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  • Il ritorno di un indie-pop che non si pettina: il co-fondatore dell’Officina della Camomilla Stefano Poletti torna con i FoFoForever e il disco “Albatros”

    Stefano Poletti, co-fondatore dell’Officina della Camomilla e figura centrale della scena indie italiana, torna il 16 gennaio con “Albatros” (Orangle Records), il nuovo album del progetto parallelo FoFoForever: dieci brani che riportano in primo piano la sua scrittura irregolare, l’uso di strumenti non convenzionali e un immaginario che dialoga con il mercato attuale senza ricalcarne i codici.

    Quando si parla del lavoro di Poletti, tornano spesso suoni e immagini che arrivano dall’infanzia e resistono nel tempo senza trasformarsi in nostalgia. “Albatros” nasce proprio da questa attitudine: riportare in superficie quello che rimane quando la vita adulta perde leggerezza e serve un dettaglio, un appiglio minimo, per ritrovare la direzione.

    “Albatros”, composto da 10 tracce che si muovono tra pop, lampi folk e incursioni orchestrali, arriva in un momento in cui il racconto musicale italiano tende a uniformarsi. Qui, invece, si torna ad un’artigianalità sonora che non teme la dissonanza e anzi la cerca, grazie ad una band convinta che il racconto dell’oggi passi anche attraverso ciò che è imperfetto, immediato, istintivo nel modo in cui nasce e si espone.

    E proprio nell’imperfezione istintiva e sincera si colloca l’immaginario dei FoFoForever, raccontato attraverso materiali e figure che appartengono alla prima infanzia ma vengono rielaborati senza sentimentalismi: xilofoni, Omnichord, giraffe volanti. Cerotti sulle ginocchia sbucciate in un progetto che ruota attorno a poesie sgangherate da “presa bene”, divertenti e immaginifiche, che restano nell’etere cosmico come una stella cometa in cerca di passaggio verso una supernova.

    «Con “Albatros” – dichiara Stefano Poletti – ho cercato di tenere vivo lo sguardo dell’infanzia, anche quando si diventa grandi. Non per nostalgia, ma per continuare a immaginare. È un disco nato da piccoli gesti quotidiani che diventano mondi, da suoni imperfetti che raccontano più di mille parole.»

    Musicista, autore, regista, figura creativa che ha attraversato più fasi della scena alternativa rimanendo riconoscibile anche quando cambia forma, Stefano Poletti occupa da anni una posizione singolare nel panorama indie-pop italiano; con i FoFoForever questa riconoscibilità diventa un modo di intendere il pop come territorio irregolare, dove strumenti giocattolo, arrangiamenti volutamente scomposti e melodie oblique definiscono un modo preciso di costruire le canzoni, senza ricorrere ai linguaggi più prevedibili del mercato.

    Dopo “Canzoni contro il panico”, la band torna con un disco pensato per contrastare la frenesia quotidiana: un lavoro cantautorale indie-pop costruito su arrangiamenti mai scontati, a tratti folk, a tratti punk, con incursioni nel post-rock e aperture orchestrali.

    Non una somma di stili, ma un modo di unire registri diversi dentro un’unica direzione. L’effetto complessivo è quello di un album che sembra scritto in un luogo di confine tra cameretta e cosmo, mantenendo una leggerezza solo apparente, perché sotto la superficie irregolare convivono inquietudini, ricordi, sogni, paure e piccole illuminazioni quotidiane.

    Il titolo dell’album e della focus track apre un doppio fronte: da un lato l’immaginario letterario dell’albatros, creatura che vola alto ma fatica a muoversi a terra; dall’altro la sensazione di essere fuori asse, fuori posto, ma comunque in movimento. È un’immagine che parla molto al presente, un tempo in cui la stabilità è intermittente e ci si orienta per frammenti.

    “Albatros”, accompagnato dal tour ufficiale che ne porta l’immaginario dal disco al palco, segna il ritorno di un pop naïf e visionario come forma di resistenza alla saturazione dell’ascolto. Un album che rivendica il diritto di restare laterale, di non occupare obbligatoriamente il centro, e di usare l’immaginazione come bussola per orientarsi in un presente in cui la direzione non è mai data una volta per tutte.

    “Albatros” Tour:

    17 gennaio – Milano, ARCI Bellezza (Release Party)
    31 gennaio – Parma, BDC
    21 febbraio – Bologna, Binario 69
    26 febbraio – Roma, Alcazar
    27 febbraio – Napoli, Mamamu
    28 marzo – Bruxelles, Piola Libri

    A seguire, tracklist e track by track del disco.

    “Albatros” – Tracklist:

    1. La canzone della solitudine
    2. Lucia
    3. Albatros
    4. Cane
    5. Astronave cuscino
    6. Lacrima VHS
    7. La danza della foresta
    8. Poesia arcobaleno
    9. Ashita no koto mode mo
    10. Zaffiro

    “Albatros” – Il disco raccontato dalla band:

    La canzone della solitudine è un brano che si muove tra malinconia adolescenziale e energia luminosa. Abbiamo descritto la solitudine non tanto come vuoto o mancanza, ma come punto di partenza per rimettersi in moto. Gli archi e gli xilofoni aprono un panorama di dolcezza sbilenca che diventa il segno distintivo del progetto.

    Lucia. Una ballad folk che procede in sottrazione. Lucia è figura-soglia: rappresenta il momento in cui, dopo una notte che stanca più dell’alcol, la musica torna come appiglio essenziale.

    Albatros, il brano che dà il titolo all’album. Una corsa circolare, un incedere che oscilla tra leggerezza e un’inquietudine appena trattenuta. È la sintesi perfetta del progetto: una creatura che vola alto proprio perché non teme di mostrarsi disallineata.

    Cane è la parentesi più istintiva e punk del disco: ritmo spezzato, chitarre che grattano, una spontaneità che diventa chiave narrativa.

    Astronave cuscino. Una micro-fiaba che trasforma lo spazio domestico in luogo siderale. Una stanza, un letto, un oggetto qualunque. Da lì parte tutto. Non serve scappare lontano: basta cambiare prospettiva. È uno dei brani che dichiarano meglio l’idea del disco.

    Lacrima VHS. Il brano più legato alla memoria. L’immagine della VHS richiama un archivio emotivo che non funziona più perfettamente, e proprio per questo è prezioso. Un gioco di distorsioni e immagini bruciate.

    La danza della foresta. Ritmi irregolari, visioni verdi, un senso di movimento continuo. È uno dei momenti più cinematografici dell’album.

    Poesia arcobaleno. Titolo che finge leggerezza e invece custodisce un’idea precisa: trovare colore anche nelle giornate che non ne hanno. Arrangiamento che vira verso il cantautorato fantastico, come se l’infanzia avesse chiesto il permesso di entrare di nuovo in scena.

