso, senza dispersioni, senza sovrastrutture, senza mediazioni inutili.

    Con “Problema Mio”, Lisa Ardini intercetta una delle questioni più spigolose del presente affettivo: il divario tra ciò che sentiamo e ciò che riusciamo davvero a sostenere nel tempo. E lo fa senza facili assoluzioni, senza quel linguaggio standardizzato che spesso impoverisce i racconti d’amore invece di chiarirli. Qui resta il nodo vero: la difficoltà di lasciare andare qualcuno quando il sentimento, pur ferito, non si è ancora spento.

    Il videoclip ufficiale che accompagna il singolo ne prolunga il clima, rafforzando il senso di mancanza, ricordo e distanza che attraversa il brano.

    “Problema Mio” conferma la scrittura personale e riconoscibile della cantautrice padovana, una scrittura capace di trasformare una vicenda intima in una presa di parola nitida, leggibile, attuale. In un contesto che consuma in fretta anche ciò che dichiara importante, il singolo riporta centralità a una verità meno comoda ma più credibile: non tutto ciò che finisce smette subito di farci compagnia.

  • Da Orione a ’o rione: “Gravità Zero” di Eric Mormile è una crociera d’esosfera in puro stile MTV Pop

    Basta un’assonanza per spostare tutto: Orione, detto in napoletano, diventa ’o rione. Una costellazione che si comporta come un quartiere, e la lingua che fa da cerniera tra l’astronomia e la strada, con la naturalezza di chi sa trasformare un dettaglio fonetico in un varco tra sogno e realtà.

    Gravità Zero”, il nuovo singolo di Eric Mormile, apre il capitolo notturno di “ÆSTHETICA pt. II”: bpm più alti, synth e arpeggiator al posto del piano elettrico, una drum machine più spinta. Il piacere del viaggio, tema già ricorrente nella scrittura del cantautore e musicista partenopeo, si sposta dove la geografia incontra l’astronomia e la città resta visibile solo in lontananza, come un punto fermo. Non è più strada, ma esosfera: la rotta è scritta in napoletano, con un lessico che alterna strada e cielo, quartiere e costellazioni in controluce, e un ritornello che sembra un invito a salire a bordo – «Na crociera pe ll’esosfera, vizio ’e piacere a gravità zero» («Una crociera nell’esosfera, un vizio di piacere a gravità zero»).

    Se “ÆSTHETICA pt. I” era pensata per un tempo diurno, più rilassato e legato ai piaceri della vita, la parte II nasce per il dopo, per il notturno, per una scrittura più incalzante e una spinta sonora più marcata.

    Il testo di questo primo estratto è una piccola galassia a sé stante, tra riferimenti pop e ambiguità “aliena”, che vive su due piani: da una parte l’idea, volutamente fantasiosa, di muoversi nello spazio con facilità; dall’altra, la ricerca di una vita ideale “là fuori”, lontana dalla società terrestre. Mormile cita stelle e costellazioni e fa del napoletano la chiave che porta l’immaginario spaziale dentro una grammatica cittadina, quotidiana, lasciando affiorare, qua e là, allusioni a una natura non del tutto “umana”.

    «Dint’ ’o scuro Polaris indica ’a via» («Nel buio, Polaris indica la strada»)

    «Ncoppe Sirio nun se sente ’a pucundria, ma ’a llà se vede bbuono ’a casa mia» («Su Sirio non si sente la malinconia, ma da lì si vede bene casa mia»)

    «Ccà ncoppo sto quieto, nun turnaraggio areto» («Qui sopra sto tranquillo, non tornerò indietro»)

    La seconda strofa, invece, è un piccolo campo da gioco dichiarato: la citazione dei Police arriva letterale («passiggianno ncopp’ ’a luna comme ’a polizia», richiamo diretto a “Walking on the Moon”).

    Il brano prende forma lo scorso anno: a maggio nasce l’introduzione, inizialmente lasciata in attesa; poi, tra fine estate e inizio autunno, l’idea si completa, testo e arrangiamento cominciano a fissarsi.

    L’immaginario visivo si collega a un luogo reale, concreto, campano. L’intro arriva dopo una visita all’esterno dell’antica Grotta di Seiano, a Bagnoli (NA): da lì in poi la canzone prende direzione, e diventa la traccia d’apertura pensata per “ÆSTHETICA pt. II”, con un piacere diverso rispetto alla parte I: non più solo il benessere, ma l’impulso a spostare il confine, mentale e fisico.

