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Valerio Marino – Under My Skin (A Frank Sinatra Songbook) Da venerdì 17 aprile 2026, disponibile questo disco in copia fisica e in formato digitale
Consegnato alle stampe dall’etichetta indipendente Wow Records, disponibile su tutte le piattaforme digitali e in formato fisico da venerdì 17 aprile, Under My Skin (A Frank Sinatra Songbook) è il nuovo album del sopraffino cantante jazz Valerio Marino, affiancato in questo lavoro da un brillante quartetto composto da Francesco Angeli (flauto e sax), Massimo Pucciarini (pianoforte), Marco Marino (contrabbasso) e Alberto Argirò (batteria).I brani presenti nel CD sono undici: Come Fly with Me (Jimmy Van Heusen – Sammy Cahn), Fly Me to The Moon (Bart Howard), The Lady Is a Tramp (Richard Rodgers – Lorenz Hart, adattamento del testo di Valerio Marino), Bewitched, Bothered and Bewildered (Richard Rodgers – Lorenz Hart), I’ve Got You Under My Skin (Cole Porter), Night and Day (Cole Porter), All The Way (Jimmy Van Heusen – Sammy Cahn), You Make Me Feel So Young (Joseph Myrow – Mack Gordon), I Get a Kick Out of You (Cole Porter), One For My Baby (Harold Arlen – Johnny Mercer) e The Best is Yet to Come (Cy Coleman – Carolyn Leigh).“Under My Skin – A Frank Sinatra Songbook” è un chiarissimo e amorevole tributo a uno fra i più grandi crooner della storia: Frank Sinatra. Valerio Marino, attraverso questa nuova creatura discografica, (ri)legge undici pagine di straordinaria importanza appartenenti al Songbook di Sinatra, concependo questa rilettura per quintetto, cercando di valorizzarne al massimo gli aspetti legati alla composizione e all’espressività. Il tutto impreziosito da due caratteristiche fondamentali: l’intensità e l’autenticità dell’interpretazione vocale.Valerio Marino descrive così i tratti distintivi del suo disco: «Fin dal titolo scelto, un omaggio esplicito a una delle più note signature songs di Sinatra, questo album è una dichiarazione d’amore per un universo musicale che, grazie a mio padre, ho incontrato nella mia prima adolescenza e che ha alimentato negli anni la mia passione per la musica. Melodie, racconti, arrangiamenti, immagini, grafica e perfino le note di copertina dei dischi di Sinatra: tutto questo ha esercitato fin da subito una grande attrazione e ha nutrito la mia curiosità.Dopo l’esperienza nella musica pop, ho voluto ripartire proprio da quell’artista che, forse prima di tutti gli altri, penso anche a Ella Fitzgerald, Nat King Cole e Miles Davis, ha esplorato il confine tra jazz e pop, indicando la direzione in cui anche io, nella mia dimensione, sento di poter dire qualcosa di personale.Mi piace riportare una frase che il produttore, Marco Marino, ha scritto per le note di copertina: «Questo album è un tributo professionale all’arte di The Voice (soprannome di Frank Sinatra, ndr), ma prima ancora è un gesto d’affetto verso la nostra storia musicale. È la prova che la grande musica non invecchia: si fa semplicemente più intima». -

Riecco il Jazz Mood Day, il festival diffuso che propone in tutta Italia lezioni-concerto, laboratori corali, jam session, documentari e molto altro
In tutto il mondo il 30 aprile si festeggia l’International Jazz Day. In Italia, in aprile e in maggio, è in programma una manifestazione capillare che si pone l’obiettivo di far conoscere, con una serie di iniziative e di eventi, il jazz e le sue pratiche soprattutto nel mondo della scuola con un approccio multidisciplinare, esperienziale e inclusivoMILANO – Lezioni-concerto, jam session, incontri, workshop, eventi nelle scuole ma non solo: torna anche quest’anno il Jazz Mood Day, il festival diffuso – con una forte vocazione didattica e divulgativa – che nei mesi di aprile e maggio promuove, in tutta Italia, le buone pratiche legate al jazz e all’improvvisazione. Tutto è nato sei anni fa da un’idea di Claudio Angeleri, jazzista, didatta, presidente del CDpM, il Centro Didattico Produzione Musica di Bergamo, e dell’ANSJ, l’Associazione nazionale scuole jazz e musiche audiotattili, e da Angelo Bardini, direttore artistico del Piacenza Jazz Club e del Piacenza Jazz Fest: partita dalle realtà di Bergamo e Piacenza, nel corso degli anni la manifestazione si è estesa rapidamente, grazie all’impegno delle scuole di musica del terzo settore riunite nell’ANSJ, alla collaborazione con la rete nazionale di 63 scuole pubbliche Jazz Mood Schools e con il circuito delle biblioteche scolastiche Bibloh!, al patrocinio della Federazione Il Jazz Italiano e al sostegno di diverse amministrazioni locali, e oggi coinvolge undici regioni italiane: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia.
Nato su “impulso” dell’International Jazz Day, la giornata (quella del 30 aprile) in cui in tutto il mondo si celebra il jazz come patrimonio immateriale dell’umanità, in quanto arte capace di promuovere la pace, il dialogo tra le culture, la libertà di espressione e il rispetto dei diritti umani, il Jazz Mood Day è quindi andato oltre questa importante ricorrenza, affermandosi e consolidandosi come un momento prezioso per il jazz italiano, per i suoi protagonisti (musicisti, docenti, organizzatori ma non solo) e, più in generale, per la didattica musicale. Accanto a un ricco palinsesto di iniziative (laboratori corali e di body percussion, lezioni-concerto e percorsi dedicati all’improvvisazione), gli oltre 6.000 studenti coinvolti vengono, infatti, avvicinati al jazz sulla base di solidi criteri pedagogici, sostenuti dal supporto scientifico del paradigma audiotattile, che intreccia la musica con il mondo delle fiabe (curate da Roberto Piumini, Claudio Comini e Giovanni Guerretti), con l’universo dei cartoon (sviluppato da Claudio Angeleri, Gabriele Comeglio e Paola Milzani), dell’animazione, della corporeità e del fare squadra in contesti orchestrali. Sono previsti inoltre percorsi che integrano movimento, illustrazione e videoproiezione (con il contributo di Mauro Mozzani, Gianni Satta e Loris Leo Lari). Un approccio, dunque, che favorisce un apprendimento esperienziale e inclusivo, capace di connettere immaginazione, percezione e azione, rendendo il jazz accessibile e significativo già a partire dalla scuola dell’infanzia e primaria fino ai licei.