    Ashita no koto mode mo. Un attraversamento di immaginari orientali filtrati attraverso il pop italiano. Brano di cura e di distanza, sospeso, che amplia l’orizzonte sonoro del disco.

    Zaffiro è una chiusura contemplativa: un piccolo talismano musicale. Sintesi del percorso, della sua malinconia e della sua forza quieta.

  • Quando l’industria musicale ti mette in panchina: l’analogia tra calcio e discografia nel racconto di un talento rimasto fermo quattro anni

    C’è un momento, nella carriera di ogni talento, in cui l’allenamento non basta più. Ti alleni, cresci, migliori. Ma a volte, il campo resta chiuso. La panchina diventa inattività contrattuale, l’attesa si prolunga, il dialogo si interrompe. È da qui che nasce “Champions League” (Daylite Records/3Esse Srl), il nuovo singolo di Connor Las Americas: un racconto disilluso che adotta il linguaggio calcistico per parlare di industria musicale, potere decisionale e occasioni negate.

    Nel brano, l’allenatore diventa il discografico, il giocatore l’artista.
    Non c’è rabbia, non ci sono scontri né attacchi frontali. Solo una domanda, che attraversa tutto il testo:

    «se mi alleno bene, perché non mi fai giocare mai?»

    Negli ultimi anni, l’industria musicale italiana ha accelerato tempi e aspettative: contratti sempre più precoci, percorsi compressi, dinamiche decisionali sempre più rapide. L’accesso al “campo” passa spesso da scelte standardizzate, formati predefiniti, traiettorie obbligate che non sempre tengono conto della maturazione artistica o della visione individuale. In questo contesto, molti progetti restano in stand-by: firmati, ma non realmente messi nelle condizioni di esprimersi.

    A rendere questo equilibrio ancora più fragile è la mole crescente di artisti che ogni anno affacciano sul mercato: un bacino amplissimo di talenti, percorsi e aspirazioni che competono per uno spazio sempre più ristretto. In un sistema saturo, il sogno diventa una leva potentissima – perché muove sacrifici, attese, rinunce – ma anche estremamente delicata. Vale nello sport come nell’arte: la promessa di un accesso possibile al campo, al palco, alla visibilità, può sostenere un percorso o incrinarlo, soprattutto quando resta rinviata troppo a lungo; una convocazione rimandata indefinitamente.

    A questa pressione strutturale si aggiunge un altro elemento, meno visibile ma decisivo: la distanza tra chi prende decisioni e i percorsi artistici che dovrebbe accompagnare. In molti casi, alla firma non segue un reale lavoro di sviluppo, mediazione o lettura del progetto nel tempo. Mancano spesso figure capaci di tradurre il potenziale in direzione, di gestire le fasi di attesa, di sostenere la crescita senza forzarla dentro traiettorie standard. Il risultato non è il fallimento immediato, ma una sospensione prolungata, che lascia l’artista formalmente dentro il sistema ma, di fatto, fuori dal campo.

    “Champions League” parla proprio di questa condizione, quella di chi viene messo sotto contratto troppo presto, senza un reale allineamento di visione, e si ritrova bloccato, invisibile, costretto a guardare la partita dalle tribune.

    Connor non invoca protezioni, non infanga la maglia. Chiede spazio. Anche solo cinque minuti nel recupero. Il tempo necessario per dimostrare il proprio valore. Al mister, ma soprattutto a un pubblico che non ha ancora avuto modo di vederlo giocare.

    Le tribune che “non fanno bene”, la richiesta di essere “messo sul mercato”, il rispetto per la squadra nonostante tutto, il sogno infantile della Champions League citati nel testo, restano intatti anche quando la carriera si inceppa.

    L’artista mette in forma canzone la sua vocazione: una vocazione che non si spegne, nemmeno durante e dopo l’esclusione.

    Rimasto artisticamente bloccato per quasi quattro anni dopo un contratto discografico firmato nel 2020, a causa di un conflitto profondo sulla direzione artistica e sull’unica strada che gli veniva concessa — quella di un talent show che non sentiva propria — Connor Las Americas ha attraversato un lungo contenzioso legale, concluso con la riconquista della sua libertà creativa. “Champions League” è il primo brano che segna questo ritorno.

    Scritto a quattro mani con Francesco Mattia Pisapia e prodotto da effemmepi, il singolo non vuol essere una resa dei conti, né una richiesta di indulgenza, ma una presa di parola consapevole su ciò che accade quando il talento resta in panchina, anche a fronte di aspettative e prospettive iniziali che sembravano già tracciate. Il racconto, spogliato da polemiche sterili, di cosa resta, dentro un artista, quando il sogno è ancora lì, ma l’accesso è negato.

    «Ci tenevo a raccontare cosa succede quando sei dentro un sistema, ma non ti è permesso agire – dichiara Connor Las Americas -. Nel calcio come nella musica, la panchina non è solo attesa o esclusione: è un tempo che passa senza possibilità di mettersi alla prova. Con questo brano non cerco colpevoli, ma rivendico il diritto di ogni talento di misurarsi con il proprio pubblico, anche solo per cinque minuti di recupero.»

    Oggi Connor sceglie di ripartire da Daylite Records, una realtà allineata ai suoi valori: un cambio di squadra, non una fuga. Un nuovo inizio, dopo una lunga attesa.

    “Champions League” parla di musica, ma riguarda anche il lavoro, il merito, il tempo sospeso di un’intera generazione che si allena senza sapere quando — o se — arriverà la convocazione.

  • Dalle favelas brasiliane al breadcrumbing: Ilema debutta in Italia con “Briciole di te”, il suo nuovo singolo arrangiato da Marco Falagiani

    Il debutto discografico di Ilema, nome d’arte di Ilenia Mancini, è l’approdo di un lungo percorso antropologico e geografico. “Briciole di te”, il suo nuovo singolo, nasce tra il Brasile e l’Italia e segna l’inizio ufficiale del suo progetto discografico, arrangiato da Marco Falagiani – Premio Oscar per Mediterraneo, produttore storico della canzone italiana e collaboratore, tra gli altri, di Mia Martini e Aleandro Baldi.

    Scritto a Rio de Janeiro, in un periodo di forte isolamento e ridefinizione personale, “Briciole di te” porta all’attenzione una dinamica relazionale sempre più diffusa: la presenza intermittente, fatta di promesse minime e di un coinvolgimento mai dichiarato, oggi spesso definita con il termine breadcrumbing. Questa condizione prende forma attraverso l’immagine immediata e insistita delle “briciole”, che diventa la misura narrativa di un legame sbilanciato, più che una metafora sentimentale.

