Categoria: comunicati stampa

  • “Way Out” è il nuovo album di Don Jio

    Dal 12 dicembre 2025 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming “Way out”, il nuovo album di Don Jio dal quale è estratto l’omonimo singolo in radio.

     

    “Way Out” è la canzone più pop composta da Don Jio ed è anche rappresentativa del messaggio che vorrebbe comunicare, tanto da essere il titolo dell’album. Benché il testo sia dedicato a una cara amica del passato, la canzone parla di Don Jio in prima persona. Il brano vuole dare speranza e coraggio alle persone che nascono in una piccola città, dalla mentalità limitata. L’artista si rivolge in particolare alle persone “queer”, intese come persone differenti rispetto alla maggioranza di chi le circonda.

    Queste persone si sentono: diverse, non valorizzate, poco importanti, sbagliate.

    La domanda è: ci sarà pure una via d’uscita? Il tempo la indicherà.

    A queste persone piacerebbe fare grandi cose: scalare montagne, attraversare fiumi, combattere gangsters, cavalcare dragoni, cercare le emozioni, affrontare le difficoltà. Sono piccole persone in cerca di libertà, alla ricerca di un posto dove liberare i propri desideri, un posto per non vivere una bugia.

    Una voce esterna suggerisce che bisogna trovare dentro di sé la forza per affrontare la propria debolezza, essere pazienti e usare la propria immaginazione fino all’occasione che arriverà per evadere.

     

    Il videoclip di “Way Out” rispecchia fedelmente il testo del brano, fungendo da metafora visiva della ricerca di speranza, coraggio e liberazione.

    Il video segue Don Jio mentre trova il coraggio di abbandonare la sua piccola città, un ambiente dalla mentalità limitata (con un riferimento implicito alle persone che si sentono “queer” o diverse).

    La profonda trasformazione interiore dell’artista è resa visivamente attraverso il passaggio dal bianco e nero al colore, che simboleggia la realizzazione di un sogno e il raggiungimento della libertà. Questa narrazione risuona con il percorso reale di Don Jio, che ha lasciato il Lido di Venezia per Bologna, trovando successivamente la completa libertà trasferendosi a Berlino.

    Guarda il videoclip su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=c-2o5glx6wA

    “Way Out” è un progetto musicale che raccoglie tredici brani scritti lungo oltre un decennio, rappresentando così uno dei percorsi creativi più completi e stratificati di Don Jio. L’album unisce esperienze reali, visioni intime, ricordi, sogni e cambiamenti profondi, costruendo un racconto sonoro coerente e allo stesso tempo estremamente vario.

    L’album si colloca tra il pop, il cantautorato e l’alternative, con una forte inclinazione narrativa.

    Gran parte delle tracce si fonda su arrangiamenti minimali che valorizzano pianoforte e archi, strumenti da sempre centrali nell’espressività di Don Jio.

    Accanto a queste sonorità intime, trovano spazio brani più dinamici, funky ed energetici, creando un equilibrio fra introspezione e slancio emotivo.

    Il filo conduttore dell’intero progetto è il concetto ottimistico di possibilità di “via d’uscita”: la ricerca di libertà, il bisogno di autenticità, il desiderio di evoluzione. I temi dell’amore, della fine delle relazioni, della rinascita, della resilienza e della scoperta personale emergono costantemente nei testi, sempre ispirati a episodi reali della vita dell’artista.

    È un progetto che riflette una crescita personale e artistica evidente, e che invita l’ascoltatore non solo a seguire una storia, ma anche a riconoscere la propria. Ogni traccia è un tassello di un percorso emotivo più grande.

    L’album restituisce un’immagine autentica di Don Jio: un artista che usa la musica come specchio e come forza espressiva, che non teme di raccontare in modo diretto il proprio mondo interiore e che trasforma esperienze intime in un linguaggio universale. Way Out non è semplicemente una raccolta di canzoni, ma una cronologia emozionale.

    Dichiara l’artista sul nuovo album: “Scrivo canzoni da sempre. Lo faccio perché mi fa stare bene, perché mi commuove dare vita a qualcosa di bello che non esisteva, e inoltre mi è sempre venuto naturale trasformare quello che vivo in musica.  Non ho mai smesso di scrivere canzoni fin dai tempi della mia ex band, Lunatiq Phase. Oggi, però, questo progetto è completamente solista: ogni suono, ogni scelta, ogni idea è mia. Ed è proprio per questo che per me è un momento importante. È un traguardo pubblicare un album, soprattutto se fai tutto da solo. Sono arrivato fin qui con le canzoni, i video, la gestione dei social… c’è davvero un mondo di lavoro dietro, e sono felice di essere arrivato al momento fatidico, pronto e sorridente!  Le mie canzoni nascono da sole, da dentro di me, senza un piano preciso. Non avevo come obiettivo quello di pubblicare per forza un album. Però, col tempo, mi sono convinto che queste tracce avevano un senso insieme, e che valeva la pena farle uscire insieme nel mondo. Dare la possibilità a chi ascolta di riconoscersi nei miei pensieri, nei miei messaggi, nelle sonorità che sono venute in modo spontaneo. Le mie canzoni parlano di cose realmente successe. Sono pagine di me che potrebbero essere di tanti: la paura di amare di nuovo, il dolore della perdita, i tentativi di ricominciare quando niente sembra funzionare, la forza di lasciar andare ciò che non fa più crescere, il bisogno di libertà che ti spinge oltre la città in cui sei nato. Ho imparato che la vita non ti avvisa quando cambia, ma si può assolutamente reagire, è tutto andrà ancora meglio. Spero di trasmettere ottimismo attraverso i miei racconti. Penso che per l’ascoltatore possa essere interessante ascoltarle: magari ritrovarsi in qualcosa, riflettere su un’immagine o semplicemente godersi il viaggio senza troppi pensieri.  Ma anche senza pensare troppo a quello che dico nei miei testi, spero vivamente vi godiate la mia musica, e che diventi la colonna sonora di molti momenti della vostra vita!”

    TRACK LIST:

    1. Seek The Thrill
    2. The Way I Feel
    3. Way Out
    4. Ice
    5. Who We Are
    6. Can’t Really Love You
    7. Breathless
    8. Truth
    9. It Cannot Be You
    10. I’m About You
    11. Dance For Me
    12. Treasure Down The Ocean
    13. All I Wanna Do

    Biografia

    Don Jio ha cominciato a studiare pianoforte classico da bambino, già a 8 anni cantava nel coro dei piccoli cantori veneziani. A 10 anni ha composto la sua prima canzonetta, che ancora ricorda, e sua madre non credeva che l’avesse potuta scrivere lui. Da allora, ha continuato a suonare al pianoforte e cantare gli spartiti dei suoi cantanti preferiti, era il suo passatempo preferito. Ai tempi del liceo suonava la tastiera in una band, e successivamente ha cantato nel coro universitario di Bologna, facendo tournée per l’Europa.

    Dopo essersi laureato in tutt’altro, ha cominciato a dedicarsi seriamente alla musica, iscrivendosi al diploma di canto professional del Music Academy di Bologna. Da li ha imparato l’armonia e la composizione, iniziandosi al gusto per il Blues e il Jazz. 