Nei mesi di aprile e maggio sono, inoltre, previsti i concerti delle orchestre scolastiche – tra cui L’Orchestra Jazz Che Vorrei de L’Aquila – impegnate in arrangiamenti originali curati dai docenti, con il supporto di insegnanti e musicisti delle scuole di musica che spesso si uniscono agli ensemble in qualità di solisti e arrangiatori. Tra questi ultimi figurano alcuni tra i più noti jazzisti italiani come Emanuele Parrini, Walter Donatiello, Diego Borotti, Monica Fabbrini, Francesco Scaramuzzino, Tiziano Tononi, Guido Bombardieri, Margherita Carbonell, Emiliano Vernizzi, Claudio Vignali, Ruben Bellavia, Andrea Rubini, Michele Calgaro, Ettore Martin e molti altri. Non mancano, infine, iniziative ed eventi mirati a valorizzare i talenti del jazz italiano: nel fitto calendario di appuntamenti del festival Jazz Mood Day spiccano il concerto di giovedì 30 aprile in programma all’auditorium Modernissimo di Nembro (Bg) con la presenza di ben 106 musicisti, le jam session del Piacenza Jazz Festival, i workshop al Conservatorio Giuseppe Nicolini, il ricco programma del festival emiliano con artisti di primo piano della scena nazionale e internazionale (sabato 18 aprile si esibirà il duo composto dal chitarrista Paolo Angeli e dal violoncellista Redi Hasa) e l’esibizione dei vincitori (il chitarrista Carlo Alberto Proto tra i solisti e Irene Marcozzi tra i cantanti) del Concorso Chicco Bettinardi 2025 venerdì 24 aprile al Milestone Live Club di Piacenza. Sempre nella giornata del 24 aprile, l’IC Arcene di Lurano (Bg) ospiterà il CDpM Tentet, una masterclass a cura di Gianluigi Trovesi e Claudio Angeleri, mentre il 29 aprile è in programma una lezione-concerto all’IC Leonardo da Vinci di Mestre. Non solo: il sassofonista Andrea Polinelli presenterà lunedì 27 aprile al CDpM di Curno (Bg) il docufilm La cantina, altri appunti sul jazz, di cui ha curato la regia e la colonna sonora: un affresco su come è nato e si è sviluppato il jazz a Bologna, contribuendo all’evoluzione del mondo musicale italiano nella seconda metà del ‘900. Nel documentario spiccano le testimonianze di Pupi Avati, Giorgio Alberti, Franco D’Andrea, Lucio Dalla, Claudio Fasoli, Piero Odorici e Amedeo Tommasi. Alla fine della proiezione è in programma il concerto del quartetto di Andrea Polinelli.
Afferma Angelo Bardini, direttore artistico del Piacenza Jazz Club e del Piacenza Jazz Fest: «Crediamo da sempre nell’importanza della formazione dei giovani e della didattica musicale e non è un caso che una parte significativa del budget del Piacenza Jazz Fest sia destinato alle iniziative rivolte alle scuole pubbliche della rete Jazz Mood Schools». Gli fa eco Claudio Angeleri, presidente del CDpM, il Centro Didattico Produzione Musica di Bergamo, e dell’ANSJ, Associazione nazionale scuole jazz e musiche audiotattili: «Il Jazz Mood Day prende vita anche quest’anno grazie a un lavoro che viene da lontano e che mette in relazione scuole di musica, associazioni, biblioteche, istituti pubblici – dall’infanzia fino ai Conservatori – insegnanti e musicisti straordinari e un’enorme passione per la musica. Mi piace sottolineare, inoltre, che questa manifestazione contribuisce a formare nuovo pubblico, nuovi musicisti e nuova musica, il tutto nel segno dell’improvvisazione. Non è poco in un Paese smemorato nei confronti del merito come l’Italia».
On line: www.ansj.it
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“Il rito del jazz”: dal 5 al 26 maggio quattro appuntamenti alla Cascina Cuccagna di Milano
Sul palco del Cuccagna Jazz Club spazio al gruppo di Raffaele Garramone, al quartetto di Raffaele Fiengo, al Macade Trio e a Happy Birthday Miles, concerto-omaggio al grande Miles Davis nel centenario della nascitaMILANO – Settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, Il rito del jazz, la rassegna organizzata alla Cascina Cuccagna di Milano dall’associazione culturale Musicamorfosi, un posto a Milano e Cascina Cuccagna con il patrocinio del Municipio 4 del Comune di Milano e in collaborazione con Nuovo Imaie, propone appuntamenti di qualità con la musica dal vivo, con un’attenzione particolare ai nuovi talenti della scena italiana. Come sempre, la formula è quella collaudata e apprezzata dal pubblico: doppio set all’ora dell’aperitivo e dopocena (cioè alle 19.30 e alle 21.30) con ingresso libero (prenotazioni: tel. 025457785; email: info@unpostoamilano.it).Il primo concerto del mese è in programma martedì 5 maggio, quando sul palco del Cuccagna Jazz Club si esibirà il Raffaele Garramone Trio. Pianista versatile, a suo agio anche in altri ambiti come il pop, il funk e il R’n’B, classe 2001, Garramone guida una formazione completata da Giovanni Pagliara alla batteria e Christian Scaffidi al basso elettrico che reinterpreta il jazz con eleganza e complicità musicale. Ispirato all’estetismo lirico di Bill Evans e al groove di Red Garland, il trio crea atmosfere intime e coinvolgenti. In scaletta anche alcune composizioni originali.La settimana successiva, martedì 12 maggio, riflettori puntati sul Raffaele Fiengo Quartet. Vincitore come solista del concorso Palco Aperto JAZZMI (nel 2018) riservato ai nuovi talenti e del Premio Nazionale delle Arti (nel 2021), il sassofonista Raffaele Fiengo si è messo in luce anche nel corso della rassegna Prodjgi organizzata da Musicamorfosi, inaugurandola prima dell’esibizione del trio del pianista americano Ethan Iverson. Alla Cascina Cuccagna presenterà Recall, il suo recente esordio discografico, realizzato con Max Cameroni al pianoforte, Enrico Palmieri al contrabbasso e Antonio Marmora alla batteria. L’album nasce dalla volontà del leader di conciliare mondi solo in apparenza lontani: nella sua musica si incontrano, infatti, elementi del jazz newyorkese contemporaneo, il Novecento europeo, con richiami a compositori come Bartók, Honegger e Rautavaara ed influenze dalla musica minimalista. Il risultato è un viaggio sonoro dinamico e ricco di sfumature, dove tradizione, innovazione, struttura e libertà si incontrano in un progetto originale, di grande compattezza ed energia. Il