    Nel testo non compare mai una definizione reciproca del rapporto. L’asimmetria tra i partner appare anche sul piano grammaticale: «io amante, tu niente di più». Una frase tronca, che non si completa, come non si completa il legame che racconta. Ilema non prende posizione, non giudica, non corregge. Si limita a registrare, in forma canzone, una dinamica, evitando aggiustamenti.

    Se il Brasile è stato il luogo della scrittura, è Firenze, nell’incontro con Falagiani nel novembre 2024, ad aver dato al brano una direzione definitiva. La produzione sceglie una linea essenziale, priva di sovrastrutture, che valorizza una vocalità non addestrata ai codici del pop contemporaneo. Un’impostazione che fa della semplicità formale e della ripetizione testuale un elemento strutturale, coerente con il senso di stallo raccontato dal brano.

    «“Briciole di te” nasce da una presa di coscienza molto netta – dichiara Ilema -. Rendersi conto di quanto spesso si accettino legami fatti di assenze, di mezze parole, di presenze minime scambiate per amore. Scriverla è stato un modo per accorgermi e consapevolizzare quella dinamica e, allo stesso tempo, per prenderne le distanze».

    Il percorso personale e professionale di Ilenia Mancini attraversa contesti geografici e linguaggi diversi. Dopo gli studi e le prime esperienze formative tra Firenze e Londra, ha vissuto a lungo in Medio Oriente, approfondendo lo studio della lingua araba e delle pratiche corporee orientali. In Brasile, a Rio de Janeiro, ha dato vita al progetto Tao Batuque nella favela della Mangueira, un’iniziativa educativa che unisce yoga, percussioni e lavoro con i bambini del quartiere, attirando l’attenzione dei media locali e internazionali.

    Parallelamente alla musica, Ilema si è formata come terapeuta in medicina cinese ed è autrice del saggio “Come trattare la voce con la medicina cinese”, testo adottato in ambito medico e sanitario. Un background che entra nel progetto musicale come metodo, in quanto la voce viene trattata come strumento di equilibrio, controllo e misura, più che come veicolo di esperienze ed emozioni personali.

    L’arrangiamento di “Briciole di te” è firmato da Marco Falagiani, affiancato da Valentina Galasso e Marta Maddalena Di Stefano. Il mastering è a cura di Marzio Benelli, nome di riferimento della discografia toscana e nazionale. Il progetto sarà completato nelle prossime settimane dall’uscita del videoclip ufficiale.

    Con “Briciole di te”, Ilema debutta nel panorama musicale italiano con un brano che anziché cercare adesione o immedesimazione, richiama all’attenzione. La sua scrittura nasce fuori dal mercato nazionale e vi rientra senza adattarsi, affidandosi a una produzione che accompagna, senza guidare. Il singolo è il primo capitolo di un progetto che sceglie il tempo lungo, dando forma al proprio percorso senza accelerazioni.

  • Un concept album nato tra Napoli e la California che mette al centro la ricerca del piacere

    Cosa succede se il baricentro di Napoli si sposta verso i tramonti di Santa Monica? Eric Mormile risponde con “ÆSTHETICA pt. I”, il primo concept album che traghetta lo Yacht Rock nel cuore del Mediterraneo.

    Dopo una serie di fortunati lavori dedicati all’impegno sociale, il cantautore partenopeo cambia rotta e approda su lidi più solari e distesi con un progetto che celebra i piaceri umani. Il disco, anticipato dal singolo “Animale ‘e Città”, si completa oggi con l’uscita dell’ultimo estratto “Te Pigliasse a Muorze”, brano che declina con carnalità e groove il tema del desiderio, sigillando un capitolo che consacra la maturità espressiva e l’unicità stilistica di Mormile.

    L’album viene presentato dall’artista con un’immagine suggestiva che ne racchiude l’essenza e i titoli delle tracce:

    «Æsthetica è nu regno ‘e fantasia, nu viaggio ca parte d’ ‘a stanza mia e va ‘ngiro p’ ‘o munno. ‘O posto iusto pe n’animale ‘e città, e pe fa pure vita ‘e mare. Nu paese addò vulà ncopp’ ‘a na nuvola rosa, accussì soffice ca ‘a pigliasse a muorze, o addò fa nu tuffo futo int’ ‘o blu”»

    («Æsthetica è un regno di fantasia, un viaggio che parte dalla mia stanza e va in giro per il mondo. Il posto giusto per un animale di città, e per fare anche vita di mare. Un paese dove volare sopra una nuvola rosa, così soffice che la si prenderebbe a morsi, o dove fare un tuffo profondo nel blu»)

    Dietro questa scelta, c’è una riflessione tutt’altro che casuale: l’artista intende l’estetica come la ricerca del bello nelle esperienze quotidiane. Dal piacere del sesso al ristoro del sonno, dall’esperienza del viaggio al relax di un bagno in mare, dalla convivialità delle uscite serali con gli amici alla tranquillità della propria stanza vissuta come spazio di rifugio, ogni traccia è una dedica alla joie de vivre.

    Questa filosofia di vita viene fissata graficamente dall’uso della legatura latina che non è un semplice vezzo, ma serve a nobilitare questi piaceri naturali, elevandoli a forma d’arte. Un richiamo alla perfezione formale dello Yacht Rock e della Fusion anni ’70/’80, dove la cura del dettaglio — visivo e sonoro — era parte integrante dell’esperienza.

    Dal punto di vista tecnico-musicale, l’album è un raffinato omaggio allo Yacht Rock, quel crocevia sonoro popolare tra la metà degli anni ’70 e la metà degli ’80 che fonde Soul, Soft Rock, Fusion e Funk. Le influenze sono dichiarate e prestigiose: dagli Steely Dan ai Toto, dai Pages ai Doobie Brothers, con un tributo particolare al timbro vocale di Michael McDonald richiamato dallo stesso artista nei cori.

    Il disco, scritto in tempi record tra settembre e dicembre 2024, trova la sua ispirazione definitiva in un viaggio in California, dove Mormile ha saputo cogliere il segreto dietro la “romanticizzazione” di quei paesaggi, traslandoli nel golfo di Napoli attraverso una produzione meticolosa, curata fianco a fianco con l’ingegnere del suono e Maestro Nino Pomidoro.

    Ma l’internazionalità del sound non recide le radici. Anche in questo capitolo, Mormile consolida il legame con la grande scuola d’autore napoletana, avvalendosi della supervisione dei testi del Maestro Salvatore Palomba (storico autore di “Carmela”). Questa sinergia crea un contrasto affascinante: la poesia e la musicalità mediterranee si poggiano sulla perfezione formale di arrangiamenti che richiamano band iconiche come gli Airplay o i Toto (omaggiati nel groove shuffle di “‘Ngiro p’ ‘o Munno”).