    Intorno ai 25 anni, Don Jio ha cominciato a scrivere canzoni per musica dance, frequentando locali notturni aveva conosciuto molti DJ, che avevano bisogno di musicisti per le loro produzioni. 

    La sua successiva avventura musicale è stata il duo pop elettronico Lunatiq Phase, un progetto che ha aperto nuove porte alla creatività e alla libertà compositiva rispetto alla dance. Il loro ultimo album, LP, è stato pubblicato nel 2018. Tutte le canzoni scritte e prodotte fino ad allora sono uscite, e con contratti discografici. Jio ha imparato molto in quegli anni, la produzione musicale al computer, Cubase, Logic. Non erano piú solo le melodie della voce, gli accordi al pianoforte e i testi, ma la creazione in digitale di tutti gli strumenti musicali. 

    Dopo anni di collaborazione con Dariush, si sono naturalmente separati per divergenze artistiche. Don Jio aveva imparato abbastanza, le sue canzoni ormai erano complete senza la necessità di un’altra mano, il suo stile personale era ormai indipendente. Le sue canzoni nascevano da sole. Scriveva gli spartiti di tutti gli strumenti e cantava tutte le parti vocali. 

    Negli ultimi anni, deciso ad abbracciare un’espressione più intima e personale, Don Jio ha intrapreso il suo viaggio da solista, dedicandosi alla profondità e alla semplicità delle canzoni scritte al pianoforte e trasmesse attraverso la sua voce cruda, semplificando il suo stile a un nucleo di strumenti acustici.

    Nel 2010, Don Jio si è trasferito a Berlino per amore, e si é anche innamorato della cittá quindi non é piú tornato a vivere in Italia. Ha continuato a collaborare con Dj e a scrivere canzoni melodiche. Nel periodo del covid, avendo tanto tempo a disposizione, ha deciso di concretizzare questo suo terzo album, scegliendo le canzoni a cui teneva di più e lavorando sui testi, su tutti i dettagli della produzione, e registrando in studio tutte le voci e la batteria acustica.

    Don Jio ha già pubblicato sette singoli dell’ album che sta uscendo, e ha realizzato tutti i relativi video da solo, semplicemente con il suo iPhone 11 Pro. Rendendosi conto dell’importanza della componente visiva al giorno d’oggi, si è dedicato alla videografia e allo studio del montaggio con Premiere. Creare video è diventata la sua ultima avventura creativa, che lo appassiona profondamente.

    La canzone, dalla prima nota composta al pianoforte fino al video finito, è diventata per Don Jio un lungo viaggio personale, frutto di tante emozioni, sforzi e perseveranza, che gli ha dato immense soddisfazioni.

    Nelle sue canzoni, Don Jio parla fondamentalmente di emozioni e sentimenti, di storie d’amore ma anche di delusioni. Racconta le sue esperienze personali, che potrebbero rispecchiare quelle di chiunque. Affronta l’imperfezione della vita, che ha imparato ad accettare e persino a celebrare. Tutto ciò che crea o che lo circonda ha dei difetti, e per lui è giusto accoglierli con un sorriso, riconoscendo la loro importanza. Parla di diversità e della difficoltà di trovare un proprio posto per essere se stessi, parla della libertà che ha sempre ricercato nel suo percorso.

    Il suo obiettivo è farsi conoscere come musicista e farsi ascoltare. Vorrebbe avere l’opportunità di suonare in giro con una band, collaborare con altri musicisti e crescere come artista. Desidera trascorrere meno tempo al computer per tornare a fare il cantante, concentrandosi sull’interpretazione delle canzoni. Si ritiene soddisfatto per tutto ciò che ha imparato finora ed è entusiasta per l’uscita del suo album solista!

    A ottobre 2025 pubblica il brano “All I Wanna Do”.

    “Way Out” è il nuovo album di Don Jio disponibile in streaming su tutte le piattaforme digitali dal 12 dicembre 2025 dal quale è estratto l’omonimo singolo in rotazione radiofonica.

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  • “Per me il letto serve per dormire”: la frase che racconta la distanza tra innocenza e violenza del nuovo singolo di Asia Morellini sugli abusi infantili

    Ci sono storie che non dovrebbero esistere e che invece rientrano nei numeri che ogni anno segnano le statistiche italiane degli abusi sui minori. Secondo le rilevazioni più recenti dell’autorità giudiziaria e dei centri dedicati alla tutela dei minori, oltre la metà delle vittime di violenza sessuale ha meno di quattordici anni. È una realtà che si alimenta nel silenzio, nella vergogna e nell’omertà; che si annida dentro le case, nelle abitudini quotidiane, nei sorrisi forzati che nessuno sa interpretare. “Asia respira”, il nuovo singolo di Asia Morellini, racconta quello che l’artista ha vissuto in prima persona a soli sette anni e il modo in cui quell’esperienza continua a incidere sulla sua vita adulta.

    La prima immagine è quella di una bambina che interpreta come un gioco ciò che gioco non è. «Per me il letto serve per dormire» è una frase che non ha bisogno di essere spiegata, che rappresenta in maniera straziante la distanza tra la percezione di chi subisce e ciò che l’adulto compie. Un confine che non andrebbe mai superato, quello tra innocenza e violenza, tra chi non ha ancora gli strumenti per leggere il mondo e chi invece lo legge distorto, piegando l’ingenuità di chi ha davanti verso un comportamento che non appartiene all’età infantile né a qualsiasi età in assenza di una reale possibilità di scelta. Questo è uno dei punti più difficili del brano, perché il non detto racconta più di ogni ulteriore dettaglio e segna il passaggio in cui una bambina comprende qualcosa che non dovrebbe riguardarla.

    La scrittura di Asia si sofferma poi ai suoi dieci anni, quando il corpo ha cominciato a reagire prima ancora che la mente fosse in grado di interpretare l’accaduto. «Non so, mi scappa, ho qualcosa di rotto» racchiude in maniera drammatica il sintomo che arriva prima della consapevolezza, un segno che emerge senza che nessuno, attorno, sappia leggerlo.

    Molteplici studi sul trauma infantile — dalle ricerche di Bessel van der Kolk sulla memoria corporea (The Body Keeps the Score) ai lavori di Judith Herman e Bruce Perry sulla risposta fisiologica ai traumi precoci — mostrano come il corpo reagisca prima della mente ed esprima quello che non trova ancora un linguaggio in cui essere detto. È per questo che, in molti bambini, compaiono segnali che sembrano scollegati dall’abuso: sintomi discreti, difficili da interpretare, che gli adulti liquidano come “fasi”, “capricci”, “sensazioni passeggere”. In realtà sono le prime incrinature di un equilibrio che, in assenza di uno sguardo clinico, nessuno è in grado di leggere.