    Sul fronte musicale, il cambio di passo è netto: per questo nuovo capitolo, Eric si allontana dall’estetica Yacht Rock e si avvicina a un pop “da classifica” che lui stesso definisce “MTV Pop”, quello che passava con continuità nell’epoca d’oro del canale.

    Le coordinate di riferimento, citate dall’artista, passano da Rod Stewart, Pat Benatar e Michael Sembello fino a Go West, Kenny Loggins, John Farnham e Phil Collins, con un’area sonora che guarda a Synth Pop, Synthwave e Dance Rock. In pratica: drum machine più aggressiva, synth bass al posto del basso reale e tutte le chitarre incise con un vero Rockman, l’amplificatore ideato negli anni ’80 da Tom Scholz dei Boston, diventato timbro-firma su dischi fondamentali come “Hysteria” dei Def Leppard.

    Dentro la traccia compaiono anche piccoli elementi narrativi di produzione: effetti sonori, e una voce pitchata su un conto alla rovescia prima del solo, resa più grave e robotica.

    La copertina del singolo insiste sul concetto di continuità visiva tra i capitoli: stesso impianto grafico di “ÆSTHETICA pt. I”, con un segno evidente di cambio fase: la luna al posto del sole.

    Il lavoro grafico è firmato dall’artista, e nella cover compaiono due foto originali scattate da Silvana Ferrandino (immagine di Eric) e Sara Di Marzo (cielo stellato) e rielaborate dallo stesso Mormile.

    Le copertine degli anticipi manterranno lo stesso layout, variando di volta in volta i colori di sfondo.

    “Gravità Zero” è accompagnato dal videoclip ufficiale, in cui compare Daniel Martiniello, 10 anni, definito dall’artista “talentuoso e già molto competente sul piano digitale”. La sua presenza funziona come raccordo tra il bambino che sognava lo spazio e l’adulto che, nella storia del brano, sembra diventare quasi una forma di vita extraterrestre.

    Eric appare “quadruplicato” all’inizio e scompare alla fine: un espediente pensato per rafforzare l’ambiguità del testo e i riferimenti alla propria natura “aliena”. Anche per questo video, fondamentale il ruolo di Michele De Angelis di Midea Video, che ha realizzato la parte tecnica più complessa e ha proposto l’idea del bambino come linea di continuità temporale.

    «“Gravità Zero” – dichiara Mormile – anticipa il nuovo corso stilistico del prossimo album. Da tempo volevo scrivere qualcosa di più energico, alzando anche la velocità dei bpm. Dietro l’argomento fantasioso c’è il desiderio di immaginare – e magari vedere, un giorno – una vita lontana dalla Terra, dove ci si possa spostare tra stelle e pianeti con facilità, e forse ricominciare in modo diverso. Anche il video per me conta moltissimo: l’idea del bambino come ponte tra il me di ieri e il me di oggi, e quella “quadruplicazione” iniziale, servono ad enfatizzare il concetto ambiguo testuale tra identità terrena e aliena.»

    In questo viaggio interstellare a trazione partenopea, Eric Mormile non ci chiede di staccare i piedi da terra, ma di guardare il mondo da un’altezza tale da renderlo, finalmente, più leggero. “Gravità Zero” è l’ossigeno sintetico per attraversare quella notte metropolitana che profuma di futuro, dove il rione non è più un confine ma un punto di partenza, una rotta verso l’ignoto; l’unica dimensione in cui la velocità dei bpm può davvero accorciare la distanza tra i vicoli di Bagnoli e le luci di Sirio.

  • Nikita, dopo l’attacco ischemico che ha cambiato il suo sguardo sulla vita, sceglie la musica per rinascere e dirsi “Son Questa”

    «Ho rischiato di morire,
    ora scelgo la musica per smettere di compiacere»
    – Nikita.

    Il 20 marzo 2026, nel giorno del suo 32esimo compleanno, Nikita, all’anagrafe Nikita Pelizon, pubblica “Son Questa”, il nuovo singolo che si collega in modo diretto al percorso narrativo e musicale iniziato con “Maschere” e sviluppato, negli ultimi mesi, attraverso “Sei Bella Se”, “Angeli e Demoni” e il format social “SmascherAMANDOMI”.