concerto è realizzato con il sostegno di Nuovo Imaie.Martedì 19 maggio sarà la volta del Macade Trio, formazione che unisce tre giovani musicisti dal retaggio classico che successivamente si sono dedicati allo studio del jazz per esternare al meglio la propria espressività: Matteo Maranzana (pianoforte), Margherita Carbonell (contrabbasso) e Daniele Delfino (batteria). I tre, che si sono conosciuti tra le aule dei Corsi Civici di Jazz di Milano, propongono composizioni originali che rispecchiano l’estetica del jazz moderno, ponendo uno sguardo anche verso sonorità più classicheggianti. Il gruppo ha creato uno spettro di timbri che spazia da delicati sussurri a fragorosi crescendo, tessendo così un arazzo sonoro intricato e coinvolgente allo stesso tempo. Nell’album d’esordio del trio, intitolato Dialoghi e alla cui realizzazione hanno collaborato il sassofonista Claudio Fasoli, il trombettista Marco Mariani e la vocalist Marta Frigo, la tradizione jazzistica si intreccia con la raffinatezza della musica classica.L’ultimo appuntamento del mese, martedì 26 maggio, è Happy Birthday Miles: nel centenario della nascita del grande trombettista americano Miles Davis (avvenuta il 26 maggio 1926), Michele Zanasi (chitarra), Federico Valdemarca (contrabbasso) e Paolo Inserra (batteria), esploreranno l’universo creativo del suo secondo quintetto, uno dei momenti più rivoluzionari della storia del jazz. Il gruppo proporrà una rilettura attuale di quel repertorio: brani leggendari degli anni Sessanta che diventano terreno di dialogo, libertà e ascolto reciproco. Il trio costruisce un suono essenziale ma dinamico, dove la tradizione incontra una sensibilità moderna. Un omaggio rispettoso, ma soprattutto vivo.CUCCAGNA JAZZ CLUB – IL RITO DEL JAZZUn posto a Milano, Cascina Cuccagna, via Cuccagna 2/4, Milano.Ingresso libero. Informazioni e prenotazioni: tel. 025457785; email: info@unpostoamilano.itI CONCERTI DI MAGGIO 2026Martedì 5 maggio, ore 19.30 e 21.30RAFFAELE GARRAMONE TRIORaffaele Garramone, pianoforteGiovanni Pagliara, batteriaChristian Scaffidi, basso elettricoMartedì 12 maggio, ore 19.30 e 21.30RAFFAELE FIENGO QUARTETRaffaele Fiengo, saxMax Cameroni, pianoforteEnrico Palmieri, contrabbassoAntonio Marmora, batteriaMartedì 19 maggio, ore 19.30 e 21.30MACADE TRIOMatteo Maranzana, pianoforteMargherita Carbonell, contrabbassoDaniele Delfino, batteriaMartedì 26 maggio, ore 19.30 e 21.30HAPPY BIRTHDAY MILESPaolo Inserra, batteriaMichele Zanasi, chitarraFederico Valdemarca, contrabbasso -

GBIM JAZZ Experience: atmosfere ambient e sonorità elettroacustiche con il trio Anodic Breath in scena giovedì 7 maggio a Milano
Musica, design e cultura d’impresa si intrecciano nel nuovo format organizzato da Gruppobea e Imola Ceramica: i protagonisti del terzo appuntamento sono Vijaya (pianoforte e voce), Ludovico Elia (tromba, effetti) e Myra (sound design, elettronica)MILANO – È in programma giovedì 7 maggio, a Milano, il terzo evento del format GBIM JAZZ Experience, il concept ideato e promosso da Gruppobea e Imola Ceramica nel quale il mondo del design e della musica jazz si fondono, dando vita ad un evento culturale che intende investigare nuove architetture sensoriali all’insegna della creatività. Il tutto intrecciando architettura, suoni contemporanei e cultura d’impresa. L’iniziativa è nata dall’incontro tra la solidità della sinergia commerciale tra Imola Ceramica e Gruppobea e la visione artistica di Antonio Ribatti, instancabile tessitore di relazioni culturali e artefice di stagioni musicali di rilievo nazionale (tra cui l’AHUM Milano Jazz Festival).
Come i primi due, anche il terzo appuntamento della rassegna GBIM JAZZ Experience sarà ospitato da Pro.Space, lo spazio di Imola Ceramica dedicato ai professionisti del design, dell’architettura e dell’edilizia: nello showroom di via Voghera 6 (zona Porta Genova) si esibirà il trio Anodic Breath (Vijaya, pianoforte e voce; Ludovico Elia, tromba, effetti; Myra: sound design, elettronica), il cui sound è un mix di sonorità elettroniche e ambient. Il concerto inizierà alle ore 19: l’ingresso è libero, ma per partecipare occorre prenotarsi inviando una email a direzione@ahumjazzfestival.com (posti limitati, i più veloci riceveranno conferma sempre via email).
Come detto, Anodic Breath è un trio elettroacustico ambient. La tromba di Ludovico Elia attinge a una matrice classica, lavorando su dinamiche e timbro; Vijaya Trentin costruisce campi armonici e organizza lo spazio sonoro tra evocazioni jazz e reminiscenze cinematografiche; Myra innesta texture elettroniche ed elaborazioni digitali. Muovendosi tra composizione e improvvisazione, il gruppo sviluppa paesaggi sonori lenti e immersivi, pensati per un ascolto profondo e attento.
Vijaya è pianista, cantante e compositrice. La sua ricerca attraversa il jazz, la scrittura cantautorale e il pop contemporaneo. Nel 2023 pubblica Chrysalis, il suo primo album in trio jazz, e presenta al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano un omaggio a Chick Corea (Children’s Song). Dal 2024 porta la sua musica in rassegne e contesti di rilievo, tra cui la Casa del Jazz di Roma e la manifestazione Piano City Palermo. È attualmente impegnata nella promozione del nuovo album indie-pop Acqva e nello sviluppo del progetto strumentale Del mare.
Ludovico Elia è architetto e musicista formato in Conservatorio, specializzato in tromba rinascimentale e barocca. Collabora stabilmente con istituzioni di rilievo nel panorama della musica antica. La sua identità artistica si definisce nella sinergia tra spazio fisico e spazio sonoro. Negli ultimi anni la sua ricerca si è estesa al jazz e alla musica elettronica, dando vita a progetti ibridi e contemporanei.
Myra è DJ e performer. Il suo sound nasce dalla raccolta di suoni e memorie, trasformati in narrazioni che prendono vita sul dancefloor. Texture acid, echi disco, flussi progressive e accenti rock si fondono in percorsi ibridi, liberi da confini di genere. I suoi DJ set sono modellati dallo spazio e dal contesto, in un dialogo costante tra presenza, suono e pubblico.