    A completare il quadro sonoro sono le incursioni Soul e Jazz del sax di Alessio Castaldi, presenza chiave in tracce come “Stanza Mia”, “Vita ‘e Mare” e “Te Pigliasse a Muorze”, che rende l’album un’esperienza d’ascolto fluida, ideale per chi cerca una “cura” alla frenesia moderna.

    La parte visiva, essenziale per il racconto di “Æsthetica”, è curata dal regista Michele De Angelis di Midea Video, con una direzione “fumettata” curata dallo stesso Eric Mormile che unisce i videoclip e l’artwork della copertina, nata da uno scatto di Ocean Jaramillo.

    Cantautore, polistrumentista e compositore napoletano diplomato al Conservatorio, Eric Mormile ha saputo costruire negli anni un percorso artistico unico, capace di fondere la lingua napoletana con sonorità prog, pop-rock, new-wave e jazz-fusion di respiro internazionale.

    Dopo “’A Terra sona int’ ’e tiempe stuorte”, album segnato da una forte impronta sociale, l’artista sceglie consapevolmente di non scrivere un ulteriore disco “necessario”, ma un disco “abitabile”, che mette al centro esperienze quotidiane, tempi distesi e una dimensione privata raramente raccontata nella musica contemporanea.

    “ÆSTHETICA pt. I” è stato pubblicato seguendo un percorso progressivo, con l’uscita mensile dei brani tra singoli e anticipi, accompagnati da visual e lyric video, creando nel tempo un racconto coerente che culmina oggi nella pubblicazione completa dell’album.

    A seguire, tracklist e track by track.

    ÆSTHETICA pt. I – Tracklist:

    1. Stanzia Mia
    2. Int’ ‘o Blu
    3. ‘Ngiro p’ ‘o Munno
    4. Nuvola Rosa
    5. Animale ‘e Città
    6. Nu Tuffo Futo
    7. Nu Regno ‘e Fantasia
    8. Vita ‘e Mare
    9. Te Pigliasse a Muorze
    10. ÆSTHETICA pt. I

    ÆSTHETICA pt. I – Il disco raccontato dall’artista:

    Stanza Mia. Il viaggio di “ÆSTHETICA pt. I” parte dal luogo più comune e personale: la propria stanza. Per me è sempre stata uno spazio di rifugio e ispirazione, dove lasciare fuori ansie e preoccupazioni. Il riferimento a “In My Room” dei Beach Boys è inevitabile, pur essendo una canzone musicalmente ispirata dai Doobie Brothers e dagli Sneakers. È il primo brano con il sax di Alessio Castaldi, che ha improvvisato senza partitura: gli ho chiesto solo di esprimersi liberamente.

    Int’ ’o Blu. Uno dei brani più ascoltati tra gli anticipi. Racconta il piacere di passare ore in acqua, facendo il bagno. L’idea è nata su un materassino, a Ischia, luogo dove scrivo spesso. Musicalmente guarda a Michael McDonald e George Benson.

    ’Ngiro p’ ’o Munno. Volevo un brano con un groove shuffle marcato, ispirato ai Toto e a Jeff Porcaro. Qui il viaggio diventa anche condivisione: alcune frasi sono nate da esperienze reali con persone a me vicine. Il finale, con lo scat e la chitarra, è un omaggio a George Benson.

    Nuvola Rosa. Nasce da una vera folgorazione visiva: mia madre mi fece notare delle nuvole rosa dal balcone di casa. Da lì è partito tutto. Musicalmente, ho voluto lavorare su influenze reggae guardando a gruppi che non lo sono ma che hanno sperimentato le stesse in alcune loro canzoni, come Eagles, 10cc e Steely Dan.

    Animale ’e Città. Il primo singolo pubblicato del progetto e il brano più “anziano” del disco. Racconta il bisogno di uscire e divertirsi dopo una settimana di lavoro. È stato il pezzo giusto per aprire il percorso di “ÆSTHETICA”.

    Nu Tuffo Futo. Mi pace definirla “una ninna nanna contemporanea”. È nata quasi per gioco, immaginando una voce alla Michael McDonald e un piano elettrico da ascoltare prima di dormire. Un brano intimo, minimale.

    Nu Regno ’e Fantasia. Racconta il mondo che visito nei miei sogni, un luogo costruito negli anni mescolando spazi reali. È anche il mio tributo ai Beach Boys, soprattutto nel lavoro sul groove, sulla parte armonica e sui cori. Insieme a “Nu Tuffo Futo”, fa parte di quella che mi piace definire la “suite del sogno.

    Vita ’e Mare. Nata durante una passeggiata al porto di Ischia. Racconta una vita vissuta in simbiosi con il mare, i pescatori, le barche, i gabbiani. Qui torna il sax di Alessio Castaldi, con un solo personale e una parte finale doppiata con la chitarra.

    Te Pigliasse a Muorze. Ultimo singolo estratto dell’album. Volevo parlare di sesso in modo più concreto e terreno rispetto al passato. Il riferimento ideale era un brano iconico alla “Careless Whisper” di George Michael, influenzato dalle sonorità di George Benson e Michael McDonald.

    ÆSTHETICA pt. I. La prima traccia strumentale della mia discografia. Volevo una melodia semplice, capace di raccontare anche senza parole il senso dell’album: la bellezza che passa dal piacere, dalla tranquillità e dalla distensione. Un brano Fusion/Jazz Funk, ispirato in primis a George Benson e poi anche ai Seawind.

  • Alex Normanno sceglie l’accettazione come punto di partenza narrativo: “L’amore non ha soluzione” è il suo nuovo singolo

    «Non sono l’uomo che volevi». È una frase che nei colloqui di mediazione familiare ricorre sempre più spesso: identifica l’istante in cui due percorsi non riescono più a procedere nella stessa direzione, pur in assenza di un conflitto esplicito. È dentro questo scenario, che riguarda una parte crescente delle separazioni adulte, che si colloca “L’amore non ha soluzione”, il nuovo singolo di Alex Normanno disponibile dal 25 dicembre.

    Il cantautore brianzolo, forte di una carriera ventennale, di una comunità social da oltre 100.000 followers e di un passato radiofonico riconoscibile, torna dopo un biennio di pausa con un lavoro che utilizza l’accettazione come punto d’ingresso per osservare una trasformazione che tocca molti.

    Normanno parte dall’istante in cui una relazione mostra la propria struttura effettiva: l’identità dell’altro non coincide più con quella immaginata. Non c’è ricerca di colpe o colpevoli, nessun tentativo di addolcire il quadro. Solo quella frase, «non sono l’uomo che volevi», e un punto fermo da cui la chiusura appare come esito di un percorso, non come rottura improvvisa.