    La poliedrica artista triestina mette nero su bianco una consapevolezza maturata nel tempo e la consegna a una canzone che ruota attorno ad un unico punto: smettere di adattarsi, iniziando a sottrarsi alle attese che arrivano dall’esterno, per interrompere la trattativa continua con lo sguardo degli altri e dichiarare, senza più giustificazioni, la propria essenza.

    Il progetto “SmascherAMANDOMI” nasce ufficialmente il 19 settembre 2025 con l’uscita di “Maschere”, un brano pensato per portare alla luce ciò che viene coperto, deformato, recitato. Poi arriva “Sei Bella Se”, pubblicato l’11 dicembre dello stesso anno, una traccia scritta in uno dei momenti più difficili della sua vita, dopo anni segnati da dolore fisico ed emotivo, pensata per dar voce a tutte le donne che la voce l’hanno persa e anche come gesto di vicinanza verso chi attraversa le feste sentendosi lontano dall’immagine di felicità che il mondo pretende. In seguito, a San Valentino 2026, esce “Angeli e Demoni”, confessione privata diventata canzone, in cui Nikita affronta la questione dell’amore come accoglienza di ogni lato del partner, compresi quelli più complessi, contraddittori e meno presentabili.

    “Son Questa” collega tutte queste traiettorie, ma compie un passo ulteriore, perché non racconta più soltanto le maschere riconosciute negli altri, bensì quelle che l’artista ha individuato in sé stessa nel tempo, assorbendo giudizi, pressioni, pretese, diffamazioni, fraintendimenti e ruoli che finivano per sporcare la percezione di chi fosse davvero. La scrittura, che la accompagna fin dall’infanzia, diventa uno spazio protetto, un luogo in cui quelle stratificazioni iniziano a cadere, una alla volta.

    Questo singolo nasce anche da una svolta biografica, un evento che ha segnato profondamente la vita personale dell’artista. Dopo aver rischiato di morire per un attacco ischemico transitorio (TIA), Nikita lascia Milano, città in cui aveva costruito la sua vita adulta, e torna a Trieste, nella casa dei genitori, dopo dodici anni. È lì, nella sua cameretta, una sera, guardando la luna dal balcone, che prende il telefono e registra sottovoce ciò che sente dentro. Quel piccolo ma decisivo gesto ha segnato il passaggio definitivo dal bisogno di dimostrare qualcosa alla scelta di esserci per come si è. Senza filtri, senza il timore di deludere scegliendo il silenzio e senza più pensare di dover corrispondere ad una direzione pensata e tracciata da altri.

    Dentro “Son Questa” confluiscono anche dieci anni vissuti tra moda e spettacolo, ambienti nei quali Nikita ha misurato da vicino il peso della superficie, delle aspettative sul corpo, della seduzione come linguaggio imposto, delle convenienze, dei compromessi inaccettabili, delle gerarchie opache e di un sistema in cui essere prese sul serio, per una donna, continua spesso a richiedere un prezzo ulteriore. Per questo, nella parte strumentale del brano, la Pelizon ha deciso di collaborare con l’intelligenza artificiale: non come provocazione tecnologica, bensì come scelta pratica di autonomia in un percorso che rifiuta dinamiche sessiste, invasioni di confine e ambiguità che troppe volte hanno accompagnato il lavoro creativo in presenza. Le voci sono state invece registrate da Rilah, professionista scoperto da Nikita su TikTok, con cui la stessa ha trovato in studio un clima di rispetto e precisione.

    Musicalmente, il pezzo si posa su sonorità pop dal forte taglio emozionale, lasciando ampio spazio alla delicatezza del pianoforte, aprendosi a sfumature più malinconiche attraverso il violino e trovando, verso il ritornello, una spinta ritmica affidata all’incursione della batteria, in un equilibrio che alterna la fragilità iniziale alla consapevolezza data dall’esperienza, senza compiacere nessuna delle due.