GBIM JAZZ Experience si concluderà giovedì 16 luglio presso la sede del Gruppobea di via Toffetti, sempre a Milano, con l’esibizione della formazione vincitrice della prima edizione della rassegna. Il gruppo vincitore sarà scelto da una giuria composta da esperti del settore dell’architettura e del design, tra cui Laura Galloni, docente del Politecnico di Milano. Oltre a eseguire i brani dal proprio repertorio, le formazioni selezionate sono state invitate a presentare una composizione inedita, appositamente ideata e dedicata ad una collezione di Imola Ceramica. Tutti i partecipanti saranno premiati con registrazioni che entreranno a far parte di una compilation digitale disponibile su Spotify e YouTube.
Da segnalare, infine, che GBIM JAZZ Experience vede la collaborazione di Delabeat, producer e pianista jazz italo-francese attivo tra Milano e Parigi e distribuito da JE Entertainment. Delabeat realizzerà una reinterpretazione in chiave urban, acid jazz e house della composizione inedita della band vincitrice dedicata alla collezione Imola.
GBIM JAZZ EXPERIENCE – PRIMA EDIZIONEMilano, dal 12 marzo al 16 luglio 2026Giovedì 12 marzo 2026, ore 19:00DJANGOBOP VIBES – Bebop e swing manoucheGabriele Boggio Ferraris (vibrafono), Davide Parisi (chitarra), Jimmy Straniero (contrabbasso).Giovedì 9 aprile 2026, ore 19:00MARTHA J. & CHEBAT – Folk e jazz songMartha J. (voce), Francesco Chebat (fender rhodes).Giovedì 7 maggio 2026, ore 19:00ANODIC BREATH – Jazz elettroacustico ambientVijaya Trentin (piano, voce), Ludovico Elia (tromba, effetti), Myra (sound design, elettronica).Giovedì 16 luglio 2026, ore 20:00
FINALE E PREMIAZIONE -

Swing, canzone francese e nuovi progetti: ripartono giovedì 23 aprile dal MaMu di Milano i live della vocalist Elena Andreoli
Dopo la fortunata tournée giapponese, la cantante e autrice jazz Elena Andreoli torna a calcare i palchi lombardi tra Milano, Merate e Buccinasco.
Tra le novitàil progetto “La vie en rose” dedicato a Edith Piaf, la più grande cantautrice d’Oltralpe
MILANO – Il viaggio musicale della vocalist e autrice jazz Elena Andreoli non si ferma: dopo il successo della recentissima tournée in Giappone (con tre concerti sold-out fatti registrare a inizio aprile a Yokohama, Tokyo e Osaka), l’artista milanese torna sui palchi italiani con una serie di appuntamenti che intrecciano jazz, swing, e chanson française.Il primo dei prossimi live è in programma giovedì 23 aprile al MaMu, il Magazzino Musica di Milano (ore 20.30, ingresso a offerta libera; via Soave 3, zona Porta Romana): in questa occasione, Elena Andreoli e il clarinettista Paolo Tomelleri, tra i più noti esponenti del jazz italiano, presenteranno l’album Beautiful Love, un’immersione nella Golden Era dello swing, con un omaggio a brani intramontabili in cui il repertorio delle Big Band respira di nuova vita, avvalendosi dell’energia e dell’interplay di musicisti talentuosi e affiatati come Stefano Pennini (pianoforte), Davide Parisi (chitarra e ukulele), Raffaele Romano (contrabbasso) e Alberto Traverso (batteria) .
Elena Andreoli presenta così il suo progetto discografico: «Beautiful Love non è un omaggio al passato, ma il manifesto di un jazz contemporaneo, fresco e potente. Nella scelta dei brani che compongono il mio album d’esordio e che propongo nei live ho privilegiato gli standard meno conosciuti e meno sfruttati, dando particolare importanza alle parole delle canzoni. Il dialogo con Paolo Tomelleri si compone di due lingue diverse ma complementari: le parole e le note».
Al MaMu, per la prima volta, verranno presentati (e venduti) al pubblico italiano i vinili fiammati in edizione limitata di Beautiful Love: si tratta di pezzi unici, realizzati appositamente per il mercato giapponese, vere gemme grafiche destinate ai rare-grooves hunters e agli appassionati di rarità.Tre giorni dopo, domenica 26 aprile, il quartetto di Elena Andreoli (con Stefano Pennini al pianoforte, Raffaele Romano al contrabbasso e Alberto Traverso alla batteria) sarà di scena al Brut di Merate (Lc) in occasione del BrutLand Festival: in scaletta brani noti e meno noti dello Swing americano e di quello italiano e alcuni evergreen della canzone italiana, tra cui Conosci mio cugina e Volare. L’appuntamento è in via Natale Basilico 1 alle ore 18.45 (ingresso 10 euro).Subito dopo, Elena volerà a Parigi per sviluppare nuovi progetti Oltralpe, ampliando così il respiro europeo della sua ricerca musicale: «Il lavoro che sto portando avanti nella capitale francese nasce da un interesse per la chanson française come spazio di incontro con il jazz. Non è un’operazione di repertorio, ma un modo per lavorare sul suono, sul tempo e sulla lingua francese in una dimensione condivisa».Dalla Francia di nuovo tappa a Milano: sabato 9 maggio l’Après-Coup (via della Braida 1, zona Porta Romana) sarà la cornice del debutto di La vie en rose in cui Andreoli presenta una formazione inedita: un trio che la vede affiancata da Tazio Forte alla fisarmonica e Andrea Aloisi al violino. Il repertorio spazierà dai grandi classici dello swing alla chanson française (con un’attenzione particolare a Edith Piaf, la più grande cantautrice transalpina di tutti i tempi) per un concerto ricco di passione, dove la voce di Andreoli, calda e sensuale, troverà il suo naturale luogo d’elezione (inizio live ore 21, ingresso libero).Infine, giovedì 14 maggio Elena Andreoli Sextet & Paolo Tomelleri si esibiranno al Bonaventura Music Club di Buccinasco (Mi), locale di riferimento per gli appassionati di jazz: i musicisti della band torneranno a sprigionare quell’elettricità che ha reso il loro sodalizio così speciale e che ha dato vita al fortunato progetto Beautiful Love. Come ha sottolineato di recente il critico musicale Raffaello Carabini, Andreoli e Tomelleri «tornano ai brani del periodo dello swing, più o meno il primo quarto del XX secolo, per rimetterli in circolo con passo leggero, quasi senza pretese se non quella di valorizzare la vocalità sinuosa di lei. Scelta che permette di arrivare più a fondo nel cuore di quel sound, senza la sterile pretesa di reinventare, bensì con una naturalezza che è una scelta di campo: pochi virtuosismi, niente sovrastrutture, un filo elegante di modernità. Andreoli canta come chi conosce il peso delle parole e ricorda certe interpreti dei sixties, mentre a Tomelleri basta un attacco di clarinetto per farci capire la sua ricca identità. Gli accompagnatori – Stefano Pennini al piano, Davide Parisi alla chitarra, Raffaele Romano al contrabbasso e Alberto Traverso alla batteria – costruiscono un terreno morbido su cui voce e clarinetto possono dialogare come due attori che si conoscono da sempre». Anche al Bonaventura Music Club saranno disponibili i vinili dell’album Beautiful Love. -

IANEZ “Cattivi Praticanti” dal 17 Aprile l’album che mette a nudo le crepe del presente
In uscita su tutte le piattaforme digitali, il primo lavoro in studio del cantautore accompagnato dal videoclip della title track, ideato e realizzato dallo stesso artista.