    Il brano introduce un tema spesso eluso nei racconti sulle relazioni: chiudere una storia non significa fallire. Nelle consulenze di coppia viene ricordato con frequenza crescente che alcune traiettorie non si interrompono per mancanza di sentimento, ma perché la direzione di crescita non è più condivisa. È una verità apparentemente ovvia, ma raramente ammessa: riconoscere una battuta d’arresto può rappresentare un’assunzione di consapevolezza, non una caduta. Viviamo in un tempo che trasforma ogni battuta d’arresto in fallimento e ogni distanza in colpa; “L’amore non ha soluzione” nasce per spostare la prospettiva sulla possibilità di leggere la fine come esito naturale di un percorso, offrendo uno sguardo adulto su una storia che termina senza alcuna drammaturgia.

    La «lacrima ghiacciata» citata nel testo è un’immagine utilizzata nei centri di consulenza per descrivere una fase specifica, quella in cui il sentimento per l’altro rimane, ma non avanza. Non si trasforma, non trova nuove direzioni. Resta immobile. Nel brano questa immagine non viene enfatizzata, ma inserita con delicatezza, aderendo al linguaggio con cui molte persone raccontano ciò che sentono quando una storia finisce giunge al capolinea.

    Il contesto sociale conferma la portata del tema. Le statistiche più recenti indicano che oltre la metà delle separazioni nelle coppie conviventi nasce da incompatibilità maturate nel tempo, non da eventi traumatici. È un fenomeno che riguarda soprattutto gli adulti tra i 30 e i 50 anni e che sta cambiando anche il modo in cui la cultura racconta l’addio: meno drammi, più consapevolezze tardive. “L’amore non ha soluzione” è la forma canzone di una situazione comune ma ancora poco spesso tematizzata con chiarezza.

    La produzione firmata da Aki (Antonio Chindamo) e la scrittura condivisa con Daniele Piovani seguono la stessa linea. Arrangiamenti essenziali sono il perfetto tappeto sonoro di un impianto che lascia spazio alle parole senza cercare di deviarne il senso. È una traccia che guarda alla maturità e non al colpo di scena, in continuità con un artista che negli anni ha attraversato palchi, tour, radio e pause necessarie per ridefinire il proprio percorso.

    Normanno sintetizza così questo passaggio:

    «Sentivo il bisogno di rimettere ordine. Non per attribuire colpe, ma per guardare ciò che era accaduto con la distanza necessaria. A un certo punto la distanza si vede. Ignorarla complica tutto. Il brano nasce da questo: dalla necessità di chiamare le cose con il loro nome.»

    Il singolo dialoga con una discussione già presente nei media e nelle produzioni contemporanee: podcast, rubriche di costume e serie televisive stanno dedicando sempre maggior attenzione agli obbiettivi sentimentali che cambiano in silenzio, lontano dai modelli romantici e romanticizzati più classici. “L’amore non ha soluzione” traspone questa prospettiva dentro il pop italiano con un tono aderente alle modalità con cui i rapporti di coppia si trasformano oggi.

    Il videoclip ufficiale, in uscita nelle prime settimane del 2026, presenta un’impostazione coerente con il brano, dando grande centralità al contesto.

    Il rientro discografico di Alex Normanno non punta a rincorrere un trend, ma cerca una chiarezza che trova la propria espressione nell’equilibrio. È una direzione sempre più frequente tra gli artisti adulti che, dopo periodi di pausa o ridefinizione, scelgono una scrittura più nitida e meno mediata. La collaborazione con Auditoria Records si inserisce in questa scelta e apre un capitolo nuovo, più consapevole, nel percorso dell’artista.

  • Il Natale come momento in cui il tempo diventa poroso

    A Natale, più che in qualsiasi altro periodo dell’anno, le assenze assumono i contorni di presenze insistenti. Non cambiano volto: siamo noi, in quei giorni più permeabili, a percepirle con maggiore nitidezza. Basta un’ora di luce in meno, un oggetto lasciato sul tavolo, un gesto che fa breccia nei ricordi. E in questo spazio, in cui il calendario accelera e rallenta nello stesso istante, si fa strada “Un cerchio infinito”, il nuovo singolo di Esma per Watt Musik in uscita a Natale.

    Torinese di nascita, oggi cantautore e agricoltore sulle colline astigiane, Esma vive immerso nella natura e conosce bene l’alternanza dei cicli: quelli della terra e quelli interiori. Li osserva e li attraversa ogni giorno: le stagioni che cambiano, la terra che chiede pazienza, le attese che non dipendono da noi. La sua scrittura sembra aderire allo stesso ritmo. Anche quando parla di qualcosa che non ha niente a che fare con l’agricoltura, il suo modo di raccontare porta con sé l’eco di quei tempi lunghi, di quei movimenti che seguono una logica propria, spesso più sincera del tempo frenetico delle città.

    “Un cerchio infinito” attinge a questo immaginario, ma lo traduce in un linguaggio contemporaneo. Non c’è nessuna oratoria nostalgica, né la promessa di una guarigione dalla sofferenza del ricordo: c’è la consapevolezza che alcuni legami non si esauriscono, nemmeno quando le distanze sembrano incolmabili. La canzone si apre sull’immagine di un otto rovesciato, simbolo dell’infinito e di un sentimento che continua a muoversi e vivere dentro di noi, in un ricordo “assopito nel sale” che simboleggia il tempo depositato sulle cose. Da lì si sviluppa un percorso di visioni brevi: una discoteca, un sorriso, l’estate che grandina, l’inverno padre di un mare nascosto dentro uno scialle.

    Il dream pop entra come una luce diffusa, diventando l’ossigeno che la canzone respira. Una trama morbida, una serie di dissolvenze che avvicinano e allontanano, quasi come se il brano oscillasse tra vicinanza e distanza, tra vita e morte. In questa fluttuazione, la frase che attraversa il pezzo — «I’m still waiting for you» — non suona come un ritornello insistito, ma come il punto di equilibrio tra ciò che è passato e ciò che continua a chiedere ascolto ed essere presenza, a modo proprio.

    La scelta di pubblicare a Natale non ha nulla a che vedere con discorsi strategici. Le feste sono la soglia in cui i ricordi si fanno più nitidi e a tratti dolorosi, in cui il tempo appare più poroso, e in cui ci accorgiamo di ciò che non abbiamo archiviato. È qui che la canzone trova il proprio peso specifico: una canzone di Natale che non parla di Natale, ma del movimento segreto di tutto ciò che ritorna proprio quando il mondo rallenta.