    “Son Questa” parla di Nikita, ma ad una più attenta analisi allarga il proprio raggio ben oltre la sua storia personale: è il brano di chi, dopo anni passati a rincorrere un’immagine di riuscita riconosciuta dall’esterno, decide di sottrarsi alla logica della scelta subita — quella dei casting e dei reality, ma anche delle relazioni sociali in cui si viene tollerati a condizione di cambiare, dei lavori in cui si è costretti a dimostrare continuamente di meritare un posto, dei contesti in cui si vale solo se si corrisponde a un’aspettativa, di tutti quei “perché dovremmo scegliere te?” — per spostare il baricentro al lato opposto: scegliere e scegliersi.

    Nel testo, Nikita mette in fila alcuni dei punti cruciali che hanno segnato il suo percorso: il rumore assordante di una vita che corre troppo veloce, la pressione dell’immagine sociale, il sospetto rivolto a chi non aderisce ai codici dell’apparenza, la distanza tra chi vive per la fama e chi cerca invece un significato lontano dai riflettori, il fastidio verso una dimensione pubblica in cui tutto sembra dover essere prestazione, strategia o racconto già scritto da altre mani.

    La ripetizione di «Io son questa, questa, questa» durante tutto il corso del brano, è una formula asciutta e assertiva per descrivere cosa rimane quando si smette di rincorrere il consenso altrui e si comincia ad apprezzare il proprio.

    In questa prospettiva, il singolo si inserisce in un tempo in cui la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è costruito appare sempre più sottile: filtri che alterano i connotati, immagini generate artificialmente, contenuti sintetici che imitano il vero, modelli di successo sempre più spinti verso la caricatura, sistemi che incentivano esposizione continua, prestazione e disponibilità permanente. Non sorprende, allora, che anche il rapporto con i contenuti e perfino con l’identità sia diventato più instabile e ambiguo. È dentro questo scenario che la frase “io son questa” smette di essere soltanto un’iterazione, un’àncora a cui aggrapparsi nei momenti difficili, per diventare un’attestazione di posizionamento personale, una risposta al caos del mondo, un modo per ricordarsi di sé, della propria unicità, anche e soprattutto in un contesto che tende a sfaldare i contorni.

    La canzone, tuttavia, non chiude il percorso; lo rilancia. Nikita la considera infatti una rinascita ancora in divenire, una forma nuova di sé, più libera dalla pretesa, più vicina al tempo, alla famiglia, agli affetti reali, alla natura, agli animali, a una dimensione di vita meno costruita e meno esposta. Dopo anni di solitudine e di investimento quasi esclusivo nella realizzazione professionale, l’esperienza del limite le ha posto una domanda importante:

    che cosa vale davvero la pena inseguire, e a quale prezzo?

    Il videoclip ufficiale, diretto da Leila Lisjak, è stato girato nella città natale di Nikita, Trieste, insieme alla famiglia e in luoghi che rappresentano la vita che l’artista sta scegliendo oggi. Un ritorno alle origini, ai legami, agli spazi in cui si riconosce una verità quotidiana e non più negoziabile.

    «“Son Questa” – dichiara – nasce nel momento in cui ho capito che non volevo più essere compatibile con ciò che mi faceva male. Per anni ho cercato di farmi prendere sul serio, di portare le mie canzoni nel mondo, di trovare un posto in ambienti che spesso chiedevano di adattarmi, di semplificarmi o di sopportare ciò che per me era inaccettabile. Dopo quello che ho vissuto, nel corpo, nelle relazioni, nel lavoro, ho sentito che non avevo più nulla da dimostrare. Solo da dire. E dirlo, finalmente, con il mio nome, la mia voce e la mia storia.»

    Sul piano live, Nikita sarà special guest il 12 aprile alle ore 20:30 al Teatro di Roiano di Trieste, all’interno dello show “SOLOINSIEME” di Puntino.

  • “Le Tue Ali”: Mouez tra due rive e una sola identità

    Il rischio, quando si parla di pop melodico, è di scivolare nell’ovvio. Ma la storia di Mouez, all’anagrafe Mouez Frejani, ha un sottotesto anomalo: è la storia di un’identità bifronte, tesa tra le due sponde del Mediterraneo, Mazara del Vallo e la Tunisia, e di un sogno tenuto sotto chiave per quindici anni. Un’ambizione confinata in un cassetto che, in questo caso, è rimasto serrato oltre ogni ipotesi di transitorietà. Un’interruzione iniziata nel 2009, quando il suo percorso ad Amici si arresta bruscamente, relegando testi e scrittura a una lunga invisibilità. Quindici anni passati a osservare la discografia accelerare, mentre la propria voce restava in apnea, in quel limbo transfrontaliero che appartiene a chi cresce nello specchio d’acqua che divide e unisce due mondi.