    La parte centrale del brano è forse la più difficile da ascoltare: «non mi puoi toccare oppure comincio a tremare». È qui che il presente si riempie di un passato che non ha ricevuto il nome e il supporto giusti al momento giusto. La vita adulta viene attraversata da reazioni che non appartengono alla situazione corrente, ma a ciò che è rimasto cristallizzato anni prima. Il trauma mostra così la sua natura più silenziosa, perché non si manifesta attraverso il ricordo, ma in una risposta immediata, fisiologica, che interrompe la continuità dell’esperienza.

    Anche per questo la testimonianza di Asia assume un’importanza che va oltre il racconto personale. Non resta circoscritta alla dimensione individuale, perché anziché limitarsi a raccontare la tragicità dell’evento, entra in un territorio raramente affrontato nella musica italiana, quello delle conseguenze che un abuso lascia nel tempo. “Asia respira” diventa uno spazio in cui è possibile osservare la sedimentazione del trauma, la sua persistenza, la sua capacità di intervenire nella vita adulta con un riverbero e una potenza che non hanno bisogno di essere esplicitati per essere riconosciuti.

    La ripetizione di «respira» nel testo non è una formula di auto-incoraggiamento, ma il tentativo di riportare il corpo nel presente, di recuperare un ritmo che l’abuso ha alterato e che, a distanza di anni, continua a interrompersi. «Non respiro, lui non va via», al contempo, rappresenta l’affiorare di una reazione istantanea, la prova di quanto il passato continui a interferire con la vita adulta anche quando la mente tenta di procedere oltre.

    Questa dinamica è ampiamente documentata nella letteratura sul trauma infantile: dalle ricerche di Peter Levine, che ha descritto come le reazioni corporee residue (“unfinished defensive responses”) riaffiorino a distanza di anni, a quelle di Allan Schore, noto per i suoi studi sulla regolazione emotiva e sul modo in cui i traumi precoci vengono registrati a livello neurobiologico, tutte le analisi convergono su un punto: ciò che non può essere raccontato a parole trova spesso espressione attraverso il corpo, che anticipa la mente e ne condiziona il presente. La memoria non si manifesta sempre mediante immagini nitide, ma tramite scosse improvvise, irrigidimenti, sensazioni corporee che si presentano senza preavviso. È la logica del trauma precoce, che spesso ritorna come risposta fisiologica prima ancora che come pensiero o emozione riconoscibile.

    “Asia respira”, composto dalla stessa artista a quattro mani con Christian Galli e prodotto da Kelly e SamLover, è un brano scritto non per commuovere, ma per rivelare come un trauma infantile possa attraversare gli anni senza perdere intensità, incidendo sulle relazioni, sull’intimità, sulla percezione di sé. È la traduzione musicale di un fenomeno che chi lavora con le vittime conosce molto bene: l’oscillazione continua tra ciò che è stato e ciò che si prova a vivere, la fatica di riabituarsi alla “normalità”, il bisogno di generare un respiro che appartenga finalmente all’oggi.

    Un brano coraggioso che vuole portare nel dibattito socio-culturale un tema che ancora troppo spesso rimane confinato nella vita privata, o peggio, nel non detto. Un brano che chiede il riconoscimento morale, umano e civile della portata di quello che succede quando ciò che dovrebbe essere protetto viene violato: perché le conseguenze non riguardano solo l’infanzia, ma tutto ciò che viene dopo.

  • Junior Eurovision Song Contest: Martina CRV rappresenta San Marino nella finale del 13 dicembre in Georgia

    Sabato 13 dicembre 2025 la Repubblica di San Marino sarà rappresentata a Junior Eurovision Song Contest, che si terrà al Gymnastic Hall of Olympic City di Tbilisi in Georgia, da Martina CRV, giovane artista di 12 anni. Ecco le modalità di votazione per sostenere Martina CRV in finale! 

    Martina CRV, 12 anni, rappresenterà la Repubblica di San Marino nella finale di Junior Eurovision Song Contest, sabato 13 dicembre al Gymnastic Hall of Olympic City di Tbilisi in Georgia, con il brano “Beyond the stars”.

    Per sostenere Martina CRV durante la finale del Junior Eurovision Song Contest (JESC) il pubblico può votare gratuitamente online.  Il meccanismo di votazione, che assegna la metà del risultato complessivo del Contest (l’altra metà è decisa da una giuria professionale), è il seguente:

    • Apertura del voto: Le votazioni si apriranno a partire da venerdì 12 dicembre alle ore 21.00 sulla piattaforma ufficiale JESC.TV
    • Visione e scelta: Su JESC.TV sarà disponibile un’anteprima di tutte le esibizioni. Dopo averle visionate, è possibile esprimere la propria preferenza votando per tre canzoni favorite.
    • Voto Internazionale e Nazionale: Un elemento distintivo del JESC è la possibilità di votare per i propri preferiti indipendentemente dalla propria posizione geografica. Inoltre, è permesso votare anche per il proprio Paese nel caso in cui stia partecipando al Contest.
    • Le due fasi del voto di sabato:
      1. Il voto online verrà temporaneamente chiuso poco prima che lo spettacolo dal vivo di sabato 13 dicembre abbia inizio.
      2. Le votazioni riapriranno per circa 15 minuti durante lo show, dopo che tutte le canzoni saranno state eseguite.

    I voti raccolti verranno elaborati dal team di voto e convertiti in punti. La canzone con il maggior numero di punti si aggiudicherà la vittoria.

    La Repubblica di San Marino è lieta di partecipare allo Junior Eurovision Song Contest, soprattutto per l’importante opportunità offerta ai giovani artisti di mostrare il proprio talento su un palcoscenico internazionale. 

    San Marino RTV ha confermato la partecipazione al Junior Eurovision Song Contest 2025, puntando sul talento di Martina CRV auspicando che la prossima edizione del JESC possa svolgersi proprio sul Titano.

    Il Junior Eurovision Song Contest è un concorso internazionale annuale per giovani cantanti tra i 9 e i 14 anni, organizzato dall’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) dal 2003. Parteciperanno alla finale 18 Paesi.

    Sono ammessi brani scritti ed eseguiti prevalentemente nella lingua del paese partecipante. Il risultato è basato su una combinazione di voto della giuria e voto pubblico, con un peso del 50% ciascuno. 

    “San Marino partecipa per ottenere il miglior risultato possibile, non è sbagliato sognare di vincere e di ospitare una futura edizione dello Junior Eurovision Song Contest. Sono numerosi gli attestati di stima arrivati a Martina CRV, che rappresenterà San Marino al JESC 2025, noi dello staff auguriamo una splendida avventura a lei e a tutti i ragazzi che partecipano all’evento di Tbilisi. Che la musica e l’amicizia vincano!” commenta Ersin Parlak, Assistente Capo delegazione e Capo dei Media di San Marino

    BIO

    Martina Cervellin, nota come Martina CRV, è una cantante e chitarrista con un forte background formativo. Studia chitarra da 5 anni e canto da 3, oltre a prendere lezioni di pianoforte. Ha conseguito il diploma di III grado in Canto (maggio 2024) e Chitarra (giugno 2025) con “Distinction” al TRINITY College of London.