    È anche un brano che riflette, in filigrana, l’esperienza quotidiana di Esma. Chi vive la terra sa che nulla si chiude davvero: ogni ciclo porta con sé un residuo di quello precedente, ogni semina è un dialogo con ciò che è stato, ogni inverno prepara un varco che non vediamo. La sua musica abbraccia questa grammatica raccontando la morte non come evento improvviso, ma come forma di presenza che cambia, che si ripresenta, che continua a orbitare intorno a chi rimane.

    E c’è un ulteriore elemento che rende “Un cerchio infinito” un brano prezioso: la prospettiva da cui è stato scritto. Esma non osserva la mancanza da un appartamento cittadino, ma da una casa immersa nel bosco, lontano dalle notifiche, dai ritmi compressi, dall’urgenza costante. La vita agricola, fatta di margini che non si possono anticipare, filtra dentro la sua musica, traducendosi nell’idea che l’assenza non è un vuoto, ma un tempo che lavora. E che ciò che consideriamo concluso può tornare con una forma diversa, come accade nei campi dopo l’inverno: nulla è davvero immobile, tutto si muove anche quando non ce ne accorgiamo.

    «Ho scritto questa canzone mentre cercavo di capire cosa rimane, davvero, di ciò che abbiamo vissuto – racconta Esma -. Mi sono accorto che alcune presenze non scompaiono: si allontanano, si assottigliano, ma tornano. “Un cerchio infinito” parla di questo ritorno silenzioso, che arriva quando il mondo è più immobile e noi siamo più esposti.»

    “Un cerchio infinito”, accompagnato dal videoclip ufficiale diretto da Ronf Animation, affonda le proprie radici in un terreno raro della musica italiana, quello in cui una canzone non descrive un’emozione, ma il modo in cui un’emozione attraversa il tempo. È un lavoro che attribuisce alla parola “attesa” una densità nuova e che conferma, ancora una volta, la direzione sempre più definita del percorso artistico di Esma: trasformare il vissuto dentro e attorno alla terra in un linguaggio capace di parlare anche a chi quella terra non la sfiora da anni.


  • “Piano Stories” di Giambattista Federici: un album che non accompagna, ma richiede partecipazione

    Negli ultimi anni, mentre il flusso quotidiano di parole si è fatto più fitto, è accaduto un fenomeno che attraversa quasi in silenzio il mercato musicale italiano: la crescita costante dell’ascolto pianistico. Sempre più ascoltatori, per lo più adulti, hanno iniziato a cercare il pianoforte come spazio di ordine in giornate dense di notifiche e interferenze. Le playlist dedicate al piano solo, un tempo marginali, oggi raccolgono numeri in continua ascesa; non più semplice sottofondo, ma strumento di orientamento in un quotidiano frammentato. In un’epoca satura di parole — spiegazioni, commenti, narrazioni continue — il pubblico sta recuperando una forma di ascolto che non pretende interpretazione ma piena partecipazione, un tipo di presenza che oggi è sempre più difficile esercitare.

    Dentro questa trasformazione lenta ma costante, si fa strada “Piano Stories”, il nuovo album del compositore e pianista Giambattista Fedrici per Inifnity Records. Un autore che, dopo una lunga esperienza nella composizione per pubblicità, progetti personali ed eventi, sceglie solo ora di entrare nel mercato discografico con un’opera pienamente strutturata.

    Una decisione controcorrente, tanto più significativa in un settore dominato da artisti giovanissimi e da logiche di consumo sempre più immediate. Qui non sussiste la volontà di rincorrere un formato, ma l’esigenza di proporre un lavoro che richiede tempo, continuità, coerenza. Fedrici arriva all’album come si arriva a un libro che ha richiesto anni di sedimentazione: senza conciliazioni stilistiche, senza l’urgenza dell’attualità.

    “Piano Stories” è composto da quattordici brani, ciascuno concepito come un capitolo autonomo e al tempo stesso necessario all’insieme. I temi — distanza, rinascita, delicatezze della vita interiore, resilienza — si esprimono attraverso una scrittura compositiva minimalista, attenta alla forma e al singolo dettaglio. Il pianoforte è il centro assoluto, ma in alcuni brani, la presenza lieve dell’elettronica, aggiunge una tinta opaca, un margine di incertezza che accompagna l’ascoltatore in una variazione di densità che modifica la percezione del tempo e lascia emergere una zona meno definita dell’immaginario sonoro.

    A rendere il disco particolarmente rilevante è il suo modo di inserirsi nel discorso sulla trasformazione dell’ascolto: “Piano Stories” non è la classica raccolta di brani, ma un vero e proprio percorso longitudinale che accoglie l’ascoltatore e lo invita a procedere senza interruzioni. È un lavoro che si discosta dalle consuetudini discografiche del presente, dove l’unità dell’opera tende a dissolversi a favore di singoli episodi consumati rapidamente.

    Dagli studi sul comportamento digitale degli ultimi anni, si evince una dinamica tutt’altro che scontata: aumentano le ore trascorse in ambienti sonori che richiedono concentrazione anziché puro intrattenimento. Playlist per lo studio, cataloghi dedicati al lavoro mentale, raccolte pianistiche ideate come strumenti con cui orientare il tempo e la mente anziché colonne sonore di sottofondo alla frenesia del quotidiano.

    Il fenomeno è particolarmente diffuso nelle fasce adulte, che cercano spazi di ascolto capaci di interrompere l’affollamento di messaggi e micro-narrazioni.

    In questo scenario, a primo acchito atipico per l’andamento rapsodico della società, il pianoforte torna a essere una forma civile di convivenza con il brusio perpetuo del presente: una grammatica sobria, continua, che permette di riorganizzare lo spazio interno senza ricorrere alla parola.

    I titoli dei brani scelti da Fedrici — da “Disincanto” a “Due fidanzati degli anni ’60”, da “Fallimenti e cicatrici” a “Un’altra lunga notte”, fino a “Verso casa” — non richiedono una lettura definita, ma aprono possibilità. Sono indizi, frammenti di ricordi, immagini che guidano senza imporre una direzione obbligata.

    È una modalità narrativa che richiama la grande tradizione europea del pianismo introspettivo, ma la inserisce in un presente in cui il bisogno di un tempo diverso, più lento, si fa sempre più marcato. “Piano Stories” è dunque un’opera che incontra l’oggi senza inseguirlo. Un lavoro che riattribuisce valore alla forma, alla delicatezza, all’eleganza e alla presenza attiva di ogni attimo vissuto.

    Fedrici, proponendo un ascolto che non si consuma ma si attraversa, compie una scelta chiara, lasciando che la musica ritrovi un ritmo proprio e riaffermando la possibilità di un tempo che non risponde alle urgenze del mercato.