    Oggi quel cassetto si apre per una convergenza inattesa, che colloca il ritorno di Mouez sotto l’egida di Mimmo Paganelli, figura centrale della canzone d’autore italiana (Rino Gaetano, Mia Martini, Vasco Rossi, Mina, Guccini, Tiziano Ferro, Roberto Vecchioni e molti altri), che sceglie di accompagnare un autore di 34 anni rimasto fuori dal mercato per oltre un decennio. Una decisione che va in controtendenza rispetto alle dinamiche dell’industria contemporanea, sempre più spesso fondate sull’urgenza, sulla precocità e sulla visibilità immediata.

    Le Tue Ali”, il suo nuovo singolo, non ha nulla a che vedere con un’operazione di rilancio né rappresenta un riscatto tardivo. Nasce da una telefonata notturna, da una conversazione protratta per ore, e dall’esigenza di scrivere una canzone che potesse sostenere qualcuno nel momento in cui stava cedendo.

    Il brano prende forma in poche ore, assumendo fin dall’origine una funzione precisa. Il centro narrativo è infatti un girasole, fiore tatuato sul braccio della persona a cui la canzone è dedicata. Attorno a quell’immagine Mouez sviluppa una scrittura essenziale, che affida il proprio senso a microscopie riconoscibili, fotogrammi quotidiani. Il sorriso, nel testo, è una legittima difesa, uno strumento di sopravvivenza che non fa sconti al passato.

    «Ho parlato con lei per ore al telefono – racconta Mouez -. Volevo regalarle un motivo per restare a galla. Mi ha raccontato di un girasole che ha tatuato sul braccio, un segno di rinascita che si è portata sulla pelle nei momenti più difficili. Da lì è nato lo special del brano. È una canzone che ho scritto per lei, ma che spero possa essere utile anche a chi ascolta.»

    Nel pezzo, Mouez canta: «Ogni sorriso che doni è un seme che fiorirà nel giardino di girasoli che mai svanirà»; una frase frutto di una constatazione sviluppata nell’esperienza di chi ha imparato a coltivare il valore del ritorno proprio quando tutto sembrava destinato a scomparire.

    La scelta di Paganelli di sostenere questo progetto, in un settore che tende a escludere chi non risponde ai tempi dell’algoritmo, sottolinea che investire su un autore con un percorso irregolare significa rimettere al centro un’idea diversa di maturazione artistica: non la velocità, ma la durata; non l’esposizione precoce, ma la responsabilità della scrittura.

    Culturalmente, il brano dimostra che esiste ancora spazio per una canzone che nasce per accompagnare, non per intercettare una finestra di attenzione.

    “Le Tue Ali” rimette infatti in circolo una possibilità dimenticata, quella che la musica possa tornare a essere una guida, una bussola per chi ha smarrito l’orientamento, senza bisogno di dichiararlo e di erigersi a messaggio.

    Non ci troviamo di fronte alla classica d’amore; piuttosto, a un “intervento d’urgenza” per le persone che amiamo, nato da una telefonata notturna e cristallizzato attorno a un simbolo tatuato sulla pelle.

    Nel tempo in cui il pop sembra aver smarrito la sua funzione sociale, Mouez recupera quella dimensione di “abbraccio virtuale”, portando con sé il peso di provini interrotti e ripartenze faticose, con l’approvazione di un veterano della Canzone Italiana come Mimmo Paganelli.

    Un fallimento trasformato in volo, mediante la pazienza, la determinazione e la capacità di attraversare i momenti bui senza lasciarsi consumare. È qui che l’artista, dopo aver protetto un archivio di parole rimaste silenti dal 2009, decide che è il momento di regalare un paio d’ali ai propri demoni e a quelli di chi lo ascolta.

    Anziché cantare per occupare una posizione in classifica, Mouez canta per occupare uno spazio nel giardino di chi, come la protagonista del brano, ha bisogno di ricordarsi che le nuvole passano, ma noi restiamo qui.