    È un membro SIAE e si esibisce come artista di strada (“Busker”). Nel 2025 ha pubblicato 2 brani inediti e 3 cover sulle piattaforme streaming e si è esibita in locali estivi, tra cui il Forte Village Resort.

    Nel 2024 ha vinto il titolo BEST EUROPEAN JUNIOR SINGER al Super European Final dell’EUROPEAN TOUR MUSIC FEST a San Marino, ricevendo una menzione speciale da Beppe Vessicchio e da Kara DioGuardi. Ha raggiunto le semifinali al programma televisivo The Voice Kids (settembre-novembre 2023) e nel marzo 2024 è stata ospite a I Fatti Vostri. La sua attività sui social (Instagram e TikTok) è gestita dal padre e conta un totale di 80.000 follower.

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    SAN MARINO SONG CONTEST
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    SEGRETERIA DI STATO PER IL TURISMO
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    SAN MARINO RTV
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    UFFICIO DI STATO PER IL TURISMO
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  • “Buenos Aires” è il nuovo singolo di Antonio D’Angiò

    Dal 12 dicembre 2025 sarà disponibile su tutte le piattaforme di streaming digitale “BUENOS AIRES”, il nuovo singolo di ANTONIO D’ANGIÒ (Matilde Dischi).

    Narrativamente, Buenos Aires è il primo tentativo del bambino, protagonista dell’album, di sedurre la bambina: le racconta una menzogna “affascinante”, una storia personale fatta di elementi fantastici, di ambienti grotteschi e inospitali ma, suo malgrado, ne risulta un ritratto surreale, in un ambiente sonoro dinamico, che alterna il movimento ruvido delle chitarre a momenti di buia e vertiginosa staticità digitale.

    Il videoclip della canzone, scritto e diretto dal regista Simone Romano, traduce in immagini le sensazioni che l’autore esprime attraverso la musica, facendone un racconto al fine di restituire forma visbile alla sostanza della musica e delle parole. L’impiego dell’intelligenza artificiale nel suo lavoro, si propone di sperimentarne i limiti di coerenza ma anche la sua capacità generativa a servizio della creatività umana.

    Clicca qui per guardare il videoclip: https://youtu.be/724TseUryAs?si=zl8N3mxmtZ69lhMt

    Commenta l’artista riguardo alla canzone: “Buenos Aires, regstrata presso lo studio Francesco Pio Maimone di Pianura (Napoli), l’ho scritta nell’afoso agosto 2021, nel silenzio della profonda campagna irpina, e approfondisce il tema dei Figli di plastica, che fanno parte del mondo delle idee, dell’affannosa ricerca di convalida da parte della società, a costo di mentire pur di dare l’impressione di essere ciò che si vorrebbe. Questo tema si potrebbe collegare a tanti aspetti dell’estistenza ma, nel contesto dell’album di cui fa parte, si riferisce alla produzione musicale che sembra non dominare le tendenze ma piuttosto esserne schiava, riducendo la libertà di espressione degli artisti che, più o meno consciamente, tendono a una sottile autocensura. Vittima e complice di questa dinamica è lo stesso Autore del brano che, pur cercando di distinguersi da ciò che racconta, comincia a lanciarsi in ambienti sonori e lirici gradualmente sempre più ambigui e semplici, inaridendo il proprio linguaggio”.

    Biografia

    Antonio D’Angiò è un cantautore e polistrumentista nato a Napoli nel 1995, attivo sulla scena musicale indipendente. Inizia a scrivere canzoni durante l’adolescenza, influenzato dai cantautori italiani, dal rock degli anni ’70 e dal grunge. Nel 2016 pubblica con Apogeo Records il suo primo album, “Spauracchio fritto”, frutto di un’intensa attività live e di una ricerca musicale istintiva e giocosa, co-prodotto con Lorenzo Campese (No Dada). Dopo l’uscita del disco, si prende una pausa dai palchi per approfondire lo studio della musica e lavorare a un nuovo linguaggio musicale. Nell’ottobre 2024 torna ufficialmente dal vivo con un concerto in band presso lo storico Auditorium 900, all’interno della rassegna Cosmofonie, curata da Massimiliano Sacchi, del Campania Teatro Festival. Termina intanto le registrazioni di “Figli di plastica”, secondo album co-prodotto con Roberto Guardi (alias Befolko) e Fabrizio Coppola, con la collaborazione di musicisti come Antonio Barberio (Dignità Autonome Di Prostituzione, Maradonas), Emanuele De Luca (Primo Amore), che mescola atmosfere Progressive Rock, Alternative e Pop, segnando un’evoluzione stilistica e sonora. La musica che propone utilizza spesso come soggetto turbamenti intimi e viaggi onirici-erotico-sentimentali, che secernono temi allegorici più che letterali, universali più che particolari. Nel suo lavoro video è coadiuvato dal giovane regista Simone Romano, mentre per la parte illustrativa si avvale della collaborazione dei disegnatori Domenico Di Francia “K” e Martina D’Angiò. La sua attività di cantautore si propone di arrivare a un pubblico interessato a sviscerare il senso dell’arte intesa come strumento di provocazione, di tortuosa indagine psicologica e non come passiva e scorrevole fruizione.

    “Buenos Aires” è il nuovo singolo di Antonio D’Angiò disponibile su tutte le piattaforme di streaming digitale dal 12 dicembre 2025.

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  • “Credo” è il nuovo singolo di Clotilde

    Dal 12 dicembre 2025 sarà disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica “Credo” (Up Music Studio), il nuovo singolo di Clotilde.

    “CREDO” è un grido di verità. Una canzone che parla di fede in sé stessi, nel sentimento, e nella forza di andare avanti andando dritta verso i proprio sogni,anche quando tutto vacilla. La musica è intesa come chiave per guarire e uscire dai problemi.

    Nel ritornello “Non tornerò più indietro, perché ci credo”-la chiave di tutto è la forza di una scelta autentica, sentita fino in fondo all’anima. Crederci è ciò che dà senso a tutto.

    Commenta l’artista sul nuovo brano: “Credo è nato in un momento in cui avevo bisogno di fermarmi e capire se quello che stavo facendo avesse davvero un senso per me. È il brano che più mi rappresenta, perché racchiude una scelta: quella di credere in ciò che sento, anche quando fa paura.Durante la scrittura ho riscoperto parti di me che avevo messo da parte, e in studio ho capito che questa canzone sarebbe stata il cuore del mio progetto. Volevo che il messaggio arrivasse diretto, senza filtri, ma mantenendo una cura quasi minimalista.La voce tremava, ma era vera. Ogni parola è un passo avanti, un atto di fede — non verso qualcosa di esterno, ma verso me. Credo è il manifesto della mia coerenza artistica: è il momento in cui ho scelto di non indietreggiare più, né musicalmente ne umanamente.”

    Il videoclip di “Credo” è stato interamente girato in studio, immerso in un’atmosfera intima e accogliente. Grazie alla professionalità e al supporto del team di produzione, l’esperienza si è trasformata per l’artista in qualcosa di quasi magico. Tra giochi di luci colorate e una grande spontaneità, il video riesce a trasmettere la sensazione che l’artista si trovi esattamente nel suo spazio e nel suo mondo.