Il 17 aprile esce “Cattivi Praticanti”, il primo album del cantautore abruzzese Ianez. Un disco che si configura come una mappa delle fratture sociali, politiche ed emotive del presente, osservate con uno sguardo lucido e disincantato. In contemporanea è disponibile anche il videoclip della title track che racconta il cortocircuito tra lavoro, identità e consumo.
Prodotto e masterizzato da Satellite Rec di Fabio Tumini, il progetto si muove in un territorio ibrido dove cantautorato, elettronica, rock e spoken word convivono in equilibrio. La tracklist include i singoli pubblicati negli ultimi anni, qui ripensati e rimasterizzati, insieme all’inedito che dà il titolo al disco.
“Cattivi Praticanti” attraversa le contraddizioni del dibattito contemporaneo, mettendo a fuoco l’ipocrisia diffusa e la superficialità del moralismo. Brani più diretti, che colpiscono l’opinionismo compulsivo e la ritualità dei social, si alternano a momenti più intimi come “Minerva” e “L’addio”, dove la tensione lascia spazio a una malinconia lucida e a una riflessione sulle dipendenze affettive.
La title track immagina un punto di rottura: quello in cui i ‘randagi’ smettono di essere definiti ‘risorse’ e prendono coscienza della propria condizione. Il videoclip, firmato dallo stesso Ianez, utilizza un’animazione volutamente artificiale per trasformare i corpi in simboli intercambiabili, restituendo il rumore di fondo di un sistema ormai interiorizzato.
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Così è (se vi pare) – A Jazz Poem il nuovo album di Roberto Bottalico in uscita il 17 Aprile 2026 per Filibusta Records
Così è (se vi pare) – A Jazz Poem è il nuovo album del sassofonista e compositore Roberto Bottalico, in uscita il 17 aprile 2026 per Filibusta Records. Un progetto che prende vita dal desiderio di tradurre il pensiero e la poetica di Pirandello attraverso il linguaggio del jazz. Insieme al suo quartetto, affiancato da un ensemble di fiati, Roberto Bottalico presenterà l’album venerdì 17 aprile alla Casa del Jazz di Roma.
Dopo Il Favoloso Mondo Di Wayne Lo Strambo (2022, Filibusta), con questo nuovo album Bottalico traccia una linea continua e coerente nel suo processo creativo, unendo l’immaginifico alla letteratura e alla forza narrativa della musica.
Una conduction, quella di Roberto, che grazie anche a un organico più ampio e dinamico, offre molteplici soluzioni timbriche e interpretative, tra scrittura e improvvisazione.
Bottalico costruisce, quindi, un viaggio nell’universo pirandelliano, attraversando i temi centrali dell’autore.
Ad attraversare l’intero progetto è la voce di Elio Germano, che nel ruolo del Mago Cotrone diventa guida e presenza drammaturgica, rafforzando il legame tra dimensione teatrale e costruzione musicale e contribuendo in modo determinante alla definizione dell’impianto narrativo dell’opera.
Il progetto si articola in due parti. La prima, “I Giganti della Montagna”, è un poema sinfonico in chiave jazz diviso in tre atti e ispirato all’ultima opera teatrale di Pirandello. La narrazione non segue una linea cronologica, ma si sviluppa attraverso le visioni del Mago Cotrone.
La seconda parte, “Le Novelle”, si ispira a tre racconti — La carriola, Una giornata e C’è qualcuno che ride — dove personaggi si muovono in un equilibrio instabile tra ciò che sono e ciò che appaiono.
In questo intreccio tra parola e suono, tra scrittura musicale e visione teatrale, “Così è (se vi pare) – A Jazz Poem” si configura come un’opera in cui la musica non accompagna il racconto, ma lo genera: uno spazio in cui l’identità si frammenta, la verità si moltiplica e il jazz diventa linguaggio capace di dare forma all’ambiguità del reale.
Roberto Bottalico (Roma, 1982) è un sassofonista, compositore e arrangiatore attivo nel panorama jazz italiano. Dopo gli studi al Conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia, dove si diploma in sassofono, prosegue la sua formazione presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma conseguendo con lode il biennio in sax jazz e successivamente il diploma accademico di II livello in composizione jazz, anch’esso con lode e menzione d’onore. Nel corso della sua carriera ha collaborato con numerosi artisti di rilievo nazionale e internazionale, tra cui Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Stefano Di Battista, Carmen Consoli e Greg Hutchinson, partecipando a importanti festival e rassegne jazz in tutta Italia.
FORMAZIONE CD
Roberto Bottalico, sax tenore, composizioni
Augusto Creni, chitarra
Alessandro Del Signore, contrabbasso
Massimo Di Cristofaro, batteria
Lewis Saccocci, piano
Tiziano Ruggeri, Giacomo Serino, Davide Richichi, trombe
Claudio Giusti, sax alto
Igor Marino, Nicola Concettini, sax tenore
Davide di Pasquale, Eugenio Renzetti trombone
Federico D’angelo, tuba
Nel ruolo del Mago Cotrone, Elio Germanio
TRACKLIST
CD 1 – I Giganti della montagna
Atto I
Prologo: L’immaginazione 3:14
Gli Scalognati 10:51
Atto II
Cotrone, Il mago 2:56
La ballada di Ilse 09:15
Facciamo i Fantasmi… 1:23
Atto III
L’apparizione dei Fantocci 3:25
Epilofo: L’Illusione 5:28
CD 2 – Le Novelle
La Carriola 4:21
Una Giornata (parte 1) 3:46
Una Giornata (parte 2) 3:52
C’è Qualcuno che Ride 5:40
Bonus Tracks
L’apparizione dei Fantocci 3:27
Epilogo: L’Illusione 5:28
Registrato live presso “Abbery Rocchi Studio”
Fonico di ripresa, mix e master – Gianluca Siscaro (Village Recording Studio)
Progetto Grafico – Matteo Vagnarelli (Ultrasuoni – a servizio dell’arte)
Illustrazione – Lara Cantafora
Foto – Gianluca Tullio, Flavio Tosti
Etichetta – Filibusta Records (www.filibustarecords.com)
FR2607
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“Via” è il nuovo singolo di Pete Jersey
Dal 24 aprile 2026 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica “Via”, il nuovo singolo di Pete Jersey.