    “Piano Stories” – Tracklist:

    1. Disincanto
    2. Due fidanzati degli anni ’60
    3. Fallimenti e cicatrici
    4. Giorni di fine autunno
    5. Ritocchi dell’anima
    6. Inquietudini e campi di papaveri
    7. Perdutamente
    8. Quel che conta veramente
    9. Stamattina presto
    10. Tempi lontani
    11. Trascorsi tumultuosi
    12. Un’altra lunga notte
    13. Un cammino di speranza
    14. Verso casa

  • La lettera dei bambini rifugiati diventa un brano corale: “È ancora Natale” tra infanzia, conflitti e il bisogno di un luogo dove il silenzio non sia sinonimo di paura

    «È ancora Natale, ma mi fa così male vedere la neve posare e mescolarsi con la cenere. E mi chiedo se mi senti sotto questi bombardamenti, tra i silenzi ed i lamenti di un Natale che c’è stato portato via». Con queste parole, Mario Signorile apre un brano che porta il Natale fuori dai suoi confini abituali e lo colloca dove la festa non esiste più. “È ancora Natale” nasce dalla scelta di affidare il racconto a una lettera immaginaria scritta da bambini rifugiati, costretti a misurarsi con un mondo che ha sottratto loro ogni riferimento e la spensieratezza tipica di un’età costretta a fare i conti con quello che non dovrebbe mai riguardarla.

    Il canto è condiviso con il coro dell’Accademia Musicale Battista Bia, arricchito da voci che Signorile e il produttore Lorenzo Lorusso hanno preparato e seguito una per una. Non c’è nulla che miri a smussare o addolcire, ma bambini che parlano della guerra come possono, e un adulto che presta voce alla figura del volontario, che Signorile interpreta senza sottrarre spazio al coro, lasciando che sia quest’ultimo a guidare la narrazione.

    L’operazione musicale oltrepassa il sentimentalismo e tocca un punto scoperto dell’attualità. L’artista non mette in musica un quadro generico di sofferenza, ma inserisce la festività nel contesto drammatico della crisi migratoria globale. Secondo i dati UNHCR, il 2024 si è chiuso con oltre 123 milioni di persone in fuga, di cui circa il 40% minorenni costretti ad abbandonare la propria casa.

    “È ancora Natale” si rivolge a quel milione di bambini che — come riportato da UNICEF e Save the Children — vivono in aree di conflitto attivo, trasformando la “vera magia” dell’infanzia in una frase che non necessita commenti: «Ho disegnato un albero con la polvere di fango». L’essenzialità brutale diventa la cifra di una traccia che rifiuta qualsiasi edulcorazione e riassume un’infanzia che osserva il conflitto attraverso ciò che ha a disposizione.

    La presenza dell’adulto volontario rende il brano un omaggio necessario a migliaia di operatori che lavorano nelle aree di emergenza. Figure che, fuori dai riflettori, operano nel silenzio ascoltando, sostenendo e salvando milioni di persone in tutto il mondo. Per Signorile e Lorusso, l’insegnamento delle parti ai bambini è stato un piccolo riflesso di quel meccanismo: dedicare tempo a chi è stato privato di tutto.

    Il riferimento a “Happy Xmas (War Is Over)” di John Lennon è stato inevitabile. Il brano del 1971 apparteneva a un’epoca in cui la speranza di una tregua era pensabile; quello di Signorile nasce in anni in cui la guerra attraversa lo spazio delle festività senza interrompersi. L’accostamento tra immagini tradizionali («le campane suonare, e le stelle brillare») e quelle del conflitto («gli allarmi strillare, e non so più se pregare») crea una dissonanza che racconta cinquant’anni di promesse non mantenute. La Tregua di Natale del 1914, citata dall’artista, fu un lampo isolato di umanità: oggi, l’unico appello alla tregua sembra arrivare dall’arte, non dal fronte.

    Il videoclip ufficiale sceglie una direzione coerente. Girato nel Palazzetto dello Sport di Carbonara (Bari) — spazio quotidiano di un quartiere — trasforma un luogo familiare in un punto di riparo. Ci sono bambini, adulti e una lettera letta con la compostezza delle situazioni reali di emergenza. Il progetto, autofinanziato, è stato reso possibile grazie alla generosità del Presidente del Carbonara Volley, Vittorio Scagliarini, che ha concesso le riprese all’interno dell’edificio.

    “È ancora Natale” mette a confronto due realtà che raramente dialogano: la tradizione che continua a raccontare la festa come un tempo sereno e un presente che in molte parti del mondo non conosce tregue. Il brano non cerca una sintesi, ma le accosta e lascia che a chiudere siano le parole finali:

    «Caro Babbo Natale, so che è troppo quel che chiedo, ma se il mondo avesse cuore fermerei questo dolore. Ma è ancora Natale e ho unito le loro voci: porta un po’ di pace ed un mondo migliore.»

    Una chiusura che affida al Natale l’unica richiesta possibile in un tempo come questo.

  • L’alba interrotta da un incidente sulla Jonica: “Niente Conta”, il nuovo singolo di Ellen

    Nel luglio del 2023 la Statale 106 Jonica – una delle arterie più discusse del Sud, teatro di migliaia di sinistri negli ultimi decenni – ha aggiunto un’altra storia alle sue cronache. Una famiglia in viaggio all’alba, gli ultimi chilometri prima di arrivare a casa, un’auto che sopraggiunge a velocità impossibile, l’impatto, il ribaltamento, il silenzio cristallizzato di chi resta a testa in giù e si chiede perché sia ancora vivo. Da quell’alba interrotta nasce “Niente Conta”, il nuovo singolo di ELLEN, all’anagrafe Eleonora Marazzita, disponibile su tutti i digital store per Piuma Dischi/The Orchard.

    Il brano è stato scritto dalla stessa artista dopo un incidente che l’ha coinvolta personalmente: ELLEN era alla guida, viaggiava con i genitori e il fratello quando un uomo ha tentato un sorpasso a circa 200 km/h, colpendo l’auto e facendola capovolgere. Le cinture e gli airbag hanno salvato la vita a tutti. La ferita non è stata cutanea, visibile, ma è rimasta nella memoria dei secondi immediatamente precedenti all’impatto, nel rumore dell’auto che si ribalta, nelle estati trascorse su quella strada e nella consapevolezza che bastano pochi centimetri per cambiare la traiettoria di un’intera famiglia.

    “Niente conta” è la frase che la cantautrice ha ripetuto a sé stessa nei mesi successivi. Un modo per rimuovere il superfluo, per ridurre il campo visivo a ciò che merita davvero attenzione nel quotidiano, nelle piccole ma fondamentali pieghe della vita. Nel brano, questa frase non simboleggia rassegnazione, ma, al contrario, un filtro che ci ricorda che, se togliamo tutto, ciò che rimane è la misura di ciò che vale davvero.