    Per questo motivo, l’interpretazione di “Credo” risulta profondamente autentica, essendo nata da un momento di sincera e personale verità.

    Guarda il videoclip su YouTube: https://youtube.com/watch?v=DlulIylKVA8&feature=shared

    Biografia

    Clotilde, giovane artista ventenne originaria di Gela, in Sicilia, coltiva la sua passione per la musica sin dall’infanzia. Fin da piccola ha dimostrato una naturale inclinazione per il canto e per l’interpretazione musicale, dedicandosi con costanza e determinazione alla propria formazione artistica. Ha conseguito il diploma in Canto e Discipline Musicali a Roma, città in cui ha avuto l’opportunità di affinare tecnica, interpretazione e presenza scenica.

    La sua carriera artistica l’ha portata a confrontarsi con importanti palcoscenici nazionali: ha partecipato alle selezioni di X Factor e di Amici di Maria De Filippi, esperienze che le hanno permesso di crescere come artista e di farsi notare dal grande pubblico. Parallelamente, Clotilde ha calcato i principali teatri di Roma, portando la sua musica dal vivo e costruendo un rapporto diretto con gli spettatori, dimostrando sensibilità, emozione e professionalità sul palco.

    Dopo il suo primo progetto discografico, Clotilde ha recentemente lanciato con Up Music il suo secondo singolo, “Non scorre più il tempo”. Si tratta di un brano dal tono malinconico e riflessivo, capace di toccare corde intime e allo stesso tempo di liberare l’ascoltatore, invitandolo a lasciar andare ciò che appartiene al passato. La sua musica racconta storie di vita, sentimenti autentici e momenti universali, e riflette la sua personalità intensa, sensibile e pronta a farsi conoscere nel panorama musicale contemporaneo.

    Con determinazione e passione, Clotilde continua a costruire il proprio percorso artistico, con l’obiettivo di far arrivare la sua voce e la sua musica a un pubblico sempre più ampio, mantenendo sempre viva l’emozione al centro di ogni sua esibizione.

    “Credo” è il nuovo singolo di Clotilde disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica dal 12 dicembre 2025.

     

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  • “ROONEY” è il nuovo singolo di Piste

    Da venerdì 12 dicembre 2025 sarà in rotazione radiofonica “ROONEY”, il nuovo singolo di Piste già disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 21 novembre.

    “ROONEY” è un brano che affonda nel racconto della vita di strada, tra ricordi che bruciano e un costante desiderio di rivalsa. Il testo mette al centro la differenza tra amici e opportunisti, e la lucidità necessaria per non farsi fregare da chi ti gira attorno. Il sound è crudo e diretto, con beat serrati e atmosfere scure che sostengono un flow deciso, sospeso tra introspezione e attitudine street.

     

     

    Spiega l’artista a proposito della nuova release: “Il brano si inserisce molto bene nell’immaginario che sto cercando di esprimere, portando un sound maturo e introspettivo quanto street”.

     

     

    Biografia

    Piste è un artista attivo da dieci anni nella scrittura e nella ricerca del proprio stile, pubblica ufficialmente i suoi brani da due, portando finalmente alla luce un percorso creativo iniziato molto prima. Dopo due anni di pianoforte e un periodo dedicato alla danza, trova nella scrittura musicale il linguaggio più naturale per esprimere ciò che vive e ciò che sente.

    La sua musica nasce dall’incontro tra il panorama sonoro americano – dalle influenze urban alle vibrazioni più melodiche – e la tradizione italiana, con cui fonde storytelling, emotività e cura del testo. Ogni brano diventa così un pezzo della sua storia: pensieri, sensazioni, momenti di crescita e riflessioni sulla vita quotidiana.

    Nel suo percorso collabora con produttori sparsi in tutta Italia e con un ulteriore riferimento professionale in Svezia, arricchendo il proprio sound con prospettive diverse e sperimentazioni continue.

    Il suo pubblico non ha confini: punta ad arrivare a tutti, senza distinzioni di età o genere, con una musica che parla di esperienze reali e di verità personali capaci di risuonare in chi ascolta.

    Il suo obiettivo è ambizioso e chiaro: diventare uno dei migliori nel panorama musicale, seguendo un percorso autentico, rispettando i propri tempi e imparando da ogni passo, da ogni errore, da ogni movimento.

     

    “ROONEY” è il nuovo singolo di Piste disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 21 novembre e in rotazione radiofonica da venerdì 12 dicembre.

     

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  • “Slavonic Dance Op. 72, No. 2” è il nuovo singolo di Corrado Caruana

    Da venerdì 12 dicembre 2025 sarà disponibile su tutte le piattaforme di streaming digitale “Slavonic Dance Op. 72, No. 2” il nuovo singolo di CORRADO CARUANA, estratto dall’EP “NOUVELLE VAGUE” di prossima uscita.

    “Slavonic Dance Op. 72, No. 2”, brano originale di Antonín Dvořák appartenente al ciclo delle Slavonic Dances, richiama fortemente le radici folkloristiche slave. In questo arrangiamento per ensemble ridotto, l’orchestrazione è stata rielaborata e sintetizzata per un quartetto composto da chitarra manouche, contrabbasso, violino e violoncello.

    Questa scelta strumentale conferisce al pezzo un sound più intimo, unendo le sonorità classiche degli archi alla texture morbida e ritmica della chitarra manouche, tipica del jazz manouche.

    È presente anche un’improvvisazione di chitarra che rompe consapevolmente gli schemi della forma classica, introducendo un momento di libertà espressiva e ampliando il dialogo tra tradizione e contemporaneità.

     

     

    Spiega l’artista a proposito del brano: «Ho scelto di lavorare su Slavonic Dance: al primo ascolto, mentre un amico la suonava al pianoforte, ho sentito che doveva far parte del disco. Gli archi e la chitarra manouche si incontrano in modo naturale, fondendo le radici folkloristiche slave con la tradizione manouche, una pratica comune in questo genere.»

    CORRADO CARUANA | BIOGRAFIA

    Chitarrista e compositore di Parma, si è laureato in chitarra jazz presso il Conservatorio “G. Nicolini” di Piacenza, conseguendo il diploma accademico di secondo livello con il massimo dei voti.

    Pur avendo una solida formazione jazzistica e un background fortemente legato al linguaggio di Django Reinhardt, non si è mai riconosciuto in un unico genere, preferendo seguire un percorso personale, libero da etichette e sfuggendo a incasellamenti.

    Nel corso degli anni ha collaborato con numerosi musicisti di diversa estrazione, tra cui Stochelo Rosenberg, Michele Pertusi, Alessandro Nidi e l’Orchestra Toscanini, esperienze che hanno contribuito ad ampliare il suo orizzonte musicale e a consolidare una voce chitarristica originale e in continua evoluzione.

    Membro e fondatore del progetto “Django’s Fingers”, vincitore del festival nazionale “Barezzi” nel 2007, oggi alterna l’attività concertistica a progetti che uniscono musica e teatro, tra cui il duo comico-musicale “Attacchi di Swing” e “Première Étude sur Piaf”, spettacoli che porta regolarmente nei teatri in Italia e all’estero.