“Via” è un brano con cui viene affrontata una delle tematiche più delicate e urgenti del nostro tempo: la dipendenza affettiva. Si tratta di un’opera visceralmente autobiografica, nata dall’esperienza diretta dell’artista, che ha scelto di trasformare un momento di fragilità personale in un potente messaggio di rinascita.
Il brano racconta il coraggio di chiedere aiuto, visto come la vera chiave per aprire la porta alla speranza. Attraverso il racconto di un percorso di superamento delle proprie difficoltà, Pete Jersey sottolinea come la musica possa assumere una funzione catartica, non solo per chi la crea, ma anche per chi la ascolta. Tradurre in musica questo viaggio interiore è stato per l’artista un atto liberatorio, reso possibile grazie alla stretta sinergia con il suo team di produzione.
Sotto il profilo sonoro, “Via” rappresenta una sintesi perfetta dell’estetica musicale di Pete Jersey. Il brano è un sofisticato omaggio alle influenze che hanno segnato la sua crescita artistica: da un lato le vibrazioni del sound EDM di Los Angeles, dall’altro la solidità del pop tradizionale italiano.
Questo mix unico di modernità internazionale e melodia nostrana rende “Via” un tassello fondamentale nel percorso di Pete Jersey, un artista capace di parlare al cuore della sua generazione con sincerità e consapevolezza.
Così l’artista commenta il nuovo singolo: “‘Via’ racconta la mia storia e il coraggio di venire fuori da una situazione difficile. Grazie al supporto del mio team, sono riuscito a trasformare la mia esperienza in musica, creando un ponte tra le sonorità internazionali e la melodia italiana.”
Biografia
Piergiuseppe Gereschi, in arte Pete Jersey, nasce a Roma nel 2003. Inizia giovanissimo a studiare musica, dapprima come diversivo, poi come un obiettivo da raggiungere. Ama tutti gli strumenti ma, prima ancora del canto, si appassiona allo studio degli strumenti armonici come la chitarra e il pianoforte.
Comincia ad abbozzare alcune idee attingendo dalla realtà che lo circonda e da circa sei anni – ovvero dal periodo post-pandemia – lavora a un progetto personale che possa rappresentare la sua estetica musicale. Da sempre grande fan di Michael Jackson, grazie ad album come “Thriller” scopre il mondo della West Coast americana, innamorandosi del sound degli anni ’80, che risulta essere la sua maggiore influenza musicale, sempre presente in ogni sua produzione.
L’idea del titolo dell’album, “Storie d’annate”, gli nasce un giorno osservando due ragazzi seduti su una panchina che, invece di parlarsi, stavano chattando tra loro sui rispettivi smartphone. Questo totale scollamento dalla realtà è presente nei primi due singoli: “Come due acrobati” e “Via”. Nel primo si parla del timore di esporsi con l’altra persona e della necessità di cercare a ogni costo una “comfort zone” anche nell’ambito delle relazioni interpersonali; nel secondo brano, invece, si affronta il tema della dipendenza affettiva che rappresenta, oggi più che mai, il male di questo secolo.
Pete Jersey è affiancato dal musicista e produttore Marco Iacobini, con cui realizza tutte le sue produzioni discografiche. Essendo anche un grande amante della fotografia, collabora spesso con il fotografo Simone Cecchetti, che ha curato personalmente sia le copertine dei due singoli sia lo shooting dell’album (fatta eccezione per la cover del disco).
Pete Jersey è un artista che parla alla sua generazione ma che, trattando tematiche universali, si rivolge a un pubblico ampio, anche anagraficamente più adulto e smaliziato. Punta a raccontare la fragilità dell’animo umano attraverso l’osservazione della realtà e spera di poter raggiungere una platea sempre più vasta, lavorando con costanza: senza fretta, ma senza sosta.
“Via” è il nuovo singolo di Pete Jersey disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica dal 24 aprile 2026.
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Quando casa diventa una minaccia: violenza domestica e giovinezza clandestina nel prog rock degli Psychos
«You can stay here and live by my rules or get outta here and try to stay alive» («Puoi restare qui e vivere secondo le mie regole, oppure andartene da qui e cercare di restare vivo»). Non è l’incipit di un thriller psicologico né l’inizio di un film horror, ma l’ultimatum che eviscera l’infanzia e consegna un diciottenne all’asfalto di una libertà pagata a carissimo prezzo. Con “Twisted Youth Freeway”(distr. Corallo Records per Lotus Music Production), gli Psychos di Andy Romi caricano il loro progressive rock di una funzione biologica: la sopravvivenza.
Mentre il dibattito pubblico sulla violenza domestica continua a infrangersi contro l’omertà delle mura private, il gruppo senese sceglie la strada della narrazione cruda, frontale, dove l’uscita di casa non rappresenta un gesto di ribellione adolescenziale, bensì l’unica strategia per non soccombere.
Secondo l’ISTAT, una quota significativa delle vittime di violenza domestica subisce i primi episodi in età infantile. È una zona d’ombra poco raccontata, in cui l’abuso non esplode all’improvviso, ma si stratifica nel tempo, normalizzato all’interno del nucleo familiare. Per molti ragazzi e ragazze, il compimento della maggiore età, anziché coincidere con l’ingresso nell’autonomia, corrisponde all’unico margine legale e materiale per allontanarsi.
Allontanarsi da un teatro di guerra privato, da un carnefice che non ha il volto dell’estraneo, ma quello raggelante di chi dovrebbe garantire protezione. Il perimetro domestico che si fa cella, la figura genitoriale che abdica al proprio ruolo per farsi despota. Ci si sposta perché casa è diventata un campo minato di micro-aggressioni, ricatti emotivi e silenzi punitivi, dove ogni parola è un azzardo e ogni azione è sottoposta al vaglio di un codice di condotta arbitrario e violento. Andarsene, significa dunque sabotare una narrazione tossica che vorrebbe il figlio come proprietà privata, scegliendo l’instabilità della strada e la precarietà dell’incertezza pur di non vedere la propria identità definitivamente polverizzata da chi, tra quelle mura, esercita un dominio psicologico prima ancora che fisico.