    Il testo procede per immagini – lo sguardo, l’assenza, il moto circolare degli affetti, riportando il focus su un concetto spesso cancellato dalla velocità: la vita cambia direzione nei dettagli minimi, lontano dalla retorica dei grandi proclami e al di là della sovrapposizione di voci, contenuti e informazioni che pretendono di stabilire cosa conti davvero, finché un istante, un singolo istante, non mostra la gerarchia effettiva delle cose.

    La voce di Ellen, delicata e al tempo stessa intrisa di emozioni, si insinua perfettamente tra le corde della chitarra, entrando nel tessuto e nelle vibrazioni che producono, come una linea che incide il tempo e lo spazio sonoro e apre suggestioni, paesaggi che rimangono nitidi anche dopo l’ultimo accordo.

    «Niente conta perché in realtà conta ogni singola cosa – dichiara Ellen -. Credo sia un po’ questo il paradosso che salva. Quando diciamo “niente conta”, iniziamo a vedere in maniera nitida ciò che conta davvero. Ogni dettaglio quotidiano assume un significato nuovo. È una sorta di risveglio lento, in cui il minimalismo diventa la cosa più grande e preziosa.  Nel rumore continuo delle distrazioni, “niente conta” è un modo per ricordarci che la vita accade nei dettagli. E che sono proprio questi a tenerci vivi. Questo brano l’ho scritto dopo un grave incidente in macchina con la mia famiglia sulla statale 106, chiamata la strada della morte. Siamo tutti vivi: non ci siamo rotti fuori, ci siamo rotti dentro. Ho cercato di ricucire me e la mia famiglia scrivendo questo e tanti altri brani.»

    “Niente Conta” – prodotta, arrangiata e mixata da Raffaele Scogna, con master a cura di Giovanni Versari -, riprende una vicenda che non riguarda solo chi l’ha vissuta. È un modo per richiamare l’attenzione su ciò che scorre sotto il nostro quotidiano, finché un evento non lo rimette in primo piano e costringe tutti noi a farci i conti.

  • Cinado, l’autore-infermiere che mette la cura al centro della scrittura: il pop ritrova il suo vocabolario

    La musica italiana ha un enorme repertorio scritto da persone che il pubblico non ha mai avuto né modo né motivo di conoscere. I loro nomi riempiono gli archivi e i depositi delle società di collecting, i contratti, i file delle edizioni, ma non i cartelloni dei concerti o le copertine dei dischi. Non finiscono in trend, né nelle stories di Instagram, eppure senza di loro non ci sarebbero hit da cantare in auto, sotto palco, sotto la doccia. Sono gli artigiani invisibili del pop, quelli che forgiano le parole senza raccogliere applausi.

    Adolfo Cinquemani, in arte Cinado, è uno di loro: un catalogo di oltre cento brani depositati, un cammino rodato nel ventre di Via Meda – la storica factory creativa di Eros Ramazzotti. Un laboratorio che, negli anni, ha visto nascere brani destinati a diventare successi internazionali e che oggi rappresenta un simbolo della tradizione discografica italiana. E farne parte, significa ereditare un metodo: rigore, cura della scrittura, ricerca di quel tipo di verità che si estrae dal vissuto con la pazienza di un minatore.

    Cinado non è un principiante che bussa alla porta, ma un professionista che sceglie di varcare la soglia, dal retroscena burocratico al racconto aperto, per dire: eccomi, esisto anch’io. E lo fa con un contratto in tasca da Viameda Edizioni, come riconoscimento di un catalogo che esiste già, completo, operativo, in attesa di voci, sì, ma non di conferme.

    Finora il suo nome non era un’informazione utile a chi ascolta. Era una riga tecnica. Ma oggi, per la prima volta, quella riga non è più solo una firma in calce; è un autore che decide di uscire dall’indice per entrare nella narrazione, con tutta la sua umanità a seguito.

    E di umanità, Cinado ne ha da vendere. La sua è una storia di doppia militanza: paroliere e infermiere, due mestieri che si intrecciano come versi in un ritornello. L’esperienza in ambito sanitario, a contatto diretto con condizioni al limite, ma anche con la straordinaria forza dell’esistenza, tra pazienti che lottano e famiglie che sperano, gli ha insegnato che le parole non sono riempitivi, ma strumenti di cura.

    Un duplice ruolo, il suo, che esula dall’essere un semplice aneddoto biografico, diventando il fondamento della sua etica autoriale: la scrittura è per lui una forma di accudimento, ma una trasformazione dell’osservato in espressione da trasmettere e condividere con gli altri. Ciononostante, non si tratta di un’evasione dal reale: i testi di Cinado attingono dal quotidiano per forgiare versi che, nella loro immediatezza, rivendicano un legame concreto tra voce e ascolto.

    «La parola è il ponte tra la voce e il cuore», osserva lui stesso; una definizione che riassume un approccio in cui il linguaggio comune veicola immagini tangibili, rendendo i suoi brani immediati, cantabili, con refrain che si insinuano nella memoria in maniera inaspettata.

    Questa emersione dall’anonimato non è un caso isolato; riecheggia storie di infermieri-artisti come Claudio Sgura, baritono che ha lasciato la corsia per l’opera, o Paolo Traversa, cantautore che intreccia turni e melodie. Tuttavia, nel caso di Cinado, il nesso è più stringente: mentre il sistema sanitario italiano combatte con burnout e fughe professionali – con stipendi del 20% inferiori alla media europea, secondo il rapporto OCSE 2024 – la sua traiettoria suggerisce un potenziale riscatto. La cura, intesa come pratica quotidiana, può estendersi alla parola scritta e cantata, offrendo al pubblico un apprendimento implicito sulla funzione catartica del verso come ricomposizione del trauma, riportando all’ascolto la dignità che, a volte, la cronaca disperde.

    «Quando scrivo – dichiara – cerco la necessità. La mia vita nel settore sanitario mi ha insegnato che il testo deve valere perché vero, come l’esistenza stessa.»

    Ma la sua produzione non si esaurisce nella canzone; si estende alla narrativa letteraria con 12 libri pubblicati su Amazon, delineando un profilo di narratore poliedrico, capace di passare dal formato breve di una canzone a storie più ampie. Emergere ora, in un mercato a cui viene spesso additato di produrre testi riempitivi per beat elettronici, rivendica il ruolo del paroliere come artigiano essenziale, che traduce l’emozione in parola scolpendola in versi.

    E mentre il pubblico continua a cantare, spesso ignaro di chi ha scritto le parole che lo emozionano, Cinado è già al lavoro su nuove strofe. Tra un turno e un ritornello, tra una cartella clinica e un foglio di appunti, continua a cercare quella necessità che rende ogni testo degno di esistere.