    Con l’uscita di “Nouvelle Vague”, il suo debutto discografico da solista, segna un percorso maturo e personale, frutto di anni di ricerca, incontri e libertà creativa.

    “Slavonic Dance Op. 72, No. 2” è il nuovo singolo di Corrado Caruana disponibile sulle piattaforme digitali di streaming da venerdì 12 dicembre.

     

     

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  • “Il Demone che ho” è il nuovo singolo di Dose

    Da venerdì 12 dicembre 2025 sarà in rotazione radiofonica “Il Demone che ho”, il nuovo singolo di Dose già disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 28 novembre.

    Il brano “Il Demone che ho” apre una finestra sul mondo interiore di Dose, trasformando il confronto con sé stesso in una riflessione cruda e lucida. «Lo sai, il demone che ho, me lo sono fatto amico» non è solo una barra, ma il manifesto di un equilibrio ritrovato tra fragilità e controllo.

    La canzone parla di accettazione del lato oscuro, di come l’ego e le proprie contraddizioni possano diventare strumenti di forza anziché catene. Tra immagini potenti e momenti di vulnerabilità, Dose racconta la fatica di restare lucido in un ambiente fatto di apparenze, invidia e silenzi, dando vita a un brano introspettivo, denso e maturo, che unisce riflessione personale e attitudine rap come un monologo mentale in cui la verità si impone parola dopo parola.

     

    Spiega l’artista a proposito del brano: “Questo pezzo l’ho scritto in un momento di lucidità totale, quando ho smesso di scappare dai miei pensieri. Il demone che cito non è qualcosa di esterno, ma la parte di me che non volevo ascoltare. In studio ho lasciato andare tutto, senza cercare la barra perfetta o la metrica pulita: volevo solo che ogni parola pesasse il giusto. E un brano che rappresenta la mia crescita mentale il passaggio dal reagire al comprendere. Non parla di successo o di chi ho intorno, ma di come sto imparando a convivere con me stesso. Ed è lì che, paradossalmente, ho trovato più verità che in qualsiasi vittoria”.

     

    Biografia

    Dose inizia il proprio percorso musicale nel 2015, spinto dal bisogno di trasformare esperienze personali e stati mentali in parole. Con il tempo, la scrittura diventa per lui una forma di identità: un modo per mettere ordine tra caos, silenzi e scelte difficili.

    Dopo anni di ricerca e sperimentazione, negli ultimi due anni dà vita a una collaborazione nata da un’amicizia e diventata un progetto artistico solido, dove la spontaneità e la visione si incontrano. La sua musica non segue schemi o generi precisi: nasce dall’osservazione, dall’ascolto dei testi del passato e dalla capacità di reinterpretare ciò che lo circonda con autenticità e introspezione. Senza una formazione musicale accademica, Dose basa la propria forza sull’impatto delle parole e sull’istinto.

    Ogni brano diventa una confessione o una fotografia mentale. Tra i titoli più significativi della sua discografia spiccano “Emme Erre”, “Come la TV”, “Click Click Boom”, “Au revoir” e il recente singolo “Il demone che ho”, che segna una svolta più interiore e matura nel suo percorso artistico.

    Nonostante non abbia un team strutturato, si circonda di collaboratori fidati che lo supportano nella produzione e nella parte visiva dei progetti, mantenendo sempre un controllo personale e diretto su ogni dettaglio creativo. Il suo pubblico è trasversale uomini e donne tra i 18 e i 40 anni accomunato dal desiderio di trovare autenticità e riconoscersi in rime che parlano di realtà, di crescita e di resilienza. Con la sua musica, Dose racconta il conflitto tra luce e ombra, la lotta con sé stessi e la ricerca di equilibrio. Nei suoi testi convivono rabbia e calma, paura e lucidità, in un percorso che riflette l’evoluzione di chi non vuole solo “arrivare”, ma capire fino in fondo cosa significa essere vero.

    Il suo obiettivo è portare la propria arte al massimo delle possibilità, costruendo una carriera fondata su autenticità, coerenza e impatto emotivo. Per Dose, il tempo non è una scadenza, ma un mezzo: la musica è il viaggio, non la destinazione.

     

    “Il Demone che ho” è il nuovo singolo di Dose disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 28 novembre e in rotazione radiofonica da venerdì 12 dicembre.

     

     

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  • Il dialogo con il sé originario come bussola nel caos del presente: “Non credere a niente” di Roberto Funaro

    Chiudere gli occhi per difendersi non dal buio, ma da un eccesso di luce. È questa la prima immagine che Roberto Funaro sceglie per “Non credere a niente”, il suo nuovo singolo disponibile in tutti i digital store per Watt Musik. Il brano va ben oltre il semplice racconto di uno stato d’animo per intercettare, attraversare e riflettere una condizione ricorrente, che segna gran parte del presente e descrive il clima di questo momento storico. L’abbaglio, inteso come sovraccarico visivo, cognitivo, emotivo, è diventato una costante degli ultimi anni: tutto è disponibile, tutto è visibile, tutto è immediato, e paradossalmente proprio questo produce confusione, disorientamento, fatica.

    In questo quadro, la canzone introduce un tema osservato con frequenza dalle analisi culturali recenti: la difficoltà di distinguere ciò che merita effettivamente attenzione da ciò che si impone solo per intensità o insistenza; la sensazione di non sapere più dove concentrarsi in mezzo a una quantità di stimoli che arrivano tutti insieme. Funaro sceglie l’immagine della “troppa luce” per aprire una lettura culturale specifica: quando tutto è illuminato allo stesso modo, nulla è davvero comprensibile.

    Da qui prende forma il primo asse del pezzo: la sovraesposizione come condizione ormai familiare a molti. Un concetto tutt’altro che astratto, tradotto in una routine fatta di notifiche, confronti continui, iper-visibilità costante. Tutto arriva simultaneamente e in fretta, senza lasciare il tempo per costruire una direzione interna. Nel 2025, questo tipo di esperienza quotidiana non ha più bisogno di spiegazioni, perché è il punto da cui si cerca di ripartire.

    Il secondo livello riguarda il rapporto con il sé originario. “Non credere a niente” mette in musica un dialogo sotterraneo tra l’adulto di oggi e il bambino di ieri, trattato come controcampo critico anziché come riparo affettivo. Quella voce lontana, meno indottrinata, meno addestrata a “funzionare”, diventa l’unico luogo in cui le domande restano integre, senza venir soffocate dalla pressione e dalla frenesia esterne. All’interno di una conversazione culturale sempre più attenta alla formazione dell’identità e alla rielaborazione del passato, questa scelta assume una direzione inequivocabile: tornare al momento in cui le domande non erano ancora sovrascritte, in quella zona iniziale che oggi rischia continuamente di perdersi.