In questa discrepanza tra il sé e il sangue, si innesta la trama stessa del brano. “Twisted Youth Freeway” segna il passaggio forzato dall’infanzia a una giovinezza vissuta in fuga, perché restare è diventato più pericoloso che andare via. Senza protezioni, senza rete, spesso senza una destinazione, la strada diventa l’unica alternativa praticabile a una dimora che ha smesso di essere un luogo sicuro.
Il testo si snoda su un’architettura hard rock muscolare, figlia di quella scuola anni Settanta che sapeva dare al disagio in un suono ben preciso, tra chitarre e sezione ritmica che accompagnano il racconto senza edulcorarlo, mantenendo un andamento costante, quasi ostinato.

La partenza notturna, le stazioni ferroviarie alle prime luci dell’alba, il dolore fisico che anestetizza i sensi. Poi, le panchine dei parchi trasformate in trincee e la sensazione costante di essere inseguiti. Sono frammenti che rimandano a una quotidianità poco visibile ma ampiamente documentata: quella dei giovani che, una volta usciti da contesti familiari violenti, attraversano fasi di homeless temporaneo, spostandosi senza una destinazione stabile. “Twisted Youth Freeway” dà ritmo, voce e forma narrativa a questa realtà, in cui la libertà coincide con la distanza da ciò che si è lasciato alle spalle.
Il refrain — «I won a ticket to ride on the Twisted Youth Freeway» («Ho vinto un biglietto per correre sulla Twisted Youth Freeway – l’autostrada della gioventù deviata») — anziché introdurre una conquista, registra l’ingresso in una condizione irreversibile. Quel “biglietto” non apre a un altrove desiderabile, ma sancisce l’avvio di una latitanza forzata e necessaria. È il resoconto di una giovinezza braccata, in cui l’idea di futuro viene spazzata proprio da chi dovrebbe tutelarlo. E in questo orizzonte mutilato, il diritto di esistere si materializza sottraendosi alle proprie radici, fuggendo da un aguzzino che promette di non fermarsi mai («If you choose to get out of that door, I’ll be chasing you and never stop ‘till I’ll kill you» – «Se scegli di uscire da quella porta ti darò la caccia e non mi fermerò mai finché non ti avrò ucciso»), mentre l’urgenza non è scegliere chi diventare, ma evitare di essere raggiunti.
Sotto la superficie sonora, la mano di Andy Romi, produttore e anima del progetto, che ha curato ogni dettaglio presso lo Psychotic Studio. La sua esperienza, maturata in decenni di dedizione alla macchina del suono, si traduce in una produzione nitida e stratificata, capace di sorreggere un testo che parla di abusi, dipendenze e identità senza mai scivolare nel pietismo. La precisione tecnica, certificata dai più alti standard industriali, diventa qui lo strumento per dare dignità a un racconto di margine e redenzione.
«Volevo descrivere quel momento esatto in cui capisci che restare significa morire, non solo metaforicamente – dichiara Andy Romi -. La Twisted Youth Freeway è quel non-luogo dove finisce chi ha dovuto scegliere la strada per difendere il proprio diritto di esistere. È un percorso fatto di ombre, ma è l’unico che porta lontano dalla schiavitù della paura.»
Gli Psychos intersecano la musica con la realtà sociale più urgente, quella che solitamente resta soffocata tra il perbenismo di facciata e l’indifferenza delle istituzioni. Qui il progressive diventa l’unico linguaggio capace di sostenere l’urto di una verità indigeribile, quella di una casa che da nido si fa macello.
Oggi, nell’era di narrazioni mitigate, smorzate e lineari, la band senese ha il coraggio di dare un suono a quella zona grigia in cui la famiglia smette di essere protezione per diventare minaccia, rendendo ogni nota e ogni riff la relazione di una latitanza obbligata.
“Twisted Youth Freeway”, accompagnato dal videoclip ufficiale girato a Roma sotto la direzione di Gina Merulla, con gli attori del gruppo teatrale Teatro Hamlet, è la testimonianza di chi ha preferito l’incertezza del domani alla certezza di un presente violento; un lavoro che riconsegna al rock la sua funzione primaria, quella di essere il grido di chi, pur di restare vivo, ha accettato di sparire dai radar.
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La paternità nell’epoca dell’iper-attivazione: Papi· On pubblica “Euforia” e racconta la generazione “sempre ON”
Il rumore del mondo non è mai stato così assordante, eppure c’è chi sceglie di sintonizzarsi su una frequenza diversa: quella del proprio battito cardiaco.
Euphoría, in greco, indica una condizione favorevole. Nel lessico contemporaneo, però, l’euforia è diventata un modo elegante per richiamare l’urgenza, la sovraesposizione, l’idea che spegnersi non sia previsto. O, al contrario, viene spesa come premio, come promessa, come anestetico. Ha assunto la funzione di nome comodo per quello che rincorriamo quando il ritmo ci supera, quando il lavoro invade le ore, quando persino l’amore viene misurato a disponibilità e reattività. Papi· On, artista e personal trainer bergamasco, parte da questa etimologia ormai stravolta per il suo primo album, intitolato proprio “Euforia”, con l’obiettivo di trasformare quell’espressione in materia concreta: energia che spinge e che ha un costo, in termini di sonno che salta, di tempo che stringe, di confini da difendere, e un passaggio che cambia la gerarchia delle cose, la paternità.
Registrato presso il 1901Studio di Bergamo sotto la direzione tecnica di James & Kleeve e realizzato con il contributo del Nuovo IMAIE, il disco è un concept dal sapore pop rock che lavora sui contrasti: la ruvidità delle chitarre e il motore ritmico sorreggono la voce in un viaggio che è, prima di tutto, una fuga dalla prigionia dell’ordinario. Un album che racconta cosa significa restare “accesi” oggi, tra appetito di vita, cronofobia, intimità da proteggere e un prima/dopo inciso dalla nascita di un figlio.
Da personal trainer, abituato per mestiere a stare dentro corpo, resistenza, disciplina, Papi· On trasferisce la stessa attenzione nella scrittura e nel suono: sei brani che alternano abrasioni melodiche e aperture più ariose, tra il bisogno di correre e la necessità di proteggere qualcosa e, soprattutto, qualcuno.
“Euforia” nasce da un’urgenza comunicativa e da un’educazione sentimentale al rock vissuto in casa dell’artista come sottofondo identitario, ascoltato in famiglia per anni, prima ancora di diventare una scelta stilistica. Non un genere, ma un modo di reagire. Da lì prende forma un suono fisico, che alterna riff affilati e testi a presa diretta, con un’immagine centrale che è anche un simbolo grafico: il punto tra Papi e On, dichiarato come spazio di pensiero, equilibrio e privacy.