    Il terzo asse si lega ad un’altra sensazione molto discussa: la difficoltà a immaginare il futuro. «Non guardare avanti se non vuoi veramente vedere il futuro» è una constatazione sulla precarietà climatica, economica e relazionale che ha dato forma a una generazione — e non solo ai più giovani —, un’osservazione che guarda al domani con cautela, talvolta con timore, spesso con la sensazione che l’orizzonte sia sfocato. Funaro dà uno spazio a questa percezione, lasciandola scorrere dentro il brano come una delle realtà con cui oggi si convive.

    A questo si collega il quarto livello, legato al titolo. “Non credere a niente” non suggerisce rassegnazione, ma, al contrario, una presa di posizione verso un contesto che produce risposte rapide e narrative preconfezionate. Il brano mette in pausa la retorica del “credi sempre e comunque” e si muove su un terreno più essenziale: ascoltare, selezionare, diffidare delle versioni immediate delle cose. È una direzione coerente con il bisogno di orientamento che supera quello di motivazione, dopo anni in cui si è privilegiata la spinta a “fare”, ad aderire a qualsiasi promessa pur di non rallentare, senza chiedersi da dove arrivasse quella corsa e se avesse davvero senso per noi.

    Il quinto e ultimo livello riguarda la forma musicale. “Non credere a niente” è un pezzo dalla linea melodica pulita, avvolto da un arrangiamento – curato dallo stesso Funaro con Lorenzo Sebastianelli – che lascia respirare il testo, sorretto da una voce che sceglie un registro sobrio, utile a tenere il focus sulle parole. Le influenze del pop d’autore incontrano sfumature, contaminazioni R&B e colori più morbidi, creando una struttura che non sovrasta ma accompagna il movimento interno del brano. La musica diventa parte integrante del discorso, una cornice che permette al testo di trovare la sua naturale collocazione.

    «Avevo la sensazione che tutto fosse troppo esposto, troppo immediato, troppo visibile – racconta l’artista -. Ho scritto questo pezzo per recuperare un ascolto più intimo, che passa anche dal silenzio. Chiudere gli occhi non è una rinuncia, ma un modo per capire cosa mi appartiene e cosa no.»

    “Non credere a niente” è un punto d’incontro tra esperienza personale e clima sociale contemporaneo. Un brano che non si pone l’obiettivo di parlare del presente dall’esterno, ma lo vive dall’interno, dal momento in cui la luce, invece di chiarire, guidare e illuminare la strada, abbaglia. E la comprensione non arriva dal gesto simbolico di chiudere gli occhi, ma dalla necessità di ridurre il bagliore per recuperare una misura più chiara delle cose.

  • Mafia, migrazione, identità e necessità di ricordare. “Piramide” di Andrea Gioè è una pugnalata nel petto della retorica

    «Cu sì scanta rà muarti è un uamu muaittu. Cu arriesta pì com’è vivi pì siempri»
    Chi ha paura della morte è un uomo morto. Chi resiste per come vive, vive per sempre»)

    Dentro “Piramide” di Andrea Gioè c’è un figlio che parla al padre, un siciliano che ha vissuto lontano senza smettere di sentirsi tale, un uomo che ha attraversato gli affetti senza indulgere al sentimentalismo e un musicista che rifiuta di trasformare la criminalità organizzata in materiale da cartolina o in folklore da intrattenimento. Una pugnalata nel petto della retorica, spoglia del mito che trasforma la realtà in leggenda e il male spettacolarizzazione del dolore. C’è coscienza del passato, rifiuto dell’indulgenza e della compassione per restare nei fatti, nelle ferite, nella verità nuda e cruda.

    Sei brani scritti tra il 2004 e il 2017, mai pubblicati prima. Gioè li aveva custoditi come documenti di un tempo irrisolto, appunti di anni in cui le canzoni nascevano per necessità e non per pianificazione. Oggi diventano prova di resa e liberazione, un gesto di riconciliazione con sé stessi e con ciò che il tempo aveva lasciato in sospeso. Nessun ritorno al passato, ma il bisogno di consegnarlo alla luce, una volta per tutte. Ogni brano conserva la temperatura di un’epoca personale e socio-culturale in cui dire la verità significava rischiare qualcosa e la musica era ancora un posto, forse l’unico, dove dirla.

    Oggi che la Sicilia vive una nuova esposizione mediatica, tra mitizzazioni seriali e rischi di semplificazione narrativa, “Piramide” (A.G. Production / Pirames International), rifiuta la retorica della tragedia spettacolarizzata e interviene lontano da qualsiasi racconto idealizzato. Gioè riporta l’isola alla sua gravità: memoria, famiglia, lavoro interiore, responsabilità civile.

    Non è un archivio riaperto; è un disco che si mette in ordine e prende forma tra desiderio di cambiamento, rabbia composta, elegia, blues e soprattutto rock’n’roll. Con una scrittura diretta, nervosa, chitarre in primo piano e nessuna smussatura, nessun accomodamento. Il rock, semplicemente, torna a fare il lavoro per cui è nato: stare dalla parte di chi non abbassa lo sguardo. Un modo di tenere la schiena dritta, senza voltarsi dall’altra parte.

    E vi è una linea morale sottile che attraversa la Sicilia quando rifiuta di farsi mito o vittima. È la stessa fibra che, in altre forme e altri tempi, ha abitato Sciascia, le poesie ferite e fiere di Buttitta, la nudità lirica di Beppe Salvia, gli sguardi senza protezione di Letizia Battaglia. Non si tratta di un’eredità rivendicata, né di genealogia dichiarata, ma dello stesso modo, fermo e consapevole, di stare dentro la realtà delle cose, di chi conosce il peso dei fatti e il dovere di nominarli.

    L’uso intrecciato di quattro lingue – italiano, francese, inglese e siciliano –è il segno di una vita spesa a guadagnarsi lo spazio per esistere fuori, senza cedere all’autoesotismo né invocare ritorni salvifici.

    Il brano d’apertura, “Mafia”, è il punto da cui tutto parte. Scritto in francese e siciliano, nasce come denuncia della complicità culturale che circonda il potere criminale. Gioè sceglie il francese per la prima parte del pezzo, come a voler tenere una distanza linguistica da ciò che ferisce se è troppo da vicino, ma la distanza non attenua, semmai, amplifica.

    «Mafia c’est les larmes d’un homme obligé de quitter sa terre»
    («La mafia sono le lacrime di un uomo costretto a lasciare la propria terra»)

    In questa frase c’è già tutto: l’esilio, la vergogna, la resa di chi non può restare. La mafia intesa non solo come “male assoluto”, ma come sistema che divora i propri figli, che toglie pane, dignità e casa.

    «Mafia c’est un père qui se suicide parce qu’il sait plus comment la nourrir»
    («La mafia è un padre che si suicida perché non sa più come sfamare la famiglia»).

    Non è una provocazione, ma un fatto sociale che si cela dietro la retorica delle serie TV e delle leggende criminali. Gioè utilizza la sua penna e la sua voce per parlare di miseria e di disperazione quotidiana. È la traduzione più cruda e letterale di cosa significhi vivere sotto il peso della criminalità organizzata, quando il ricatto economico diventa asfissia esistenziale. Un uomo comune schiacciato da un sistema che non lascia via d’uscita, un padre che non sa più come sfamare la famiglia e sceglie di togliersi la vita. È l’effetto collaterale di un territorio abbandonato a sé stesso, senza alternative concrete, senza lavoro e mani tese, solo nel silenzio che presenta il conto finale.