Il nome d’arte fa il resto: Papi· On nasce infatti dal diminutivo di “papà” e dialoga con “Papillon”, cioè con l’idea di evasione dalla prigionia della routine. “On” è la condizione permanente. E in quell’interruttore sempre su, “Euforia” trova la sua centratura: non l’esaltazione facile, piuttosto la febbre di chi si muove per non spegnersi.

Le sei tracce che compongono il disco raccontano una giornata intera, con i suoi picchi e i suoi avvallamenti. Nella scrittura convivono due estremi: l’infanzia di chi, a sei anni, cerca l’infinito in un oratorio, e l’età adulta di chi si ritrova a gestire ansie, insonnia, pensieri ricorsivi.
In brani come “L’infinito” e “È un segreto”, Papi· On scava nel silenzio per trovarvi un battito cardiaco che sia, finalmente, sincero. Lo fa affrontando la cronofobia, quella “Time Compression” psicologica che studi recenti attribuiscono all’accelerazione tecnologica: oggi riceviamo più stimoli in un’ora di quanto un uomo del secolo scorso ricevesse in una settimana, alimentando un senso di inadeguatezza e la sensazione che il tempo non basti mai per processare la realtà. È la cosiddetta “Follia del Presentismo”, dove schiacciati da notifiche e reperibilità costante non riusciamo più a pianificare il futuro o metabolizzare il passato, lasciando che il tempo scivoli via senza lasciare traccia.
Questa “ansia temporale”, che secondo i più recenti dati sulla salute mentale (OMS, 2024) colpisce ormai circa il 25% della popolazione, non è solo paura di invecchiare, ma il timore che ogni istante non vissuto in modo memorabile sia un istante sprecato.
E in questo contesto frenetico, dove i genitori sono spesso ridotti a terminali di una performance lavorativa senza tregua, compressi tra l’incudine della produttività e il martello della reperibilità digitale, Papi· On propone una controtendenza squisitamente umana, basata sulla presenza e sul limite.
Insegnare ai figli la bellezza della vita non significa mentire loro edulcorandola o nascondendone le ombre, ma dimostrare come si possa «stringere i denti e sopravvivere» senza smettere di correre verso il sole. La sua “Euforia” si rivolge a chi, tra una muta stretta sulla pelle e cento giorni senza luce, sceglie di non abbassare l’interruttore della meraviglia.
Nell’era che corre per dimenticare, Papi· On corre per ricordare a sé stesso e a sua figlia che il vero traguardo non è il successo di facciata, ma il coraggio di restare accesi. Anche quando fuori piove, anche quando la notte scende a zero gradi.
A seguire, tracklist e track by track del disco.
“Euforia” – Tracklist:
1. Ancora qui
2. L’infinito
3. 15 settembre
4. Io sono euforia
5. È un segreto
6. Into the Wild“Euforia” – Track by Track:
Ancora qui. Il disco si apre dove il «silenzio infinito» viene squarciato dal «rumore del cuore». Un’overture di riappropriazione che va oltre la dedica per riconoscere un’àncora di salvezza in un deserto di incertezze e allucinazioni esistenziali. Papi· On ammette che «sarebbe potuto impazzire» senza quella presenza specifica, quella della figlia, lasciando che la voce tremi mentre il cielo «si spegne». È un pezzo che si snoda tra il peso delle «schegge» sottopelle e la leggerezza di un viaggio a piedi nudi sotto le stelle, offrendo una promessa di stabilità che si traduce in un porto sicuro capace di difendere, di fare da scudo contro tutto e tutti.
L’infinito parla del peso dell’infanzia, dei pensieri precoci, della paura del tempo che scorre, delle domande spirituali («cercavo Dio e mi sono perso»). Ma parla anche una risposta improvvisa, spostata sugli occhi di chi si ama: l’infinito come esperienza, un’esperienza che passa per le mani che si stringono. È il salto liberatorio verso un luogo dove il tempo non esiste più e dove, finalmente, è permesso essere sé stessi.
15 Settembre. La data che, per l’artista, segna un prima e un dopo. La paternità viene raccontata tra immagini domestiche e vertigini che superano le dimensioni dell’universo: il primo respiro, la sensazione che la vita non sia più solo tua, la paura di non essere all’altezza, il desiderio di proteggere. Un passaggio di testimone dove il timore di un «ciao papà» che sancisce l’autonomia si scioglie nella promessa di non lasciare mai quel «foglio bianco», offrendo una presenza che è, al contempo, scudo e testimonianza di una magia che «esiste davvero».
Io sono euforia è notte, velocità, cuore esposto, un fuoco che non si spegne. Un’attitudine istintiva, quasi animale, che trasforma il «cuore nudo» in un motore cinetico capace di «correre più forte della vita». Qui l’artista opera un vero e proprio «disinnesco del dolore», trasfigurando ciò che per il mondo è «follia» nella propria, personalissima, «poesia».È il brano che dà il nome al disco e lo sintetizza: essere “ON” come stato naturale, con tutto ciò che comporta.
È un segreto. L’ossessione, il corpo che non dorme perché «incastrato negli incubi», il respiro controllato, le cose non dette che diventano una maschera necessaria per «ingannare la verità». Qui, il segreto è una «forma di sopravvivenza» che porta con sé lo sforzo logorante di chi «stringe i denti» e adotta un «respiro quadrato, come un soldato» per proteggere gli altri da una verità che «investe come una marea». Questo conflitto interiore, descritto da Papi· On come un «veleno» che scorre sottopelle, trova sfogo solo nell’atto creativo: scrivere una canzone diventa l’unico modo per «dare un nome» a quell’ombra e trasformare un grido solitario in una forma di liberazione, cercando un «silenzio» che finalmente curi.
Into the Wild è un finale in fuga. L’immaginario è quasi cinematografico, sospeso tra immersione, rischio e istinto primordiale. L’artista trascina l’ascoltatore in una «gabbia di squali», dove la lotta per la sopravvivenza rivela la natura animale dell’essere umano, ma lo fa con l’intenzione dichiarata di «rinascere». Il brano chiude l’album spalancando una porta: andare via per ritrovare spazio, cercare un luogo che sia proprio, quel «posto mio» che Papi· On individua come necessità primaria, non come capriccio. Un pezzo che si consuma tra il brivido di cento giorni senza luce e la voglia di toccare il sole. E qui, in questo scenario selvaggio, l’amore diventa un istinto che «porta via», un’ascesa verso un luogo dove «tutto è presente» e dove la volontà di trovare la propria dimensione supera ogni concezione dogmatica del divino.