    Nel passaggio «Tout le monde plaisante sur eux mais eux ne rigolent pas» («Molti scherzano su di loro, ma loro non scherzano affatto»), vi è la condanna al linguaggio collettivo che banalizza il male, che trasforma una ferita in battuta, una tragedia in copione da fiction. Gioè ricorda che dietro quella parola, per altri, c’è un funerale.

    E in «Réveille-toi! Rebelle-toi! Crie très fort: Vafanculu Mafia!» («Svegliati, ribellati, urla forte: vaffanculo mafia»), non c’è alcun grido politico, ma la stanchezza di chi ha finito le metafore, l’urlo di chi non ce la fa più a vedere il dolore trasformato in icona, la povertà in show. Il “Vafanculu” non è volgarità fine a sé stessa: è l’unica parola possibile quando la retorica non basta più, quando servono gesti netti e linguaggi diretti. È un atto di rottura, il rifiuto secco di ogni complicità.

    Il siciliano arriva alla fine, come una sorta di sigillo morale: «Cu sì scanta rà muarti è un uamu muaittu. Cu arriesta pì com’è vivi pì siempri» («Chi ha paura della morte è un uomo morto. Chi resiste per come vive, vive per sempre»). È la chiave filosofica del brano, l’eredità di chi ha scelto di non piegarsi. Non è eroismo romanticizzato, è la consapevolezza che la dignità si misura nella capacità di stare in piedi, qualunque sia il prezzo.

    “Mafia” non denuncia, constata. E nel suo modo asciutto e disperato, dice molto, perché non spiega niente ma mostra tutto. Una dichiarazione di rifiuto, non di odio, e soprattutto, la volontà di non normalizzare più.

    Poi arriva la title-track, “Piramide”, dedicata al padre. Un dialogo che attraversa la malattia, il lavoro, la fatica di rialzarsi dopo una perdita. «Rassegnare, dimenticare e ricominciare» – canta Gioè -, come chi depone la pietra più pesante per poter tornare a respirare. L’immagine della piramide è costruzione e crollo, impalcatura di vita che si sgretola e poi tenta di ricomporsi. C’è dentro la dignità di chi non si arrende, la malinconia di chi finge normalità pur sapendo che «quel finta fa sentire il nulla dentro te». Le due voci che si rispondono – Paolo Gioè in palermitano e Omar Bakhit in egiziano -, sono due idiomi diversi che si uniscono in un unico lessico, quello del ricordo che diventa linguaggio privo di geografie, culture e religioni. La chiusura – «Ciao Pà, ti voglio bene!» – non è un congedo, ma la forma più diretta di gratitudine e riconciliazione possibile.

    In “Un Sicilien”, Gioè mette al centro la condizione di chi parte senza smettere di appartenere. Non c’è culto delle origini, ma la consapevolezza concreta di chi porta la propria terra nel modo di guardare il mondo, anziché nei souvenir. Un «volcan d’énergie qui se lève toujours» («vulcano d’energia che continua ad alzarsi»), dove la sicilianità è un modo di stare nel tempo, nella lingua, nella responsabilità verso ciò che si è stati e si è ancora. La voce cambia Paese, cambia accento, ma non abdica a sé stessa. Essere “sicilien”, qui, è portare addosso un’origine senza farne vessillo né alibi.

    La luce arriva con “Never betray me (… Merry Christmas)”, focus track del disco accompagnata dal videoclip ufficiale presentato in anteprima su Sky TG24. Nata nel 2016 con la band francese Les Branlagats e oggi riarrangiata da Alex Vecchietti, è una canzone sul legame indissolubile tra artista e strumento – «My instrument never betrays me, you stay with me all my life» («Il mio strumento non mi tradisce mai, tu resti con me per tutta la vita») -. Una traccia che non parla solo di musica, ma della necessità di un linguaggio che non tradisca mai e su cui sia sempre possibile fare affidamento, anche nei momenti di smarrimento. Il Natale evocato nel titolo non richiama la festa, ma l’ironia dolente del tempo in cui tutti fingono pace, mentre l’artista sceglie, ancora una volta, la verità. Se “Mafia” metteva a fuoco la sofferenza, “Never betray me (… Merry Christmas)” ne indica la via di salvezza possibile: la musica come unico territorio che non tradisce. Un messaggio asciutto, quasi notarile: quando tutto il resto vacilla, la musica rimane.

    In “Io, noi due… mai più” Gioè parla d’amore, ma come identità scucita. Quando il sentimento crolla, non resta il romanticismo, ma la perdita del proprio perimetro umano.

    «Falsa partenza, questa vita qua. Rimango senza, un sogno dentro me. Ed io sono distrutto, non esisto più.»

    Non è la rottura tra due persone, ma tra l’uomo e la propria immagine. La vita continua, ma non nello stesso corpo. È un dolore che si scrive in levare, come un referto, quello di «un cuore di vetro» che «fragile scoppierà». L’uomo si scopre scarto, avanzo, residuo. Gioè guarda i cocci e non li raccoglie, perché sa che i vetri incollati non tornano trasparenti.

    L’EP si chiude con “Branlagats blues in Sib”, un pezzo blues che è frizione pura, con la «voglia di salvare la musica e salvare anche noi». Questa linea, che potrebbe sembrare dichiarativa, è in realtà un bilancio morale. Nessuna ambizione salvifica; solo l’ostinazione di chi si sente responsabile di un mestiere e della propria dignità. La musica è rappresentata nella sua essenza più alta, come un lavoro serio, come unico spazio dove l’integrità non si baratta. La «polemica quasi bulimica» citata dall’artista, rappresenta l’accumulo di ciò che non si può più ingoiare in silenzio. Nell’oggi che dilania e ingerisce tutto, anche il dolore, questo brano si rifiuta di essere digerito.

    «Non volevo più avere paura delle mie stesse canzoni – racconta Andrea Gioè -. Le ho scritte quando non era tempo di pubblicarle. Oggi sì. Non per una questione di ego, ma per responsabilità.»

    “Piramide” non parla di un artista che si specchia nei propri brani: parla di noi, di un Paese che dimentica e di un Sud che ancora troppo spesso si racconta solo quando serve a vendere. Gioè, invece, sottrae la Sicilia al mito e la riporta alla realtà: una terra che ferisce ma forma, un’eredità che ha un peso, ma un peso che si sceglie ogni giorno di reggere senza retorica, come si fa con ciò che non si eredita, ma si assume.

    «”Piramide” è per mio padre, ma anche per la mia terra. Ho imparato che si può restare siciliani anche da lontano, purché non si rinunci a dire la verità.» – Andrea Gioè.

    Tracklist:

    1. Mafia
    2. Un Sicilien
    3. Piramide
    4. Never betray me (… Merry Christmas)
    5. Io, noi due … mai più
    6. Branlagats blues in Sib